Cos’è il MES, Meccanismo Europeo di Stabilità

MES

Ormai da qualche settimana non si fa altro che parlare del MES, cioè del Meccanismo Europeo di Stabilità.

Da quanto ho letto in queste settimane è evidente che su questo tema c’è molta confusione. Spesso la scarsità di informazioni porta anche a trarre conclusioni non del tutto corrette.

Nell’articolo di oggi, quindi, ti spiegherò dettagliatamente cos’è il MES. Nel prossimo articolo, poi, vedremo quali sono i rischi generali e le problematiche specifiche per l’Italia.

Il tutto senza esporci in giudizi (favorevoli o contrari). Questo potrai farlo direttamente tu. Io mi limiterò esclusivamente a riportare i fatti oggettivi e il percorso che ha portato all’attuale dibattito sulla riforma del MES.

Prima del MES, il Fondo Salva Stati

Per poter parlare del MES dobbiamo partire dall’inizio e cioè da Fondo Salva Stati.

Nel maggio 2010 la Grecia perse l’accesso al mercato dei capitali. Di fatto, gli investitori privati non erano più interessati a sottoscrivere debito pubblico greco, ritenuto troppo rischioso. E la Grecia, senza poter rinnovare i propri titoli, sarebbe stata impossibilitata a garantire il funzionamento dello stato.

A fronte di questo, il Paese ellenico chiese aiuto all’Unione Europea, che fornì un prestito ponte coordinandosi con il Fondo Monetario Internazionale. Era la prima volta che l’FMI interveniva a sostegno di un Paese industrializzato. Per di più membro dell’UE, che nelle intenzioni doveva essere un blocco economico e finanziario alternativo agli USA e i nuovi giganti emergenti (Cina).

Per rispondere a questa situazione, l’UE istituì il Fondo Salva Stati. Il fine era di evitare nuovi casi simili alla Grecia, scongiurando anche ulteriori interventi dell’FMI.

Il Fondo Salva Stati  era un soggetto privato e indipendente dalla BCE. Il capitale è stato sottoscritto dai Paesi membri in base a specifiche percentuali di partecipazione. Gli stessi stati, poi, fornivano al mercato la garanzia sulle obbligazioni emesse dal Fondo e sottoscritte dal mercato (ma per lo più dalla BCE).

Con queste emissioni il Fondo Salva Stati acquisiva risorse finanziarie che avrebbe poi potuto mobilitare nel caso in cui un Paese membro avesse chiesto sostegno. Il totale di risorse “mobilitabili” dal Fondo a fronte delle garanzie emesse era pari a 700 miliardi di euro, ma per prudenza il totale dei prestiti autorizzati sono stati limitati a 440 miliardi.

Il Fondo Salva Stati avrebbe potuto comprare titoli sovrani, fornire prestiti specifici e ricapitalizzare le banche. A fronte di questo, però, chi chiede aiuto deve:

  1. Presentare richiesta ufficiale
  2. Si deve negoziare, tra Paese interessato, Commissione Europea e FMI, un programma specifico finalizzato al rimborso dei prestiti e alla sostenibilità del debito e delle finanze pubbliche.
  3. Le parti dovranno firmare un memorandum d’intesa

Il Fondo Salva Stati in pratica e i suoi limiti

Considerando il tutto da un punto di vista pratico, cosa faceva il Fondo Salva Stati? Semplicemente, riduce il costo del funding del Paese in difficoltà, garantendo la liquidità necessaria. Infatti il Fondo Salva Stati, grazie alla garanzia di Paesi ad alto standing come la Germania, l’Olanda o la Francia, si finanzia a tassi minimi (rating AAA, e poi si aggiunge anche l’eventuale supporto della BCE).

A questo punto il Fondo Salva Stati può prestare a tassi leggermente più alti del suo funding, ottenendo il necessario profitto per remunerare chi ha concesso la garanzia (cioè gli altri stati), ma al tempo stesso i tassi sui prestiti concessi sono più bassi di quelli che il Paese interessato sosterrebbe sul mercato dei bond (sempre che trovi soggetti che acquistano il debito).

Per certi versi, rappresenta una forma embrionale dei famosi “Eurobond” promossi da Tremonti. Uno strumento senza dubbio interessante e necessario per il funzionamento del sistema finanziario europeo. Però il fatto che a fronte del sostegno venissero chiesti programmi di austerità davvero brutali, ha reso questo fondo particolarmente inviso all’opinione pubblica. Del resto, era ed è utopico pensare che i massimi garanti (semplificando, Germania) accettino di fornire garanzie senza nulla in cambio.

Inoltre, la critica c’era anche da parte dei tecnici. Di fatto, il Fondo funzionava come quegli “impacchettatori” di titoli tossici e trasformatori in titoli low-risk che erano stati all’origine della crisi dei mutui subprime. Qui invece dei mutui c’erano di mezzo di debiti sovrani.

Dopo la Grecia, il Fondo Salva Stati intervenne anche per fornire prestiti a Irlanda e Portogallo.

Tuttavia, il Fondo Salva Stati aveva dei limiti.

Dal Fondo Salva Stati al MES – Meccanismo Europeo di Stabilità

Il Fondo Salva Stati funzionava sulla base di garanzie offerte dai singoli stati. Fino a che grandi Stati (essenzialmente Germania, Francia, Italia e Spagna) garantiscono per aiutare piccoli Paesi (Irlanda, Grecia, Portogallo), tutto è sostenibile. Il mercato ritiene le garanzie dei grandi più che sufficienti.

Ma cosa succede se a chiedere l’intervento è un grande Paese come la Spagna? E se addirittura fosse un gigante dell’eurozona come l’Italia?

In questo caso, il mercato non crederebbe mai che un piccolo Paese, anche solido, come l’Olanda o la Finlandia, possa sostenere una garanzia di quel tipo.

I limiti si presentarono con la crisi bancaria spagnola. Il Fondo non era assolutamente in grado di intervenire per fronteggiare questa crisi e per questo dovette intervenire la BCE. L’intervento fu atipico e straordinario. La sua esposizione nell’estate 2012 verso il sistema bancario spagnolo raggiunse i 370 miliardi di euro, riuscendo comunque a tamponare la crisi.

Da qui fu chiara la necessità di uno strumento più potente. Ed era il momento del MES.

MES cos’è il Meccanismo Europeo di Stabilità?

Mentre la filosofia del MES non è molto diversa da quella del Fondo Salva Stati, la sua forza è stata aumentata.

In primis, il MES non funziona solo sulla base delle garanzie degli stati. Questa volta doveva essere messo nel fondo un capitale vero. Inizialmente, la capacità di prestito è stata fissata a 700 miliardi di euro, con il capitale effettivamente immesso pari a 80 miliardi e poi gli altri 620 miliardi approvvigionati tramite emissione di bond.

Le quote di partecipazioni sono proporzionali al PIL. L’Italia, terzo dell’eurozona, partecipa con una quota del 17,9%.

Il MES opera tramite un Consiglio dei Governatori, composto dai Ministri delle Finanze dei Paesi partecipanti, ed opera tramite un Consiglio di Amministrazione, un Direttore Generale e vede, nel ruolo di osservatori, la presenza del Commissario Europeo agli Affari Economici e del Presidente della BCE.

Il MES, va chiarito subito, è un organo tecnico, non politico. Fin dalla sua istituzione, non ha obiettivi politici (redistribuzione, compensazioni, stimolo allo sviluppo, ecc…). I suoi obiettivi sono esclusivamente tecnici (migliorare in funzionamento del sistema finanziario europeo). Persino i pochi ministri presenti, quelli delle Finanze, sono molto spesso i ministri più tecnici nei loro Paesi.

Chi opera ha una forte protezione politica. Infatti, ovunque operino e siano residenti, tutti i membri del personale sono immuni a procedimenti legali in relazione ad atti da essi compiuti nell’esercizio delle proprie funzioni e godono dell’inviolabilità nei confronti dei loro atti e documenti ufficiali. I patrimoni e i beni del MES sono immuni da ogni forma di processo giudiziario.

MES come funziona?

Ma cosa può fare il MES? In pratica le stesse cose del Fondo Salva Stati, più altro.

Anche gli step sono simili, ma con qualche differenza:

  1. Lo Stato in difficoltà deve richiedere l’assistenza (non c’è alcun automatismo)
  2. Il MES dà mandato alla Commissione Europea di accertare lo stato di difficoltà e i rischi di contagio per gli altri Paesi.
  3. Sulla base di questo, poi, il MES decide se fornire assistenza al Paese.

Nell’ambito del punto 2, si instaura un negoziato tra il Paese, la Commissione, la BCE e, se chiamato ad intervenire, il FMI. Le conclusioni portano ad un memorandum proposto dal direttore del MES e firmato dalla Commissione. Il Consiglio dell’UE, poi, nell’ambito dei suoi poteri adotta le decisioni stabilite.

In termini di strumenti, il MES può fare prestiti una-tantum, prestiti a lungo termine, acquisto di bond. La differenza con il Fondo Salva Stati, come detto, è che avendo capitale vero risulta più”solido” rispetto a quest’ultimo. Tuttavia, ci sono diverse storture.

Prime critiche al MES

Una delle maggiori critiche è che il conferimento di “capitale vero” rappresenta un immobilizzo di risorse finanziarie per i Paesi sottoscrittori (che potrebbero, invece, essere usati per la crescita).

Il corollario, è che un Paese che chiede aiuto deve anche sottoscrivere il capitale, quindi quei fondi, che costano, debbono in parte essere usati per sottoscrivere le quote residue di capitale del fondo.

E’ un po’ quanto successo alla Spagna. Di fatto, il MES è interventuto nella crisi spagnola e in quella di Cipro.

Altra critica è che le riforme delle finanze dei Paesi assistiti richieste per la concessione di aiuto sono state molto dure.

Infine, è stato previsto dal 2014 un meccanismo di ricapitalizzazione diretta da parte del MES del sistema bancario di un Paese in crisi. Ma il meccanismo è così tecnico che è veramente una “extrema ratio”. In tal caso, il Paese dovrebbe comunque sostenere un 30% della ricapitalizzazione. Di fatto, va ad aumentare il rapporto tra Stato e sistema bancario nazionale, che è una delle cose che all’interno dell’UE si vuole evitare.

Riforma del MES, cosa comporta?

Ora, giunti a questo punto ti dovrebbe essere chiaro che molte delle critiche alla riforma del MES sono sterili e non perché siano sbagliate (anzi!), ma perché di fatto sono relative ad aspetti già presenti, già votati e già in essere fin dalla costituzione nel 2012.

Aspetti quali l’immunità, la presenza di un governo dle MES eminentemente tecnico e non eletto, la necessità di mettere capitale vero nel MES, sono tutti aspetti già oggi presenti e che, riforma o meno, non saranno cambiati.

Quindi la discussione nel cambiare questi aspetti è del tutto sterile. Non accadrà! Sicuramente non oggi, quasi sicuramente mai!

Se anche questa riforma non passasse, resterebbe tutto come ora e, sostanzialmente, le differenze non sarebbero molte.

Altro aspetto, riguarda il rischio di ristrutturazione, cioè il fatto che un governo che chieda aiuto al MES necessiti di ristrutturare il proprio debito.

Da questo punto di vista, la riforma del MES prevede che nella valutazione della concessione degli aiuti il debito debba essere ritenuto sostenibile. Se non lo è, potrebbe essere richiesta la ristrutturazione. In origine, i famosi “Paesi del Nord” avevano chiesto che questo fosse un automatismo (se chiedi aiuto vuol dire che il tuo debito non è sostenibile), ma ora questo automatismo è stato scongiurato.

Questo non vuol dire che non accadrà. Di fatto, la ristrutturazione potrebbe essere effettivamente richiesta. Di fatto, è molto probabile che possa essere chiesto il classico piano di rientro di 1/20 l’anno della differenza tra debito/PIL effettivo e target del 60% e solo se non sarà raggiunto questo target scatterà la ristrutturazione. E’ comunque un tema importante, ma anche su questo fronte difficile che ci siano particolari margini di manovra.

Poi non bisogna dimenticare che dal 2022 i titoli di stato saranno assistiti dalla clausola CACS, che permette ad una maggioranza qualificata di investitori di chiedere la ristrutturazione. Quindi riforma o non riforma del MES, dal 2022 la ristrutturazione sarà comunque più facile.

MES e banche tedesche

In ultimo, una critica è che il fondo servirà a salvare Deutsche Bank e le banche tedesche. In questo caso la risposta è SI. Può accadere che in caso di grossa crisi di Deutsche Bank la Germania chieda l’aiuto del MES e di fatto lo ottenga senza grossi problemi. Ma il MES non è che operi solo per le banche tedesche. A distanza di anni, potrebbe servire anche per quelle spagnole, francesi o italiane. Di fatto, se si ammette che il MES possa intervenire per sostenere i sistemi bancari, non si può escludere che vada a sostenere anche quelle tedesche.

Non bisogna nemmeno dimenticare, però, che quando il MES fa prestiti non lo fa gratutitamente. Infatti, mira a conseguire un adeguato profitto. Quindi, i fondi versati dagli stati ricevono una remunerazione. Un problema, semmai, è che non è detto che sia superiore al costo dei titoli emessi per sottoscrivere le quote.

Riforma del MES, sì o no?

Concludendo,  riforma del MES sì o no? Di fatto, se si vuole procedere verso una maggiore integrazione europea uno strumento come il MES è inevitabile. Non può esistere un’area monetaria che vuole essere integrata come quella europea senza uno strumento come il MES.

Semmai, personalmente ritengo che la cosa migliore sarebbe che il ruolo del MES venisse svolto direttamente dalla BCE. Ma questo, comunque, non scongiurerebbe possibili rischi di richiesta di ristrutturazione dei debiti.

In questo, aver scongiurato l’automatismo della ristrutturazione del debito non è poco.

Il peccato originale

Il problema fondamentale è che questa Unione Monetaria Europea è nata zoppa fin dall’inizio. Il problema non è la riforma del MES, ma l’istituzione dell’euro tra Paesi molto diversi. Il peccato originale è degli anni ’90, non di questi giorni.

Per comprendere meglio questo processo, questo peccato orginale, può rileggerti questo articolo: https://www.educazionefinanziaria.com/macroeconomia/italia-rischio-default-un-rischio-concreto/ 

In particolare, queste parole di Dornbusch del 1996:

“Se il tasso di cambio nominale non può cambiare, per equilibrio il tasso reale deve cambiare. Aspettatevi che siano salari e prezzi a fare il lavoro.

[…] La critica più grave alla UEM è che abbandonando gli aggiustamenti dei tassi di cambio viene trasferito al mercato del lavoro il compito di regolare la competitività e i prezzi relativi. Senza flessibilità salariale, il processo di aggiustamento è vanificato; predomineranno le perdite di produzione e di occupazione”

Addirittura quattro anni prima del grande Dornbusch anche il nostro Guido Carli diceva:

Bisogna colpire pensioni e salari, ma occorre anche puntare alla “crescita zero” del numero dei dipendenti pubblici. E privatizzare. E sfruttare la “disponibilità a pagare” di una parte degli utenti nei delicatissimi settori della sanità e dell’ istruzione. Quindi va riformato l’ ordinamento finanziario degli enti locali. E, ancora, vanno revisionate le procedure di bilancio… Insomma, rigore. Che poi vuol dire stringere (subito) la cinghia. Altrimenti l’ Italia può abbandonare il sogno europeo

Insomma, per il nostro Paese (e per altri ugualmente meno efficienti) restare nell’euro richiede una notevole svalutazione salariale e contenumento del welfare. Questo è un costo che i fautori dell’euro degli anni ’90 non ci hanno mai detto. Un governante serio sarebbe bene che lo dicesse subito oggi, persino in campagna elettorale, anche se questo non porta voti. Perché dentro l’euro, se sei meno efficiente l’austerità è una via obbligata.

E questo prescinde dalla riforma del MES.

Nel prossimo articolo di venerdì, comunque, valuteremo più concretamente quali possono essere i rischi per il nostro Paese.

Buon investimento.

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