Italia rischio default: è un rischio concreto?

Italia rischio default

Da qualche mese è iniziato un braccio di ferro tra Europa ed Italia sulla Manovra per il 2019. La Commissione Europea ha bocciato la manovra, invitando l’Italia a presentarne una nuova entro tre settimane.

Inoltre, qualche settimana fa è arrivato il downgrade di Moody’s.

Naturalmente, lo spread è tornato a crescere ed ora è sopra il 3%. Questo vuol dire che un decennale italiano rende tre punti in più dell’equivalente tedesco.

Molti risparmiatori si stanno chiedendo se questo non significhi un rischio default Italia. C’è veramente questo rischio? Veramente l’Italia rischia il default?

Italia rischio default? I fondamentali economici.

Per prima cosa, occorre chiarire i fondamentali economici del Paese. Perché al contrario di quello che molti pensano, l’Italia non ha fondamentali economici così negativi.

In primo luogo, in termini di finanze pubbliche l’Italia è in avanzo primario più o meno da ben 27 anni (salvo qualche anno di piccolo disavanzo). Cioè, lo stato italiano incassa più di quanto spende al netto degli interessi sul debito.

Anche un Paese virtuoso come la Germania non si avvicina minimamente a questo risultato. Dal 1996 ad oggi l’Italia ha prodotto un avanzo primario sul PIL del 2% medio, mentre la Germania solo dello 0,70%.

Dal punto di vista della finanza pubblica, quindi, l’Italia è il Paese più virtuoso d’Europa.

Quindi, dall’avanzo primario passiamo al saldo commerciale. La bilancia commerciale italiana ha chiuso il 2017 con un attivo di 47,5 miliardi di euro. Si tratta del terzo surplus commerciale dopo quello di Germania e Olanda.

Questo vuol dire che l’Italia incassa dall’estero più di quanto spende. Se, quindi, non fossimo nell’euro e avessimo una valuta nazionale, comunque l’Italia non andrebbe in deficit di valuta estera. Anzi, affluirebbe più valuta estera di quanta se ne spenderebbe.

Anche questo è un indicatore particolarmente importante. Anzi, uno dei più importanti. Francia, Spagna, Portogallo, Grecia, Regno Unito, tanto per citarne alcuni, hanno tutti saldi commerciali negativi.

Italia rischio default: quali sono i problemi italiani?

Quindi, quali sono i problemi del nostro Paese che fanno pensare al default a qualche risparmiatore?

Possiamo riassumerli in 3 elementi:

  1. Debito Pubblico
  2. Crescita
  3. Competitività

Sul primo aspetto, sappiamo bene che il nostro Paese ha uno dei più elevati debiti pubblici in Europa (e non solo). Ma questo è un problema con cui siamo entrati nell’euro e tutti sapevano di questo “fardello”. C’è da considerare che negli ultimi 15-20 anni pochissimi Paesi hanno ridotto il debito pubblico. Anzi, praticamente ovunque il debito è salito. Pensare di ridurre il debito pubblico nel lungo termine è più un’utopia che una realtà.

Del resto, se cresce la ricchezza privata entro certi limiti l’aumento del debito pubblico non è un problema così grave. Basta guardare i casi recenti di USA e Giappone.

L’Italia da questo punto di vista è, ancora una volta, uno dei Paesi più virtuosi. Dall’ingresso nell’euro, il nostro rapporto debito/PIL è uno di quelli cresciuti meno in assoluto. Il problema è che noi, con l’ingresso nell’euro, abbiamo trasformato un debito pubblico in lire, quindi in una valuta gestita dalla nostra Banca Centrale, in un debito in valuta estera non più sotto il nostro controllo. Non è una cosa da poco.

Per quanto riguarda la crescita, questo è uno dei problemi su cui ci sono maggiori dubbi sui lettori della Manovra 2019. E’ quasi unanime l’idea che le previsioni di crescita dell’Italia siano troppo ottimiste. Forse è vero, perché questa manovra in effetti non incide particolarmente su elementi che stimolano la crescita e cioè investimenti e taglio delle tasse. Molto si punta sul fatto che il Reddito di Cittadinanza riesca a stimolare una domanda interna aggiuntiva. Ma probabilmente non è abbastanza.

L’Italia è stata infatti uno dei Paesi a minor crescita negli ultimi 20 anni. Questo è il rovescio del robusto avanzo primario. Questo, infatti, significa drenare risorse dal privato al pubblico. Quindi va ad impattare su investimenti provati e domanda interna. E il surplus pubblico è stato usato principalmente per pagare gli interessi e contenere il debito.

Infine, c’è la competitività. Su questo, spendiamo qualche parola in più.

Perché l’Italia ha un problema di competitività

Intanto, diciamo subito che l’Italia è mediamente competitiva sia in Europa, sia nel mondo. Altrimenti non avrebbe un avanzo commerciale come quello attuale. Ovviamente, è meno competitva della Germania e di qualche altro Paese. Inoltre, il Paese pur essendo mediamente competitivo potrebbe esserlo ancora di più.

Su questo, occorre ricordare quanto scritto nel 1996 dal grande economista Rudi Dornbusch nella sua critica alla moneta unica che stava arrivando:

“Se il tasso di cambio nominale non può cambiare, per equilibrio il tasso reale deve cambiare. Aspettatevi che siano salari e prezzi a fare il lavoro.

[…] La critica più grave alla UEM è che abbandonando gli aggiustamenti dei tassi di cambio viene trasferito al mercato del lavoro il compito di regolare la competitività e i prezzi relativi. Senza flessibilità salariale, il processo di aggiustamento è vanificato; predomineranno le perdite di produzione e di occupazione”

Insomma, altro che tagliare la spesa pubblica e le inefficienze! Se l’Italia vuole diventare più competitiva dovrebbe tagliare i salasi (tutti).

Il taglio della spesa pubblica e altre fantasia sono, appunto, fantasie. Forse valeva negli anni ’90, ma oggi l’Italia ha una spesa pubblica pro-capite di 13.350 euro circa. Sopra la media, ma non troppo. Quella inglese, per dire, si posiziona a 14.600 euro, quella francese è molto più alta. Certo, la spesa andrebbe riqualificata. Troppa poca spesa in istruzione e ricerca, troppa spesa “discutibile”. Ma si tratta appunto di riqualificare, non certo di tagliare.

Insomma, se si vuole diventare più competitivi, occorrerebbe tagliare i salari. Ma è interessante capire come si è arrivati a questo e ancora una volta dobbiamo ritornare agli anni ’90, subito prima della convergenza monetaria.

Competitività, un errore degli anni ’90

Dopo la crisi del ’92, l’Italia svaluto la lira nei confronti del marco e dell’ECU (un proxy dell’euro prima dell’entrata in vigore). Da 786 lire per un marco e 1.587 lire per un ECU del ’92, nel 1995 si arrivò a 1.139 lire per un marco e 2.131 sull’ECU. Con queste nuove parità, l’Italia ritrovò competitività, le sue esportazioni esplosero di nuovo, il PIL tornò a crescere e le finanze pubbliche tornarono relativamente sotto controllo.

Quindi, nel 1996-1997, alla vigilia della fissazione delle parità, avvenne una rivalutazione della lira. L’ECU dai massimi del 1995 si portò al famoso 1.936,27 (-9,2% circa), mentre il marco si portò a 990 lire (-13%). Stranamente, una valuta debole come la lira che spesso si svalutava si rivalutò proprio prima dell’euro. Il marco, invece, fece l’esatto contrario.

Recentemente, il FMI ha individuato per l’Italia un euro troppo forte del 9% e una Germania troppo forte del 20%. Come puoi vedere, l’euro ha una sopravvalutazione esattamente pari a quella della famosa rivalutazione pre-euro del 1996/1997. La Germania è diventata ancora più competitiva, onore a loro, ma quella rivalutazione del 13% degli anni ’90 non era corretta. Insomma, il cambio corretto dell’Italia era quello del 1995, non quello del 1996/1997. Da quando siamo entrati nell’euro, l’Italia non ha perso competitività con gli altri Paesi. Semplicemente siamo entrati troppo poco competitivi.

Italia rischio default: è un rischio concreto?

Esiste quindi un rischio default per l’Italia? Dai fondamentali economici no.

Con un’Europa diversa l’Italia può tranquillamente stare in Europa e starci tra i “grandi” dal punto di vista economico. I paragoni con Grecia e Portogallo, persino con la Spagna, sono del tutto fuori luogo.

Comunque, la politica e gli interessi particolari sono spesso in grado di far naufragare tutto. Quindi, non si può escludere nulla. Ma da un punto di vista dell’investitore che rischi ci sono veramente?

Oggi un BTP rende il 3% in più rispetto ad un Bund. Questo vuol dire che in 10 anni un investitore in BTP ottiene ben il 30% in più.

Pertanto, se ci fosse un haircut o una svalutazione del 30% comunque il risultato sarebbe simile a quello di un investimento in un Bund.

Al di là della probabilità di un evento simile, non proprio probabile, poco sopra ti ho appena spiegato che l’Italia non avrebbe affatto bisogno di una svalutazione del 30% sull’euro. Una 10% gli darebbe una grossa competitività con il resto d’Europa. Una del 20% la renderebbe competitiva come la Germania (che fa oltre 240 miliardi di euro di surplus commerciale). Ancora, un haircut del 20% restando nell’euro porterebbe il nostro Paese ad un debito/PIL simile a quello francese.

Da questo punto di vista, oggi un BTP sembra avere una buona combinazione rischio/rendimento. Natualmente, non ci sono certezze assolute.

Riassumento, Italia rischio default? Non lo ritengo probabile. Ma in ogni caso, mi sembra che attualmente questo rischio sia ben pagato dal mercato.

Buon investimento.

3 pensieri riguardo “Italia rischio default: è un rischio concreto?

  • 29 ottobre 2018 in 14:54
    Permalink

    Finalmente un Articolo Di Attualità
    Complimenti

  • 29 ottobre 2018 in 16:50
    Permalink

    Ciao , grazie di quest’articolo molto interessante e chiarificatore e che voglio condividere su FB.

    Non mi è chiara una cosa però. La ipotetica (e benefica) svalutazione del 10/20% presuppone l’uscita dall’euro o sbaglio? Non capisco infatti come sarebbe possibile eventualmente attuarla rimanendoci dentro.

  • 29 ottobre 2018 in 17:58
    Permalink

    E’ chiaro che la svalutazione ci sarebbe in caso di uscita dall’euro.

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