Quattro steps per raggiungere la sicurezza finanziaria

Posted on Settembre 1, 2010 
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Non c’è dubbio che l’attuale crisi ha messo in luce molti comportamenti
finanziari sbagliati da parte degli individui in tutto l’occidente.

Molte persone, nella convinzione che il mercato azionario, salvo qualche
scivolone tenda sempre a salire, che gli immobili aumenteranno sempre di
valore ed altri concetti ormai consolidati, hanno fatto passi più
lunghi delle loro gambe e si sono strutturati in modo errato.

Gente che ha ecceduto in mutui troppo pesanti per il loro reddito, persone
che nell’azionario hanno usato leve eccessive o che hanno ecceduto nel prendere
debiti al consumo.

Alcuni di questi, trovatisi in difficoltà, rinunciano a prendersi la responsabilità
di quanto accaduto, imputando le colpe al fallimento del sistema, ai banchieri o
alla politica.

Mentre sicuramente politici e banchieri hanno colpe, queste non sono certo
una novità e per trovare la propria sicurezza finanziaria di certo non è sufficiente
scaricare altrove le colpe.

Il proprio successo finanziario passa, per forza di cose, dal prendersi le proprie
responsabilità.

Di seguito ci sono 4 steps che dovrebbero essere tenuti costantemente in
considerazione:

1 – Massimizzare le entrate e minimizzare le uscite: cercare di aumentare
costantemente le proprie entrate è molto importante, visto che questo determina
poi la propria capacità di risparmio. Inoltre, mentre le entrate possono essere in
qualche modo bloccate da situazioni contingenti, le uscite possono e devono essere
controllate, visto che molte di esse sono del tutto superflue.

2 – Vivere senza eccedere nelle spese e risparmiare il più possibile: nel lungo
termine, quanto “capitale” abbiamo dipende in primo luogo da quanto risparmiamo.
Questo elemento è molto importante, direi fondamentale. Inoltre, è molto importante
iniziare a risparmiare il prima possibile.

3 – Avere un piano di lungo termine: poche persone, anzi pochissime, fanno soldi
con il day trading o vincendo alla lotteria. I più che vi riescono hanno un piano, un
programma di lungo termine e lo seguono rigorosamente.

4 – Investire i propri risparmi in modo saggio, cercando di minimizzare costi e
tasse e tenendo sotto controllo i propri investimenti. I rendimenti non possono essere
conosciuti in anticipo, ma costi e tasse sì. Cercando di minimizzare i costi usando
ad esempio ETF in luogo di fondi pieni di commissioni o altri prodotti onerosi nel
lungo termine fa molta differenza.

Questi semplici quattro step sono fondamentali per il raggiungimento della propria
sicurezza e tranquillita’ finanziaria.

Recessione o depressione?

Posted on Agosto 30, 2010 
Filed Under Economia globale, Crisi Internazionali, Oro Commodity e Peak Oil, Inflazione, Banche Centrali | Leave a Comment

Da diverso tempo c’è un dibattito in cui si discute se quanto stiamo
vivendo sia una recessione “normale” o qualcosa di peggio, cioè una
vera e propria depressione.

Vediamo oggi quali sono gli argomenti relativi al fatto che questa, in
realtà, sia una depressione piuttosto che una recessione.

Il primo argomento relativo alla depressione è ovviamente la
disoccupazione.

Attualmente, in America la disoccupazione per la popolazione lavorativa
dei maschi adulti (25-64 anni) ha toccato un livello superiore a quello
della crisi dell’82, picco del dopoguerra, mentre la disoccupazione per
i giovani tocca addirittura il 25%.

Che questa sia più una depressione puo’ essere poi indicato dal fatto
che il costo per il Governo dello stimolo continua ad essere elevato.
Nelle scorse settimane, la Casa Bianca ha alzato la sua previsione circa
il budget 2011, che vedrà un deficit di 1,4 trilioni, dai precedenti
1,267 trilioni.

Ancora, dopo quasi due anni dall’inizio della crisi la FED sta ancora
cercando misure di stimolo monetario. E, intanto, nel 2010 altre 103
banche sono sostanzialmente fallite e il credito bancario continua a
contrarsi.

Tutti segnali, questi, che la crisi è ancora lontana dall’essere superata e
che effettivamente quella che stiamo vivendo può essere persino una
depressione. Sicuramente, la crisi maggiore dai tempi del ‘29.

La notizia positiva, a livello di mercati, è che mentre dal punto di vista
nominale le quotazioni azionarie si sono ben riprese dopo i minimi del
2008/2009, dal punto di vista reale (quotazioni azionarie / prezzo dell’oro)
i prezzi sono notevolmente più bassi rispetto al 2007 o al picco,
sempre in termini reali, del 2000.

Cosa, questa, dovuta in parte ai ribassi dei corsi azionari, in parte al forte
apprezzamento dell’oro, che continua a mantenersi elevato, anticipando
quello che in precedenti post ho chiamato “Quantitative Easing 2.0”,
cioè un nuovo forte stimolo monetario.

A proposito di oro, negli ultimi due anni gli investitori hanno acquistato oro
ad un livello record, depositando poi lo stesso presso le banche commerciali
(direttamente o tramite ETF/ETC che detengono fisico). Le banche commerciali,
essendo piene di oro, potrebbero iniziare ad usare questo asset come nuovo
collaterale. L’uso dell’oro come collaterale per le operazioni finanziarie potrebbe
rappresentare un nuovo motivo per l’apprezzamento.

Le previsioni di un grande esperto

Posted on Agosto 23, 2010 
Filed Under Investire intelligentemente, Economia globale, Wealth Building, Operatività e Gestione Portafoglio, Value Investing, Tassi e Obbligazioni, Mercati Emergenti, Oro Commodity e Peak Oil, Mercati Azionari | Leave a Comment

Nel mese di luglio è uscita la lettera trimestrale di Jeremy Grantham,
uno degli analisti ed addetti all’Asset Management più interessanti in
America. La sua capacità di anticipare il futuro dei mercati ad oggi è
stata molto buona, per non dire quasi eccezionale.

Nell’ultimo decennio, ha previsto con anticipo sia l’esplosione della
bolla tecnologica nel 2000-2002, sia il punto di acquisto a marzo
2009.

Nell’ultima lettera uscita, Grantham ha toccato diversi temi anche di
carattere macroeconomico, quale l’invecchiamento della popolazione,
il problema della spesa sanitaria e molto altro. La lettera completa può
essere ritrovata qui: http://www.gmo.com/websitecontent/JGLetter_SummerEssays_2Q10.pdf

A noi, comunque, interessa principalmente la parte dedicata al mondo
degli investimenti.

Nella sua lettera trimestrale, Grantham presenta sempre l’analisi sul
rendimento atteso per i prossimi sette anni di varie classi di investimento.

Nell’ultima lettera, la classe per cui viene previsto il rendimento più elevato
e’ quella delle azioni USA di elevata qualità (società grandi, con notevole
vantaggio competitivo e ben stabilite, come ad esempio Coca Cola, Wal Mart,
IBM, ecc…). Per questa classe di investimento Grantham prevede un
rendimento reale annuo composto del 7,3%.

Subito dietro ci sono i mercati emergenti, per i quali è previsto un rendimento
reale annuo composto del 6,6%.

Al terzo posto, con un rendimento reale ancora soddisfacente, ci sono le
azioni internazionali ad alta capitalizzazione (prevalentemente Europa,
Giappone, ecc…), con un rendimento del 4,4%.

Quindi seguono altre classi di investimento con rendimenti meno interessanti
come le small cap internazionali e le large cap USA (non “quality”), con un
rendimento reale del 2,9% e le small cap americane con un rendimento atteso
reale dell’1,1%.

Sul fronte bond, Grantham è invece piuttosto pessimista. Solo i bond
emergenti offrono un ritorno reale abbastanza buono, con un +2,2% annuo
composto. Gli inflation linked si posizionano al +0,5%, i governativi
USA allo 0,1%, mentre i governativi a breve termine (30 giorni – 2 anni)
americani hanno un rendimento atteso reale addirittura negativo, -0,1%,
così come i governativi internazionali, addirittura -0,8%.

Complessivamente, l’idea di Grantham non è molto diversa da quanto
proposto nel nostro servizio premium Trend e Strategie di Investimento.

Nel portafoglio generale del nostro servizio premium abbiamo sia societa’
USA di elevata qualita’, sia una forte esposizione sugli emergenti, mentre
gli investimenti che Grantham prevede abbiano poche potenzialita’ sono
fortemente sottopesati o non presenti.

E questa composizione ci ha permesso di sovraperformare ampiamente
gli indici generali: +25% circa da settembre 2006 ad oggi, mentre gli
indici europei ed americani, nello stesso periodo, hanno perso tra il 20%
e il 30%.

Quantitative Easing 2.0

Posted on Agosto 4, 2010 
Filed Under Bolle speculative, Economia globale, Crisi Internazionali, Oro Commodity e Peak Oil, Inflazione, Banche Centrali | Leave a Comment

In un vecchio articolo di circa un mese fa, scrissi sul tema del
rendimento del debito. In particolare, questa è la parte che ci
interessa:

“Il debito, in linea teorica, viene contratto per coprire spese ed
investimenti che dovrebbero contribuire al miglioramento delle
condizioni economiche nel paese. In altri termini, per creare la prosperità.

Fino a che la prosperità aumenta e il debito non va fuori controllo, la
cosa puo’ continuare e, per certi versi, si puo’ dire che il debito non e’ troppo
alto anche quando si trova ad una percentuale rilevante sul PIL prodotto.

Quando, però, gli impieghi del debito non sono particolarmente remunerativi,
le cose si fanno difficili. A livello di economia nazionale, dire che gli impieghi
del debito non sono remunerativi equivale a dire che essi non generano più
sufficiente crescita. Se la ricchezza prodotta non cresce adeguatamente e i
debiti si accumulano, il loro “servizio” (cioè il pagamento di interessi)
diventa progressivamente meno sostenibile.

In molti paesi occidentali sta accadendo proprio questo. La recente crisi
ha portato non ad un ristagno, bensì addirittura ad una contrazione del PIL.
Di conseguenza, la sostenibilità dei debiti è divenuta più problematica”.

Storicamente, lo sviluppo, la crescita, arriva dagli investimenti privati. Gli investimenti
pubblici creano importanti sistemi di supporto (come infrastrutture, spesa sociale, ecc…),
ma difficilmente di per se sono motori della crescita. Inoltre, è spesso molto alta la
probabilità che gli investimenti pubblici finiscano per essere improduttivi.

Contemporaneamente all’aumento dei debiti pubblici, stiamo assistendo ad
un deleverage sul fronte privato.

Il fatto che aumenti il debito pubblico per finanziare la relativa spesa, mentre cala
quello destinato a imprese e privati che, oltre ai consumi, finisce col finanziare anche
investimenti, non è affatto positivo. O meglio, di per se il calo del debito privato,
visto gli alti livelli raggiunti, non è un male, ma è il debito pubblico in aumento
che è preoccupante.

Difficilmente, quindi, si potrà innescare un circolo virtuoso su queste basi. Molto
probabilmente, serviranno nuovi stimoli. Questo, mi porta a trattare il tema di un
possibile nuovo stimolo monetario, che su molti siti e testate economiche e finanziarie
viene definito “Quantitative Easing 2.0”, per segnalare che segue quello messo in atto
tra il 2008 e il 2009.

Anche Jim Grant, una delle voci più ascoltate in campo finanziario ed editore della
pubblicazione “Grant’s Interest Rate Observer” vede come inevitabile il Quantitative
Easing 2.0. Se sarà come quello del 2008/2009 o se sarà il doppio, dice Grant, è
abbastanza irrilevante. Quel che è certo è che ci sarà, poiché è l’unica opzione dei
banchieri centrali.

Oro e metalli preziosi, di conseguenza, dovrebbero continuare a trovare supporto
dall’espansione monetaria.

Cosa separa i grandi trader da coloro che perdono.

Posted on Luglio 30, 2010 
Filed Under Wealth Building, Investire intelligentemente, Operatività e Gestione Portafoglio, Mercati Azionari | Leave a Comment

Ho scritto diverse volte in passato sul tema dei buoni traders/investitori
in confronto a coloro che, invece, sui mercati perdono in continuazione.

In un recente articolo pubblicato sul sito Zerohedge, c’e’ un’interessante
analisi secondo cui, per padroneggiare completamente una disciplina ad un
livello superiore agli altri servono circa 10.000 ore di pratica.
Questo equivale a circa 4 ore al giorno per 10 anni.

Le 10.000 ore valgono per diverse discipline: dalla medicina all’ingegneria,
dalla legge ad altre varie discipline di tipo “cognitivo”.

Il trading, da questo punto di vista, non e’ molto diverso. Essendo anch’essa
un’attività che richiede uno sforzo cognitivo, sono necessarie molte ore di
studio e pratica per essere padroneggiata. Per essere tra quel 7-8% che sui
mercati guadagna anziché perdere non serve qualche talento straordinario o
un sistema miracoloso, ma come in altre discipline serve molta, tanta “educazione”
alla materia.

Da questo, deriva il corollario che diventare ricchi in poco tempo con qualche
operazione borsistica è pura utopia. Magari qualche fortunato che così ha fatto
negli anni ‘90, al tempo della grande Bolla Tecnologica, c’è stato, ma i più
hanno perso quanto guadagnato, per via del fatto che non avevano sufficiente
educazione finanziaria.

Per fortuna, al contrario di tante altre discipline, negli investimenti e’ possibile
ottenere un buon rendimento dai propri soldi anche mentre si studia.

Con un sistema automatico come il “Lazy Portfolio” che presentiamo all’interno
del nostro servizio premium Trend e Strategie di Investimento, è possibile, senza
particolari conoscenze e senza particolare impegno, impiegare una tecnica provata,
basata su studi e ricerche che hanno poi vinto un premio Nobel, la quale storicamente
ha dato buoni risultati.

Poi, dopo le fatidiche 10.000 ore, si puo’ provare a fare meglio, anche se ci sono
buone probabilità che, dopo 10.000 ore di studio serio del mondo dei mercati e della
finanza, si arrivi a concludere che un market timing spinto non porta da nessuna parte
e che, quindi, un sistema di investimento automatico o quasi, con poco trading e poche
operazioni, puo’ portare a risultati molto interessanti.

Il caso BP e l’investimento in singoli titoli

Posted on Luglio 26, 2010 
Filed Under Wealth Building, Investire intelligentemente, Operatività e Gestione Portafoglio, Value Investing, Mercati Azionari | Leave a Comment

Sebbene di tanto in tanto all’interno del nostro servizio premium
Trend e Strategie di Investimento deteniamo in portafoglio qualche
singola societa’, la mia idea e’ che la parte “core” di ogni portafoglio,
cioe’ la maggior parte di esso, debba essere investita in interi panieri,
cioe’ ETF su indici ben diversificati globalmente e settorialmente.

Ricerche accademiche e su pubblicazioni finanziarie mostrano che
fare stock-picking non e’ affatto facile. Non lo e’ per i professionisti
e non lo e’ per gli investitori privati.

Molti ritengono che con una buona analisi delle societa’ si possa ovviare
al problema e, quindi, si possa effettivamente provare a scegliere
titoli con potenzialita’ di rendimento superiori.

Tuttavia, credo che proprio il recente caso BP ci dimostri l’esatto
contrario.

Prima del disastro ecologico, BP era a tutti gli effetti un’ottima
corporations, ben gestita operativamente e finanziariamente.

Come molte altre Big Oil aveva molte riserve, un ottimo rendimento
sul capitale investito, un dividendo interessante e un debito sostenibile.
Sotto molti parametri di analisi fondamentale, la società poteva essere
considerata un titolo conservativo, non eccessivamente rischioso.
Sicuramente buono per investitori non troppo propensi al rischio.

Tuttavia, un evento imprevedibile e casuale ha modificato tutto
riguardo a questa società. Negli ultimi 3 mesi, il titolo ha perso il
35% circa del valore, mentre l’indice S&P500 ha perso solo il
10%.

Questo e’ comunque solo il caso piu’ evidente. Ma ci sono centinaia
di storie simili, di societa’ considerate sicure e conservative che pero’
hanno improvvisamente o progressivamente mancato stime di crescita,
visto svanire il loro vantaggio competitivo, visto saturare il mercato,
ecc…, sottoperformando notevolmente il mercato.

CONCLUSIONI.

Investire in qualche singola societa’ non e’ sbagliato e puo’ avere
anche un senso nel tentativo di spuntare rendimenti superiori.

Tuttavia, si deve considerare che riuscire a farlo e’ poi molto piu’
difficile di quanto si pensi.

E’ percio’ preferibile e necessario che la maggior parte del proprio
portafoglio sia investito su interi indici.

Puo’ essere il momento di comprare azioni?

Posted on Luglio 22, 2010 
Filed Under Investire intelligentemente, Wealth Building, Operatività e Gestione Portafoglio, Value Investing, Psicologia del Mercato, Mercati Azionari | Leave a Comment

Gli ultimi mesi non sono stati particolarmente positivi per i
mercati azionari. Dopo il forte rialzo del 2009 e dei primi mesi
del 2010, le azioni sono scese anche in modo pesante per via
della crisi dell’euro e della paura che la crisi non sia affatto
superata e torni a farsi sentire.

Il mercato azionario non è ben visto in questo momento. Molti
si attendono un nuovo crollo, nuove discese. E magari sarà
proprio così. Nessuno puo’ prevedere il futuro, quindi le azioni
potrebbero salire, così come potrebbero scendere.

Investire in una classe di investimento non significa mai operare
con certezza, ma soltanto operare cercando di avere le probabilità
a proprio favore. E mentre nessuno sa se, effettivamente, ci sarà una
nuova recessione e nessuno sa quale sarà, eventualmente, il suo
impatto sui prezzi delle azioni, ci sono degli elementi oggettivi che
ci aiutano ad avere le probabilità a nostro favore.

In primo luogo, va considerato che le azioni non sono così “economiche”
almeno da 20 anni. Il P/E dell’indice S&P500 con, al denominatore, gli utili
stimati per il prossimo anno, è pari a 12. A meno che le stime non saranno
mancate per un margine molto elevato e a meno che non ci sarà un crollo
degli utili societari, il multiplo dell’indice sarà ad un livello che non si vedeva
dagli anni ‘80.

Ancora, molti “world dominator”, cioè business che sono leader mondiali
incontrastati come Wal-Mart, Microsoft, Intel, Exxon, ecc… quotano
multipli estremamente bassi.

Queste sono società che, storicamente, difficilmente hanno visto multipli
inferiori a 20. Oggi molti di questi business quotano tra 10 e 12 volte gli utili
e diverse hanno una posizione finanziaria netta positiva (eccesso di disponibilità
liquide rispetto ai debiti) che le rendono ancora più economiche.

Il sentiment è abbastanza negativo. Il sondaggio periodicamente effettuato
presso l’American Association of Individual Investor ha dato, come risultato,
un 25% di “bullish” e un 42% di “bearish”. Generalmente, questi sondaggi hanno
un valore contrarian. Se i più sono già negativi sulle prospettive, con buona probabilità
hanno già effettuato le vendite.

Complessivamente, le azioni potrebbero continuare a scendere. Dire che le valutazioni
sono buone non significa che saliranno senza sosta.

Tuttavia, ritengo che chi ha un orizzonte temporale sufficientemente lungo, a
questi livelli e con questo sentiment dovrebbe ottenere buoni risultati nel
lungo periodo.

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