Come funzionano gli ETF a leva

Posted on Luglio 3, 2009 
Filed Under Investire intelligentemente, Mercati Azionari | Leave a Comment

Negli ultimi anni, l’industria degli ETF ha
prodotto numerosissimi prodotti, più o
meno interessanti, ma che sicuramente
hanno ampliato le possibilità degli
investitori.

Una delle tipologie di ETF che hanno
riscosso e stanno ancora riscuotendo
molto successo sono gli ETF a leva.
In Italia abbiamo tra gli altri 2 ETF a
leva quotati, uno sul DAX ed uno
sull’Eurostoxx50. Ma negli USA, ci sono
decine di ETF a leva sia LONG che
SHORT, sia sugli indici generali
che sugli indici settoriali o geografici.

Tuttavia, alcuni investitori non sono
del tutto soddisfatti dei risultati ottenuti
perché si ritrovano che nel medio termine
le performance non sono esattamente
uguali all’indice sottostante moltiplicato
per il fattore leva.

In altri termini, se il DAX mette a segno
un +20% in un arco temporale, l’investitore
si attende che un ETF a leva due sul
DAX renda il +40%. Nella realtà, questo
non avviene e l’investitore resta deluso.

Tuttavia, non c’è alcuna truffa. Semplicemente
lo strumento funziona in modo tale da offrire
il rendimento effettivamente realizzato, solo
che molti non conoscono il reale funzionamento.

Vediamo oggi un esempio concreto di
come funzionano questi ETF.

Ipotizziamo un ETF a leva 3 che parte da 100
e poi passa a 103 (+3%) e quindi ritorna a
100 (-2,91%). Dopo queste due giornate,
l’investitore che avesse investito in un ETF
puro, non a leva, sarebbe esattamente al punto
di partenza. Nulla ha guadagnato, nulla ha perso.

Vediamo invece cosa fa il nostro ETF a leva 3.

Il primo giorno in cui l’indice mette a segno
il +3%, il nostro ETF fa +9%. Da 100, il
valore passa a 109.
Il secondo giorno l’indice perde il 2,91%. Il
nostro ETF a leva 3, perde l’8,73%. Poiché
però il fattore leva è calcolato ogni giorno,
l’8,73% sarà calcolato sul precedente valore,
cioè su 109. La perdita sarà quindi 109*8,73%= 9,51
punti. Il nuovo valore dell’ETF sarà 109-9,51=99,49.

Come vedete, dove l’ETF puro era sostanzialmente
in pareggio, il nostro ETF a leva 3 ha perso lo 0,51%.
E questo solo in una oscillazione di due giorni. Potete
divertirvi a ripetere il processo per un numero
di volte a piacere e vedrete che il differenziale
diventa progressivamente maggiore.

Questa non è altro che la “magia” dell’interesse
composto, solo che questa volta la magia vi gioca
contro.

Quindi gli ETF a leva sono uno strumento da buttare
e poco utile? Assolutamente no. Lungi da me da dire
questo. Anzi, sono uno strumento interessantissimo,
solo che va conosciuto.

Vediamo questo esempio in positivo.

L’indice sottostante parte da 100 e per tre giorni
cresce continuamente del 3%. Il primo giorno passa
a 103, il secondo a 106,09 (103+3% di 103) e il
terzo a 109,27. Complessivamente il risultato è
del +9,27%.

In prima battuta cosa ci aspetteremo dal nostro
ETF a leva 3? Ci aspetteremo di avere 9,27%*3= +27,81%.

Invece ci va meglio. Vediamo:

Amplificando per 3 il risultato dell’indice, nei tre giorni
l’ETF salirà del 9% giornaliero. Il primo giorno sarà
109, il secondo 118,81 (109+9% di 109), il terzo
129,50. Risultato complessivo: +29,50%. Più
del 27,81% che ci aspettavamo.

Cosa è successo? Semplice, questa volta l’interesse
composto gioca a nostro favore.

Conclusione.

L’ETF a leva puo’ giocare a nostro favore o sfavore,
amplificando o riducendo il rendimento atteso che si
ottiene moltiplicando semplicemente il rendimento del
sottostante per il fattore leva.

Tuttavia, le probabilità che l’ETF giochi a nostro favore
sono maggiori nel breve termine. Nel medio/lungo, poiché
inevitabilmente rialzi e ribassi si susseguono, è probabile
che il rendimento complessivo sarà inferiore a quello
derivante dalla semplice moltiplicazione. Ogni qual volta
ci sarà un andamento contrario rispetto alla direzione
del nostro ETF (quindi un ribasso se abbiamo un ETF
a leva LONG o un rialzo se ne abbiamo uno a leva SHORT),
inevitabilmente l’ETF ci mangerà qualcosa.

Nonostante questo gli ETF a leva restano sempre un
ottimo strumento per ottenere un rendimento amplificato
dell’indice sottostante. Non esistono pasti gratis e per
avere un effetto leva bisogna comunque pagare qualcosa.
Un’opzione, che è un altro strumento per avere effetto
leva, ci impone di pagare un premio il cui costo ridurrà
il rendimento ottenuto sul sottostante e se il sottostante
non si muove o ci va contro perdiamo addirittura tutto
il premio. Così l’ETF a leva, che a fronte del potenziale
effetto leva ci offre un rischio limitato alle sole quote
sottoscritte, ha un costo che oltre alla gestione è dato
da questo effetto contrario dell’interesse composto.

Ma detto questo, si tratta sempre di un buon strumento,
sche deve essere però conosciuto.

Una prospettiva di lunghissimo termine

Posted on Giugno 23, 2009 
Filed Under Investire intelligentemente, Operatività e Gestione Portafoglio, Value Investing, Psicologia del Mercato, Mercati Azionari | 3 Comments

Nel lunghissimo termine, i mercati azionari si
muovono in lunghi cicli che possiamo chiamare
“cicli secolari” della durata, approssimativa, di
circa 15 anni ciascuno.

Un grafico di questi cicli secolari puo’ essere
trovato qui.

Come vediamo, a cicli di bull market della durata
media di 15 anni circa, si susseguono poi consolidamenti
secolari della durata, sempre, di 15 anni in media.

Da un punto di vista secolare, abbiamo avuto un
solo Bear Market di lungo periodo, quello del ‘29, quando
era necessario correggere gli eccessi degli anni
‘20 ed essendo ancora in Gold Standard non c’era
la possibilità, poi, di inflazionare i valori nominali
delle azioni.
Tutte le altre correzioni sono sempre avvenute
all’interno di un normale ciclo di consolidamento
secolare.

E’ da notare che, dal punto di vista del ciclo a lungo
termine, il concetto di “Secular Bull Market” è diverso
dal concetto di Mercato Toro che usiamo abitualmente
anche qui o che leggiamo su stampa ed internet.

Ad esempio, il Mercato Toro iniziato nel 2003 è stato
sicuramente un Bull Market, ma dal punto di vista del
lunghissimo termine, in realtà, è stata una normale oscillazione
all’interno del consolidamento secolare. Così come una
normale oscillazione sono stati i Bear Market del 2000 e
quello più recente, per quanto grave e devastante sia
stato.

Due cose si notano dal grafico.

La prima è che i grandi Bull Market secolari partono
con livelli di P/E molto bassi, mentre i consolidamenti
secolari partono con P/E molto alti. Il consolidamento,
durando una quindicina di anni, lentamente riduce
il rapporto P/E fino a che, giunto a livelli molto bassi,
un nuovo Bull Market secolare puo’ iniziare.
Le oscillazioni che però si realizzano all’interno del
consolidamento non partono sempre da livelli di P/E
eccessivamente bassi. Ripeto, solo i grandi Bull
Market che durano più di 10-15 anni hanno bisogno
di un basso P/E. Le oscillazioni all’interno del
consolidamento secolare, che dal punto di vista
del medio periodo sono a tutti gli effetti dei
Mercati Toro della durata di uno o più anni, possono
tranquillamente partire da P/E molto alti.

Il secondo aspetto è che il sistema monetario di
riferimento è importante. Da quando le Banche
Centrali (e specialmente la FED) possono inflazionare
i valori nominali, non abbiamo più avuto un
Secular Bear Market. Se guardiamo agli anni ‘70,
ad esempio, vediamo che i valori nominali sono
rimasti, pur con diverse oscillazioni, sostanzialmente
stazionari dall’inizio alla fine del decennio. Ma
con un’inflazione molto sostenuta (dal 6% ad oltre
il 10%), la perdita reale di valore non è stata
certo inferiore al ‘29, quando addirittura avevamo
deflazione. Lo stesso vale dal 2000 ad oggi.

Conclusioni.

In questo momento ci troviamo nella parte
bassa del canale del consolidamento secolare,
quindi le posizioni LONG hanno sicuramente
più senso delle posizioni SHORT.
Ovviamente nulla puo’ escludere che andremo
incontro ad un nuovo Secular Bear Market
simile al ‘29, ma questo vorrebbe dire un
cambiamento del sistema monetario attuale
e un periodo di deflazione. Se questo non
avverrà, l’inflazione nominale portata avanti
dalla FED e dalle altre Banche Centrali
finirà con il sostenere le quotazioni delle azioni.

I titoli di stato saranno il prossimo problema

Posted on Maggio 28, 2009 
Filed Under Economia globale, Bolle speculative, Tassi e Obbligazioni | Leave a Comment

Ieri abbiamo avuto un assaggio di
dove sarà il vero prossimo problema.
Non nell’S&P500 o DJ Industrial,
non nel petrolio a 150$. Il vero
problema sarà nei bond governativi.

Tornando indietro, nel pieno della
crisi del sistema finanziario ad ottobre
e novembre 2008, il luogo dove chiunque
si rifugiava erano i bond statali emessi da
paesi ritenuti solidissimi, su tutti USA e
Germania.
La forte domanda, unita anche al “quantitative
easing” delle banche centrali, hanno spinto
i rendimenti verso i minimi storici, portando
le quotazioni a mio avviso a livelli quasi
da “bolla”.

Da ottobre e novembre ad oggi, le quotazioni
sono scese, seppur non eccessivamente, perché
il livello di “tensione” sui mercati finanziari è
diminuito. Basta guardare semplicemente il “VIX”
per vedere che la “paura” è via via scesa.
Così, anche l’urgenza di essere investiti solo
in titoli ad altissima sicurezza sta venendo
meno e gli investitori hanno progressivamente
ridotto la domanda di bond pubblici.

Ma ora ci sono altri due problemi all’orizzonte
che possono spingere i titoli di stato ulteriormente
verso il basso e i rendimenti verso l’alto.

Si tratta del rischio paese e dell’inflazione.

Sul rischio, oggi i paesi che un tempo erano
ritenuti finanziariamente solidi stanno mettendo
in atto politiche di rapida espansione del deficit.
Su tutti, parlo degli USA, dove il disavanzo sta
crescendo a ritmi spaventosi.
Ma anche la Germania, che pure ha un disavanzo
molto inferiore, il forte calo del PIL sta portando a
un drastico peggioramento del rapporto debito/PIL.
Ma la cosa vale un po’ per tutti i paesi più
industrializzati.

Infine, l’inflazione. La forte espansione monetaria
dei mesi scorsi, una volta entrata in circolo
nell’economia, farà aumentare prezzi e valori
nominali. In una situazione di crescita dell’inflazione,
i bond sono sotto pressione perché i tassi devono
crescere per proteggere dall’aumento dei prezzi.

Abbiamo quindi due elementi che rischiano di
creare una crisi sul mercato dei bond statali.
Ieri in America i tassi sui bond decennali
sono schizzati al 3,70% e il trentennale al
4,61%. Una rapida impennata rispetto ai
giorni precedenti, ma la discesa dei bond
è in atto ormai da alcuni mesi. Il rapido
deterioramento visto ieri potrebbe segnalare
che il futuro per i bond statali è fosco.
Anche il Bund tedesco è sceso rapidamente
e ormai si trova sotto quota 120 punti.

Nel nostro servizio premium Trend e Strategie
di Investimento
, siamo fortunatamente fuori
dai bond statali a tasso fisso ormai da molti mesi
e credo che il trend al ribasso su questa classe di
investimento continuerà. Anzi, temo che proprio
sui bond statali possa iniziare a sgonfiarsi l’ennesima
bolla. Vedremo.

Se non sarà un’altra Grande Depressione, allora l’azionario dvrebbe darci buone soddisfazioni

Posted on Maggio 22, 2009 
Filed Under Psicologia del Mercato, Mercati Azionari | Leave a Comment

Nel corso dell’ultimo decennio, il mercato
azionario ha registrato una delle peggiori
performance della sua storia.

Reduce dal decennio dell’esuberanza irrazionale,
i principali listini mondiali si presentavano al
giro di boa che ci portava nel nuovo millennio
con livelli di sopravvalutazione che non si erano
mai visti nella storia e la confidenza del pubblico
nelle azioni era praticamente totale.

Da questa situazione iniziale, le azioni hanno
vissuto due mercati “Orso” tra i peggiori che si
ricordino, quello dello sgonfiamento della bolla
tecnologica e quello più recente che abbiamo
vissuto nel 2008 e che è stato il peggiore della
storia dopo la Grande Depressione. In mezzo,
un bel ciclo rialzista che però è riuscito a portare
gli indici solo a ridosso dei precedenti massimi.

Complessivamente, gli anni 2000 hanno visto
il mercato azionario rendere un -5% annuo composto
(partendo da marzo 1999 fino ai minimi di marzo 2009).
In altri termini, un investimento sull’azionario avrebbe
distrutto il capitale ad un ritmo del -5% l’anno per
dieci anni.

Ancora peggio è la performance paragonata ai
bond. Considerando la resa di un investimento
obbligazionario, negli ultimi 10 anni anni il
differenziale di rendimento è stato del -9% circa
annuo composto.
Cioè, chi avesse investito in bond avrebbe
fatto meglio di chi avesse investito in azioni
per un 9% annuo per dieci anni consecutivi.
Semplificando, l’investitore obbligazionario
oggi avrebbe un capitale doppio dell’investitore
azionario.

Queste performance sono le peggiori dal
dopoguerra e poiché generalmente ogni
classe di investimento ha i suoi cicli positivi
e negativi, se ora siamo reduci da un decennio
di grossa sottoperformance, nei prossimi
dieci anni a partire da ora dovremo attenderci
una grossa overperformance.

Questa pessima remunerazione del capitale
investito in azioni, inoltre, dovrebbe aver
generato una scarsa fiducia presso il pubblico.
Affermazioni come “le azioni fanno sempre
meglio delle obbligazioni nel lungo periodo”
sono messe maggiormente in discussione
e gran parte del pubblico oggi è fuori dal
mercato azionario.

Questa situazione è l’ideale per un nuovo
“Bull Market”. Così fu nel mercato Toro degli
anni ‘40-’50. Dopo la Grande Depressione,
il pubblico non voleva sapere più nulla di
azioni. E così andò negli anni ‘70, dove
le perdite dell’azionario furono notevoli
e il pubblico si allontanò da questa classe
di investimento. Seguirono due decenni
(anni ‘80 e ‘90) in cui si sviluppò il più
grande mercato rialzista che si ricordi per
dimensione e soprattutto per durata.

Ora, l’unica cosa che ci trattiene dal comprare
azioni ad occhi chiusi è che mentre le valutazioni
oggi sono buone (nonostante questo rally le
abbia fatte salire un po’), questo da solo
non ci garantisce la partenza di un nuovo
Bull Market decennale. Le valutazioni
raggiunsero livelli simili come rendimento e
sottoperformance rispetto ai bond anche nel
1974. Da lì partirono forti rally, ma il
vero Bull Market iniziò solo negli anni ‘80.
E a priori, non possiamo scartare l’ipotesi
che ci sia un nuovo ‘29, vista la gravità
e profondità della crisi, con le azioni che
potrebbero raggiungere fin da subito livelli
ancora più bassi .

Quindi, oltre alle buone valutazioni abbiamo
bisogno di un trend favorevole. Ora questo
rally dovrebbe correggere un po’. Se la
correzione non porterà gli indici sotto i minimi
di marzo (e credo che non accadrà), allora
nella successiva ripresa i prezzi dovrebbero
superare le medie lunghe a 200 giorni (o 225),
40-45 settimane e 10 mesi. Quello sarà un bel
segnale di trend rialzista.

Inoltre credo anche che il Bull Market di
lunghissimo periodo non sia ancora maturo.
Il rialzo che dovrebbe accompagnarci nei
prossimi mesi non credo riuscirà a superare
i massimi del 2000 e del 2007 e lungo la
strada avremo nuove ondate di ribasso. Credo
che il nuovo rialzo di lunghissimo, se la storia
è di qualche ausilio, dovrebbe partire tra il 2013
e il 2015. Ma intanto, da questi livelli o da livelli
un po’ più bassi fino ai massimi del 2007 (o giù
di lì) di strada ne abbiamo molta e “cavalcarla”
dovrebbe essere molto profittevole. Diamo il
benvenuto quindi a qualche correzione che
darebbe il là a possibili entrate.

Inflazione o deflazione?

Posted on Aprile 28, 2009 
Filed Under Senza categoria | Leave a Comment

Un tema che, da quando è iniziata questa crisi,
si ripropone spesso è il seguente: “Cosa ci
aspetterà prossimamente, una sorta di deflazione
che accompagnerà una “soft depression” come
quella che ha sperimentato, praticamente quasi
senza sosta, il Giappone a partire dagli anni ‘80,
oppure avremo davanti anni di inflazione sostenuta?

Entrambi le visioni hanno la loro ragione di essere
e diversi analisti, economisti e blogger macroeconomici e
finanziari (la cui qualità è spesso superiore alle
opinioni degli addetti ai lavori) sono piuttosto divisi
sull’argomento.
Anche nel nostro paese, due blog che vanno per
la maggiore e che seguo spesso sono divisi sulla
questione.

Icebergfinanza di Mazzalai vede più probabile
una deflazione in stile giapponese. Mercato Libero
invece si aspetta inflazione.

Un altro sito che spesso ha anticipato gli eventi
ormai dai primi anni 2000, Usemlab, prevede
ugualmente inflazione.

Coloro che prevedono una deflazione si immaginano
una replica di quanto è avvenuto in Giappone dopo
l’esplosione della bolla borsistica ed immobiliare.
La progressiva distruzione degli aggregati monetari
dopo la bolla ha generato una moderata deflazione
dei prezzi nel Paese del Sol Levante e una crescita
economica praticamente asfittica. Tutti gli interventi
della Banca Centrale giapponese per stimolare la
ripresa economica e spezzare la spirale “bassa
crescita + deflazione dei prezzi” non hanno sortito
grandi effetti.

Chi, invece, si aspetta inflazione, prevede che prima
o poi lo stimolo monetario delle Banche Centrali (e della
FED in particolare) inizi ad entrare in circolo nell’economia
reale, favorendo la ripresa della crescita economica e
dei prezzi (dei beni e degli asset).

Personalmente, sposo la seconda ipotesi, anche se la
prima ha assolutamente la sua dignità e non è affatto
remota, tanto che dovremo comunque seguire bene
l’evolversi della situazione.

Ci sono alcuni motivi per cui la seconda ipotesi mi
sembra più plausibile.

In primo luogo, non è immediato paragonare un singolo
paese di qualche centinaia di milioni di abitanti con
l’intera economia mondiale. L’espansione monetaria
attuata in Giappone si è, in parte, diretta all’estero per
finanziare operazioni speculative. Lo Yen è stata la
valuta di indebitamento di base per alimentare il carry
trade ed altre operazioni speculative. L’espansione monetaria
coordinata delle varie Banche Centrali mondiali, invece, in
qualche modo deve riversarsi nell’economia e/o negli
investimenti finanziari.

Consideriamo inoltre la fondamentale differenza tra il
Giappone e molti altri paesi occidentali (USA in primis,
ma anche diversi paesi dell’Europa). Il Giappone come
paese è un creditore netto verso l’estero (non a caso
detiene una grande quantità di titoli del tesoro americano),
è un grande esportatore e la sua popolazione è
poco indebitata e detiene invece una grossa quantità
di risparmio. In questa situazione, una deflazione
moderata non compromette eccessivamente lo standard
di vita del paese.

Il caso del mondo occidentale è ben diverso. Qui, molti paesi
sono debitori netti, sono importatori e i cittadini sono molto
indebitati. In paesi che, come l’Italia, hanno un’elevata
patrimonializzazione dei privati, è lo stato ad essere molto
indebitato. Nel mondo occidentale, l’inflazione è fondamentale
per rendere più sostenibile il debito (pubblico o privato). Una
deflazione potrebbe essere benvenuta per il lungo
periodo (chi non vorrebbe prezzi moderatamente in discesa),
ma nell’immediato avrebbe effetti devastanti e per alcuni
paesi potrebbe essere insostenibile.

Faccio onestamente fatica a pensare alle conseguenze
della deflazione in USA, dove il cittadino medio è pieno
di debiti. E in Italia, dove per il privato una deflazione
non sarebbe da buttare, essa avrebbe effetti devastanti
nelle finanze pubbliche e in molte imprese private basate
sul debito.

In altri termini, nel mondo occidentale la deflazione è un
nemico per il gruppo dirigente e nessun politico o
governatore di Banca Centrale accetterebbe la deflazione
senza battere ciglio. Un conto è avere l’obiettivo di un’inflazione
moderata al 2% (che non è deflazione, perché in 10 anni si porta
via il 20% del potere d’acquisto), un conto è accettare la
deflazione. Non a caso, anche nei giorni peggiori di questa crisi
abbiamo solo visto il rallentamento dell’inflazione, ma di
deflazione non abbiamo avuto traccia.

Nel mondo occidentale, ormai dalla Grande Depressione
il fenomeno deflattivo è praticamente sconosciuto. E
teniamo presente che allora eravamo in Gold Standard.
Da quando è venuto meno il Gold Standard, la deflazione
dei prezzi ha cessato di esistere. Ovviamente, nulla esclude
che questa volta sia diverso, ma personalmente ritengo
più saggio iniziare a prepararsi alla ripresa dell’inflazione
piuttosto che ad uno scenario di persistente deflazione.

Le conclusioni del G20 non sono la soluzione alla crisi

Posted on Aprile 9, 2009 
Filed Under Economia globale, Crisi Subprime | Leave a Comment

Nelle scorse settimane, i potenti della
terra si sono riuniti a Londra con diversi
punti all’ordine del giorno, ma ovviamente
con la crisi economica attuale quale punto
principale.

Tra le conclusioni a cui sono pervenuti,
quelle più “reclamizzate” sono state
senza dubbio due:

1 - 1.000 miliardi di $ destinati al
Fondo Monetario Internazionale.

2 - Guerra ai paradisi fiscali.

Questi due punti possono concretamente
aiutare a risolvere la crisi? Sinceramente
ne dubito. Velocemente, vediamo perchè.

In primo luogo, il Fondo Monetario Internazionale,
onestamente, non ha una grandissima serie
di risultati positivi alle spalle.

La cura del FMI fu, tra l’altro, una delle cause della
crisi argentina e molti altri paesi hanno avuto problemi
durante e dopo il suo passaggio.

Personalmente, non mi aspetto affatto miracoli
da questa istituzione, anzi.

Altro aspetto da considerare su questo
punto è che 1.000 miliardi di dollari,
sebbene sia una cifra enorme, è tutto
sommato poca cosa rispetto alla quantità
di asset andata distrutta. Dall’inizio della
crisi, tra capitalizzazione di Borsa, titoli
divenuti di difficile esigibilità, fallimenti, ecc…,
si stima che siano andati distrutti circa
50.000 miliardi di $. Quindi, 1.000 miliardi
di $ possono fare davvero la differenza?
Difficile. Credo invece che la FED e
le altre Banche Centrali dovranno stampare
a ritmi elevati, perché 1.000 miliardi di $
non potranno bastare.

Passando al secondo punto, per quanto i
paradisi fiscali possono essere centri di
riciclaggio del denaro della grande criminalità
o patria di capitali sottratti al fisco dei paesi
occidentali, non vedo quale ruolo centrale
abbiano avuto in questa crisi.

Al più, essi sono sede di numerosi hedge
funds, ma anche qui, che ruolo hanno avuto
gli hedge funds?
Sono stati gli hedge funds ad espandere
la liquidità tra il 2001 e il 2007? Sono
stati gli hedge funds a favorire la concessione
di mutui a soggetti potenzialmente insolventi
o a favorire l’espansione incontrollata del
credito? Sono stati gli hedge funds a
generare un deficit spaventoso nelle
finanze americane?

Questo, invece, è lo stato di cose:

1 – Gli USA continuano ad avere un deficit di
bilancio spaventoso e questo deficit si espanderà
ulteriormente.

2 – Il consumatore americano continua ad
essere fortemente indebitato e non riesce più
a sostenere i consumi allo stesso livello di
qualche anno fa.

3 – La disoccupazione negli USA sta aumentando
continuamente e forse non ha ancora raggiunto il suo
picco.

4 – Le imprese stanno cercando di ristrutturarsi.
Questo significa altri disoccupati e quindi
disoccupazione probabilmente destinata ancora
a crescere.

Ovviamente nei punti sopra, dove c’è scritto
USA si puo’ anche leggere, pur con qualche
differenza, Europa.

Questi sono i veri problemi, che poco hanno
a che fare con i paradisi fiscali e che difficilmente
i 1.000 miliardi di dollari stanziati per il FMI
potranno risolvere.

Un buon Bear Market Rally

Posted on Aprile 2, 2009 
Filed Under Investire intelligentemente, Operatività e Gestione Portafoglio, Psicologia del Mercato, Mercati Azionari | Leave a Comment

Il nostro ultimo post fu dedicato alla conferma,
da parte del DJ Industrial, del precedente
movimento ribassista del DJ Transportation.
Secondo la Dow Theory, questo è un movimento
di conferma del trend ribassista e, infatti, i mercati
si sono comportati di conseguenza, con l’indice
S&P500 arrivato fino a quota 666 punti.

Dopo il minimo, comunque, gli indici hanno
iniziato un movimento rialzista di reazione,
con l’S&P500 arrivato sopra quota 800 e
quindi piuttosto lontano dai precedenti
minimi.

A questo punto, si pone il problema di
come interpretare questo movimento.

All’interno del nostro servizio premium
Trend e Strategie di Investimento,
da alcune settimane ormai stiamo parlando
di Bear market Rally.

Un BearMarket Rally è, appunto, un movimento
correttivo di un trend ribassista. Nessun trend,
sia rialzista che ribassista, si sviluppa senza
qualche correzione inversa al suo interno.
Dopo una lunga salita o una lunga discesa, il
trend deve rifiatare un po’. Proprio in questa
situazione si sviluppa un Bear Market Rally.

Dall’inizio di questo ribasso, praticamente partito
tra la fine del 2007 e l’inizio del 2008, abbiamo
avuto un solo movimento correttivo degno di
nota, quello che si sviluppò tra marzo e maggio
del 2008. Da allora, solo qualche rimbalzo della
durata di una o due settimane, troppo debole
e breve persino per essere chiamato Bear
Market Rally.

Un Bear Market Rally è un movimento rialzista
piuttosto forte e relativamente veloce, che
puo’ partire ed esaurirsi nell’ambito di uno o
due mesi.

A quanto possiamo arrivare in questo Bear
Market Rally?

Ovviamente non possiamo avere certezze,
termine che non esiste sui mercati finanziari.

Ma i trend correttivi del trend primario in
genere correggono il 33%, il 50% o il
66% del precedente movimento.

L’S&P500 fece il suo massimo, in chiusura,
il 9 ottobre 2007, quando raggiunse quota 1565,15
punti. Il minimo è stato invece toccato il 5 marzo
2009 a quota 682,55 punti. Il movimento primario
ha quindi fatto 882,60 punti.

Questo rally, quindi, potrebbe correggere
fino a questi livelli:

33%: 291,26 punti.
L’S&P500 dal minimo pottebbe portarsi fino a 973,81 punti.

50%: 441,30 punti.
L’S&P500 dal minimo potrebbe portarsi fino a 1.123,85 punti.

66%: 582,50 punti.
L’S&P500 dal minimo potrebbe portarsi fino a 1.265 punti.

Personalmente, ritengo che già a quota 900,
se ci arriveremo, bisognerà muoversi con
prudenza.

Il Bear Market Rally è spesso confuso con
l’arrivo di un nuovo mercato Toro. Dopo lo
scetticismo iniziale, media ed analisti iniziano
a parlare di nuovo “Toro” e il pubblico inizia
a partecipare.

La maggior parte delle persone in un Bear
Market Rally perde soldi. All’inizio è scettica,
quindi ad un certo punto crede al nuovo rialzo
e viene trascinata nella rete, quindi ai primi
segni di rallentamento la massa ritiene che
sia solo un movimento correttivo del presunto
nuovo Toro, mentre invece molte volte è
il segno che il Bear Market Rally è in fase
di indebolimento e il ribasso si prepara
a tornare. Quando il pubblico realizza
questo, spesso è già sotto il prezzo di
carico. La psicologia fa il resto.

Come comportarsi, quindi, in un Bear
Market Rally?

A mio avviso, la cosa migliore è questa:

“Per chi ha ancora posizioni azionarie, sfruttare
il Rally per liquidare. Per chi è completamente
fuori, stare alla finestra e magari rientrare al
ribasso quando ci sarà evidenza che il rally
è in esaurimento”.

Ok, questo sembra facile se effettivamente
sarà Bear Market Rally. Ma se, invece,
fosse un nuovo “Toro”? Se non compriamo
a prezzi così bassi, quando compriamo?

A priori, non escludo affatto che questo sia
un nuovo Toro e che i minimi fatti a marzo
siano definitivi. Semplicemente ancora non
ne abbiamo evidenza.

Ad un certo punto, se nuovo Toro sarà, avremo
delle evidenze chiare. Per chi segue le medie
mobili, i prezzi andranno sopra la media a
200 giorni, a 40 settimane e a 10 mesi (con
il superamento della media a 10 mesi su grafico
mensile quale segnale più importante e probabilmente
definitivo).
Per chi segue Bollinger, una rottura della
banda superiore sarà un forte segnale (su
un grafico di lungo periodo, mensile o settimanale
ed una media significativa e sempre di lungo
periodo). Per chi segue la Dow Theory, un
superamento da parte di DJ Industrial e
DJ Transportation di precedenti massimi
significativi.

Probabilmente tutte queste cose si verificheranno
contemporaneamente nello spazio di poco
tempo, se veramente inizierà un nuovo, pluriennale,
rialzo.

Avremo tutto il tempo per individuare il nuovo
Toro, i mercati non scappano. Se questo è
l’inizio di un nuovo Toro, dopo questo primo
forte movimento rialzista ci sarà una pausa,
una correzione (senza perforare i precedenti
minimi), un po’ di laterale. Le medie mobili
si abbasseranno e quando partirà un nuovo
rialzo le supereremo. A quel punto potremo
cogliere la parte centrale del movimento.
Come faceva Rotschild, lasciamo agli altri
il primo 20%. Facendo così, a lui non andò
così male.

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