La recessione dovrebbe essere finita
Posted on Marzo 10, 2010
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So che questa frase probabilmente non sarà condivisa da molti.
Dopotutto, continuano ad uscire dati in Europa su PIL negativi,
riprese molto lente ed incerte, disoccupazione ancora alta ed in aumento.
E condivido che al momento i dati non lasciano ancora intendere
che la recessione sia finita e che il peggio è alle spalle. Tuttavia,
guardando un solo indicatore che in passato ha individuato quasi
tutte le recessioni e la loro fine, non si puo’ che concludere che le
probabilità di una ripresa dell’economia sono molto alte.
L’indicatore in questione è il così detto “Yield Curve”, cioè la curva
dei rendimenti. Quando i tassi a breve sono più alti di quelli a lungo
termine (curva invertita), allora la recessione è molto probabile. Viceversa,
quando i tassi a lungo termine sono stabilmente più elevati di quelli a breve,
allora ci troviamo in uno scenario più ordinario e normale e generalmente
questo è compatibile con una più o meno elevata crescita
economica.
Nella storia, ogni qual volta il differenziale è passato in negativo, c’è
poi stata una recessione, con l’esclusione di un periodo a metà anni ‘60,
quando c’è stato un falso segnale.
In questo momento, il differenziale è molto ampio, su livelli simili a
quelli di inzio anni ‘90 e di inizio 2000. In entrambi i casi, la recessione
è stata superata e i mercati azionari hanno messo a segno degli ottimi rally
(negli anni ‘90 direi eccezionali).
Per oggi, quindi, appuntatevi il fatto che il livello di questo indicatore
ci sta dicendo che la recessione è terminata.
In un prossimo post, vedremo anche il motivo economico per cui
la curva dei rendimenti è un importante indicatore delle recessioni e
della loro fine.
Possiamo avere deflazione?
Posted on Marzo 9, 2010
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Da diverso tempo, questo è sicuramente uno dei temi
più dibattuti.
Gli schieramenti sono due: da un lato c’è chi vede una situazione
simile a quella giapponese degli anni ‘90 e 2000, dove la stagnazione
economica e lo “sgonfiamento” della bolla creditizia portò, negli ultimi
venti anni, ad alcuni anni di deflazione, alternati a brevi periodi di
lieve inflazione.
Dall’altro, c’è chi ritiene che l’enorme espansione monetaria posta
in essere dalle banche centrali nell’ultimo anno per fronteggiare
la crisi bancaria prima o poi entrerà in circolo nell’economia,
portando i prezzi di beni, servizi ed asset verso l’alto.
Due settimane fa, il “guru”Robert Pretcher ha rilasciato un’intervista dove
ha detto che la deflazione sta arrivando. Ho già espresso i miei dubbi su
Pretcher (ed i guru in genere) in passato, ma al di là di questo credo che
anche questa volta Pretcher sbagli.
Abbiamo avuto un momento di deflazione, ma ora gli indici dei prezzi si
stanno riprendendo.
Sicuramente non credo che vedremo nell’immediato livelli inflattivi simili
a quelli degli scorsi anni, serve tempo per far sì che gli stimoli monetari
entrino nel sistema economico reale.
Ma ad un certo punto, questo accadrà. E per parlare di deflazione, è
necessario che i prezzi scendano per più anni consecutivi e ritengo la
cosa abbastanza improbabile.
Comunque, Pretcher parla di deflazione da anni, forse decenni, sbagliando
sempre. Forse questa volta avrà ragione. A forza di gridare “al lupo”, prima
o poi capita che il lupo arrivi veramente.
Le small cap sono tra i migliori investimenti durante la ripresa dei mercati
Posted on Marzo 2, 2010
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Secondo molte statistiche, le small cap battono le large
cap per ben tre anni dopo l’uscita da una recessione.
Questo significa che, quando il “Bear Market” che di solito
anticipa la recessione arriva alla fine, nei 36 mesi successivi,
generalmente, le piccole battono le grandi capitalizzazioni.
Il 2009 non ha fatto eccezione, con le small cap che sono state
le migliori, se si esclude alcuni settori che hanno fatto meglio.
Quali settori? Semplice, quelli che erano stati colpiti
maggiormente dal precedente ribasso. Non a caso, nel 2009 il
settore bancario è stato uno dei migliori con un rally molto
forte dai minimi di marzo.
In questa fase, gli operatori credono molto sul “rebound” dei
titoli precedentemente colpiti e quindi puntano su di essi a
prescindere dalla qualità.
Quando, però, la prima parte del rally è terminata, gli operatori
iniziano ad abbandonare questi titoli e spostarsi su quelli che
hanno vera qualità.
Nella seconda fase, quindi, le “value” small” cap sono il comparto
meglio posizionato.
Ma perché nelle fasi positive dei mercati le Small Cap tendono
a fare meglio delle grandi capitalizzazioni? Ci sono essenzialmente
quattro motivi:
Innovazione: generalmente le small cap tendono ad innovare molto.
Tutte le grandi capitalizzazioni di oggi, da Microsoft ad Apple
ad Intel e molte altre, erano un tempo delle innovative small cap.
E mentre le grandi capitalizzazioni generalmente durante le fasi
difficili dell’economia tendono a ridurre l’innovazione
concentrandosi magari sull’efficienza (ad esempio tagliando i posti
di lavoro), le small cap spesso sopravvivono solo grazie all’innovazione
e quindi continuano ad innovare indipendentemente da come va
l’economia. E quando poi arrivano le fasi positive dei mercati,
l’ottimismo tende a premiare queste piccole realtà innovative.
Dimensioni: la piccola dimensione permette a queste società di
essere particolarmente elastiche nell’adattarsi alle diverse
condizioni dei mercati.
Mercati di nicchia: le small cap operano spesso in piccole nicchie
di mercato che possono essere in espansione anche durante le fasi
negative dell’economia. Tali nicchie, poi, possono diventare ancora
più rilevanti una volta che la recessione è terminata.
Ignorate dagli investitori istituzionali: spesso queste società
non sono seguite da analisti e non sono nei portafogli degli istituzionali.
Quando questi iniziano a seguire queste società, il flusso di capitali
che si riversa su di esse puo’ portare a notevoli espansioni della
capitalizzazione.
Uno dei modi per investire in Small Cap è tramite l’ETF Ishares DJ Eurostoxx
Small Cap, che da diverso tempo deteniamo anche all’interno del nostro
portafoglio generale del servizio premium Trend e Strategie di Investimento.
Altri emittenti di ETF come Lyxor o DB hanno ETF equivalenti a quello
di Ishares ugualmente validi.
Tuttavia, bisogna dire che le small cap che sono detenute dall’ETF non
sono proprio “small” e purtroppo non ci sono ETF che investono in vere
e proprie piccole capitalizzazioni. Tuttavia lo stock-picking su questi
titoli non è facile e quindi questi ETF rappresentano un giusto compromesso.
Quando finirà la crisi
Posted on Febbraio 26, 2010
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Un libro recentemente pubblicato dal titolo:
“This Time is Different: Eight Centuries of Financial
Folly”, scritto da Rogoff e Reinhard (due economisti),
fa il resoconto su diverse crisi finanziarie della storia.
Sebbene questi due autori non siano operatori dei mercati
finanziari, né puntano a fare il market timing degli indici
azionari, diversi spunti e dati di questo testo ci aiutano
a comprendere meglio la crisi che abbiamo vissuto e
a che punto siamo.
Semplificando le conclusioni del libro, questo è quanto
accade dopo un crisi finanziaria:
1 – Il prezzo delle case e i mercati azionari scendono
spesso in modo drammatico durante questi anni;
2 – Il debito pubblico aumenta;
3 – L’economia ristagna e la disoccupazione cresce.
Ognuno di questi aspetti viene analizzato in dettaglio, con
precise “timeline” di ogni crisi e questo ci aiuta a
capire a che punto siamo. Vediamo meglio il dettaglio.
Mercato azionario
Durante le crisi finanziarie, al picco minimo generalmente
i mercati azionari scendono del 56% rispetto al precedente
massimo e la discesa dura mediamente 3 anni e mezzo.
In questa crisi, l’indice americano al picco minimo è sceso
leggermente di più rispetto alla discesa media, ma il
percorso ribassista è avvenuto in molto meno tempo (poco più
di un anno). Ora, stando alla storia, la discesa come entità
è in linea con la media. Dato comunque che abbiamo ancora
un altro anno per arrivare alla durata media della discesa,
non è escluso che possa esserci un’altra gamba ribassista.
Dal punto di vista del mercato azionario, quindi, i giochi
sarebbero ancora aperti. Personalmente, comunque, credo che
il minimo di marzo 2009 sia un minimo definitivo e che
l’ultima gamba ribassista non ci sarà. Questo non significa
che dai livelli attuali non potremo far altro che salire, ma a mio
avviso non dovremmo andare più sotto le quotazioni di marzo 2009.
Prezzi delle case
Questo è un settore che non amo particolarmente sia perché
non lo conosco bene come il mercato finanziario, sia perché
esistono molti mercati immobiliari a seconda della diversa
zona geografica.
In ogni caso, durante la recente crisi il comportamento dei
prezzi immobiliari è stato simile a quello dell’azionario.
Rispetto alle medie storiche, gli immobili sono scesi di più
e in più breve tempo. Anche qui, i minimi sono forse stati
fatti, ma i prezzi potrebbero muoversi poco ancora per anni.
Disoccupazione
Durante le crisi bancarie, generalmente la disoccupazione
sale di 7 punti percentuali. Ad oggi, essa è salita di soli
cinque punti. Su questo aspetto, quindi, potrebbe verificarsi
ancora un aumento della stesso fino ad arrivare al 12% circa
(in USA).
Debito pubblico
Storicamente, rispetto ai livelli pre-crisi, il debito pubblico
sale di ben 86 punti percentuali. In questo momento, è difficile
quantificare effettivamente quanto sia salito il debito pubblico
USA, ma probabilmente non siamo ancora a questi livelli. In altri
termini, anche in caso di peggioramento del deficit la cosa potrebbe
essere incredibilmente in linea con quanto già accaduto nella storia.
Conclusioni:
Stando alla storia, questa crisi è stata leggermente più pesante
della media, ma si è realizzata in un arco di tempo estremamente
minore e quindi è stata più rapida. L’aspetto positivo è che, stando
a diversi elementi, il peggio dovrebbe essere alle spalle.
Il mercato azionario e quello delle case dovrebbero aver fatto il
bottom lo scorso anno. La disoccupazione potrebbe crescere ancora,
ma anche qui gran parte del percorso è stato fatto.
Quello che ora deve essere tenuto sotto controllo è il debito pubblico
che potrebbe salire più del previsto.
Attualmente, non credo siano ancora mature le condizioni per
la nascita di un nuovo Bull Market di lunghissimo periodo, ma
quantomeno per un po’ dovremmo goderci questo Bull Market ciclico.
Quando vendere un investimento
Posted on Febbraio 24, 2010
Filed Under Wealth Building, Investire intelligentemente, Operatività e Gestione Portafoglio, Value Investing, Mercati Azionari | Leave a Comment
Nei libri di finanza, sui siti web e sui giornali
specializzati si dedicano pagine e pagine su tecniche,
sistemi e considerazioni che ci dicono (o provano a
farlo) quando comprare, quando entrare sul mercato,
quando comprare un titolo e perché.
Poche, in rapporto, sono le parole spese su un tema a
mio avviso più importante, cioè quando vendere.
Diverse scuole di trading, in particolare quelle aderenti
al filone del “trend following”, hanno mostrato che
persino un sistema di entrata puramente causuale basato
sul lancio di una moneta o qualcosa di simile puo’
portare a risultati profittevoli se si ha un buon sistema
di gestione della posizione che ci dice quando uscire
e, soprattutto, se lo rispettiamo.
In altri termini, un’ottima exit strategy compensa
ampiamente un timing sbagliato.
Vediamo quindi, oggi, come affrontare questo problema:
“Quando vendere un investimento”?
Il tema è stato piuttosto attuale dato il fatto che solo
un paio di settimane fa abbiamo vissuto una correzione
abbastanza marcata sui listini che ha messo in agitazione
gli investitori meno convinti. Anche all’interno del nostro
servizio premium Trend e Strategie di Investimento mi sono
arrivate diverse domande se fosse o no il caso di uscire da
alcuni investimenti.
In tutti i casi la mia risposta è stata la stessa: “Non ho
idea dicosa farà il mercato questa settimana o la prossima.
I fondamentali che mi avevano portato ad avere determinati
titoli non erano cambiati, quindi non c’era motivo per
uscire da questi titoli. Ma se proprio le cose fossero andate
male,le nostre trailing-stop sarebbe stato il livello di uscita”.
Il trailing-stop è forse il metodo migliore per decidere
quando vendere un investimento.
Si fissa un livello massimo di perdita quando si compra un
titolo, cioè si fissa la stop-loss. Quindi, man mano che il
prezzo sale, si aggiusta lo stop verso l’alto. In questo modo
si cavalca la salita fino a che tale salita c’è, poi quando
si inverte il trend si taglia.
Il livello di stop da usare è soggettivo e dipende dalla
tolleranza al rischio. Ad esempio, l’Investor Business Daily
raccomanda un 7-8%.
Questo livello puo’ andar bene, ma personalmente preferisco
un livello più ampio del 25%. Questo livello permette
all’investimento di oscillare senza essere prematuramente
tagliato.
Ma ripeto, quello che è importante non è se usare il 25%,
il 20% o il 10%. Quello che è importante è il concetto.
La trailing stop è uno dei migliori metodi per gestire la
posizione e decidere quando vendere senza farsi prendere
dalle emozioni.
Dopo il rialzo della FED…
Posted on Febbraio 22, 2010
Filed Under Economia globale, Forex e Valute, Inflazione, Banche Centrali, Tassi e Obbligazioni | Leave a Comment
La scorsa settimana la FED ha alzato il tasso di sconto
di 0,25 punti percentuali, portando lo stesso allo 0,75%.
L’operazione, secondo le parole della FED, è orientata a
riportare a condizioni di normalità nella politica della FED,
dopo le ampie facilitazioni monetarie implementate a partire
dalla fine del 2008 per affrontare la crisi creditizia. L’aumento
riguarda il tasso di sconto, che è diverso dal più noto e
monitorato tasso di riferimento che rimane ancora tra lo 0%
e lo 0,25%.
In ogni caso, l’azione mostra la volontà della FED di procedere
ad una riduzione degli stimoli monetari. Sulla notizia, il dollaro
ha guadagnato molto contro le altre principali valute, in particolare
contro l’euro.
Personalmente, credo che questo sarà un trend dei prossimi
mesi, cioè che la FED implementerà altre azioni orientate a
ridurre gli stimoli monetari, anche per evitare potenziali spinte
inflazioniste.
Man mano che la FED incrementerà i tassi a breve, inevitabilmente
anche quelli a lungo termine ne risentiranno e dovrebbero tendere
a risalire. Non escluderei che per la fine dell’anno i tassi sui
decennali americani possano guadagnare più di un punto, andando
oltre quota 5%.
Questo mi porta a considerare l’ambiente in cui ci troveremo ad
investire. I tassi in rialzo sono uno degli ambienti peggiori. Infatti,
le obbligazioni a lungo termine, in particolare i titoli di stato, soffrono
quando i tassi salgono.
Tuttavia, anche le azioni soffrono, perché man mano che i tassi
aumentano, il free-risk diventa più competitivo come rendimento
e quindi il multiplo P/E si contrae.
Detto questo, credo che il rialzo delle azioni non sia terminato,
tuttavia difficilmente avremo un altro anno positivo come il
2009. Soprattutto, dovrebbe esserci maggiore volatilità rispetto
agli ultimi mesi.
Quello che, invece, dovrebbe accompagnare questo rialzo
dei tassi, è una ripresa economica abbastanza robusta, soprattutto
in USA, ed un dollaro tutto sommato forte. A mio avviso, dollaro
ed inflazione in aumento dovrebbero essere due temi che renderanno
bene in questo 2010.
Alla ricerca di rendimento
Posted on Febbraio 17, 2010
Filed Under Economia globale, Banche Centrali, Tassi e Obbligazioni | Leave a Comment
In questi giorni, il differenziale tra tassi di
interesse a lungo termine e quelli a breve termine
è raramente stato più alto di oggi.
Sebbene i tassi a lungo termine non siano ai massimi
storici, la differenza con quelli a breve è molto
elevata proprio a causa del livello molto basso di
questi ultimi.
Nel tentativo di evitare il meltdown del sistema
finanziario circa una anno e mezzo fa, le principali
banche centrali del mondo hanno mandato i tassi
a breve ai minimi.
Dal punto di vista economico, comunque, questo è
relativamente positivo. Infatti, uno spread positivo
ed elevato tra tassi a lungo e tassi a breve è
storicamente positivo. Infatti, mentre la parte
della curva dei tassi gestita in modo “politico”,
cioè quella a breve termine, mira a sostenere
l’economia nel breve, la parte della curva gestita
dal mercato, cioè quella a lungo, anticipa già
la maggiore inflazione futura e quindi un buon
andamento dell’economia.
Questo, comunque, non è l’argomento che voglio
approfondire oggi.
Quello su cui, invece, voglio soffermarmi, è che
chi è alla ricerca di rendimenti, in questo momento,
non dovrebbe scegliere titoli di stato a lungo termine,
nonostante il differenziale positivo con quelli a
breve.
Infatti, anche se il differenziale è alto, i tassi
a breve sono ai minimi. Questo significa che, più
avanti, inevitabilmente essi torneranno a salire,
con le banche centrali che rialzeranno il costo del
denaro.
Questo finirà inevitabilmente per creare pressione
anche sui titoli a lungo termine, i cui tassi
saranno spinti ulteriormente verso l’alto. E se i
tassi salgono, i prezzi scendono.
Personalmente, continuo a ritenere i titoli di stato
a lungo termine ancora una classe di investimento
rischioso.
Per chi cerca rendimenti, credo che delle azioni che
pagano buoni dividendi e hanno business relativamente
stabili possono ancora fare molto meglio dei bond a
lungo termine.