Utili Banca d’Italia: a chi vanno?

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La questione relativa agli utili Banca d’Italia e la proprietà della stessa è un tema su cui si è scritto e detto molto e suscita sempre un dibattito notevole.

Poiché come probabilmente sai la proprietà della Banca d’Italia è in mano a banche private, la domanda che ci si fa è: “Perché un istituto pubblico, che gestisce la politica monetaria del Paese direttamente (prima della BCE) o indirettamente (oggi), deve essere in mano ai privati, i quali ne prendono i relativi utili?”

La domanda è lecita e oggi cercherò di spiegarti più in dettaglio questa questione. Perché c’è davvero molta confusione.

Ma per capire tutto occorre fare un excursus storico.

La Storia della Banca d’Italia in breve

La questione monetaria e bancaria è vecchia quanto il Regno d’Italia. All’unificazione il mercato bancario/monetario era essenzialmente privato, non essendoci nemmeno il corso forzoso.

E’ infatti dal 1863 che il Regno d’Italia istituì il corso forzoso e il corso legale. Gli istituti di emissione al tempo erano sei:  Banca Nazionale degli Stati Sardi, la Banca Nazionale Toscana, la Banca Toscana di Credito per le Industrie e il Commercio d’Italia, la Banca Romana, il Banco di Napoli e il Banco di Sicilia. In pratica gli istituti di emissione dei maggiori stati pre-unitari.

Nel 1893, a seguito dello Scandalo della Banca Romana, i primi quattro istituti di emissione vennero fusi tra loro con una legge ad hoc e crearono la Banca d’Italia. La natura privatistica è quindi insita nella sua stessa nascita. Infatti, le quattro banche che parteciparono alla fusione erano società private a tutti gli effetti. Non solo, ma oltre all’attività di emissione svolgevano una vera e propria attività di banca commerciale per la clientela privata.

In questa fase, quindi, l’attività di emissione, che ora faceva capo a tre istituti (Banca d’Italia, Banco di Napoli e Banco di Sicilia), era solo una parte del business. L’attività commerciale, per certi versi, era persino prevalente. Altra cosa che potrà stupire era che la Banca d’Italia (così come le altre due) erano quotate in Borsa.

La Banca d’Italia, comunque, assunse via via un ruolo preminente. L’attività di emissione divenne preponderante e, inoltre, all’attività commerciale con i clienti privati si sostituì quella con gli altri istituti di credito. Di fatto, divenne progressivamente una “banca per le altre banche”. Per queste altre banche italiane riscontava cambiali e concedeva prestiti, divenendo quindi “prestatore di ultima istanza”, senza però poteri di vigilanza. Non raramente, partecipò a consorzi di salvataggio di imprese in crisi e assunse altre volte la gestione delle varie crisi bancarie.

Banca d’Italia, dal fascismo ad oggi

Gran parte delle funzioni di una moderna Banca Centrale vennero assunte dalla Banca d’Italia durante il fascismo.

Prima venne concesso il monopolio dell’emissione. Poi vennero assegnate funzioni di vigilanza per le Casse di Risparmio. Divenne preminente la gestione della politica monetaria.

Ed è in questo periodo che lo stato ne assume definitivamente la gestione.

Nel 1936 la Banca d’Italia cessò di essere una normale Società per Azioni. Si trasformò infatti in Ente di diritto Pubblico, gli azionisti privati vennero espropriati e le azioni furono assegnate  ad enti finanziari di rilevanza pubblica.

Una parte importante dell’azionariato attuale si forma in questo momento. Infatti allora il Credito Italiano e il Banco di Roma (oggi Unicredit), la Banca Commerciale (oggi Intesa), l’INA e altre società finanziarie ed assicurative erano sotto il controllo statale.

La progressiva cessione di queste partecipazioni ha fatto si che, di fatto, l’azionariato di Banca d’Italia sia diventato privato. Ma questo in realtà non è un’eccezionalità. Come detto, la Banca d’Italia è essenzialmente stata sempre privata. Dal Dopoguerra alle privatizzazioni, semplicemente i suoi azionisti privati erano anch’essi prevalentemente sotto il controllo statale.

Attualmente i maggiori soci Banca d’Italia sono Intesa SanPaolo, Unicredit, Generali Assicurazioni e Banca Carige. Questi rappresentano il 40% dei soci Banca d’Italia.

Tuttavia, dire che i privati si avvantaggino dei profitti dell’attività di emissione è errato.

Ripartizione utili Banca d’Italia: come avviene?

Secondo statuto, gli utili Banca d’Italia sono così ripartiti:

  • alla riserva ordinaria, fino alla misura massima del 20%
  • ai partecipanti, che risultino titolari delle quote al termine del quarantesimo giorno precedente alla data dell’assemblea in prima convocazione, fino alla misura massima del 6 per cento del capitale
  • alla riserva straordinaria e a eventuali fondi speciali, fino alla misura massima del 20 per cento
  • allo Stato, per l’ammontare residuo.

In pratica, su 100 euro di profitti netti, 20 vanno alla riserva ordinaria, massimo 6 vanno ai soci privati, il restante 74 può essere presa interamente dallo stato oppure minimo 54 presi dallo stato e altri 20 accantonati a riserva.

Di fatto, quindi, gli utili che vanno ai privati non superano il 6% degli utili realizzati.

Bilancio Banca d’Italia, di che numeri parliamo?

E’ vero che la politica monetaria è stata demandata oggi alla BCE. Tuttavia, la concreta realizzazione passa ancora in buona parte tramite le Banche Centrali dei singoli Paesi.

Di fatto la Banca d’Italia, nel 2018, ha avuto tra i suoi attivi oltre 600 miliardi di euro di titoli ed attività detenuti per finalità di politica monetaria (definiti dalla BCE).

Naturalmente questi titoli ed attività producono interessi , così come producono plusvalenze e cedole gli altri elementi dell’attivo.

In soldoni, sono ben 9 i miliardi incassati dalla Banca d’Italia.

Togliendo gli interessi passivi, i costi di gestione e le altre spese, l’utile prima delle imposte è di 7,3 miliardi.

Di questi, 1,155 miliardi arrivano direttamente allo stato sotto forma di imposte. L’utile netto residuo è pari a 6,23 miliardi. Di questi, il dividendo allo stato è stato pari a 5,7 miliardi.

Quindi, su 7,3 miliardi di utile lordo ben 6,855 miliardi arrivano allo stato come imposte e dividendi. Stiamo parlando del 94%!

Questo significa anche che di tutte le spese per interessi del Tesoro italiano ci sono comunque 5,7 miliardi che tornano allo stato come dividendi (6,855 considerando anche le imposte).

Naturalmente questo dipende molto dai nuovi piani di espansione del bilancio BCE e delle singole BCN. In passato i numeri non sono sempre stati così alti. Tuttavia, la quota di pertinenza dello stato, considerando anche le imposte, è sempre stato sopra il 75% dell’utile lordo.

Di fatto, i soci privati hanno le quote di partecipazione, ma prendono ben poco dei profitti.

Utili Banca d’Italia, conclusioni

Come vedi, pensare che i privati prendano direttamente i profitti derivanti dell’emissione monetaria è errato.

Questo non significa che, anche a mio avviso, sarebbe preferibile che la proprietà sia interamente in mano allo stato. Se non altro per motivi di trasparenza.

Detto questo, però, la maggior parte degli utili Banca d’Italia finisce comunque allo stato, riducendo l’onere netto per interessi passivi.

 

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