E’ arrivato il QE 2.0

Con la riunione del 3 novembre del FOMC, organo della FED, abbiamo
a questo punto i dettagli della nuova fase di espansione monetaria, quella
che dai media finanziari è stata chiamata QE 2.0.

Il nuovo programma prevede tassi ancora prossimi allo zero e un nuovo
intervento sul mercato aperto per circa 600 miliardi di dollari.

Nelle scorse settimane, due erano le posizioni che si confrontavano
all’interno della FED. Ecco quello che pensavano due esponenti
della FED e che avevo riportato due settimane fa all’interno del
nostro servizio premium Trend e Strategie di Investimento:

– Charles Evans – Fed di Chicago: a suo avviso, persino un “remake” del
primo stimolo, cioè 1.500 miliardi, non sarebbe sufficiente. Secondo Evans
bisognerebbe allagare il mercato di liquidità, in modo tale che i tassi reali
arrivino ad essere negativi. Con i tassi attuali già prossimi allo zero, per
Evans si dovrebbe riuscire ad arrivare ad un’inflazione del 3%, in
modo che venga vinta la guerra contro la deflazione. Dopodiché,
l’economia ripartirà.

Richard Fisher – FED di Dallas: secondo Fisher, una parte rilevante del
precedente intervento è ancora fermo. Le banche hanno riserve enormi
depositate presso la FED e le società industriali, oltre ad essere piene
come non mai di liquidità, stanno investendo pochissimo rispetto ad altri
periodi post-crisi. Ulteriori stimoli non farebbero che incrementare ancora
la quantità di riserve, senza che necessariamente ci sia un effetto benefico
per l’economia.

Alla fine, sembra essere passata una linea intermedia. QE 2.0, ok, ma
per un importo comunque pari ad 1/3 rispetto al primo intervento.

Ai fini dei nostri investimenti, questo intervento è comunque positivo, poiché
dovrebbe sostenere ulteriormente le quotazioni di azioni e metalli preziosi, che
infatti nei giorni scorsi sono saliti bene (soprattutto i metalli preziosi).

Come ben sanno i nostri iscritti, sono due posizioni su cui da tempo siamo
molto investiti e con buon successo.

Entrambe queste componenti dovrebbero ben figurare in questo ambiente
di liquidità abbondante e tassi prossimi allo zero. Come ho ripetuto in passato,
i tassi reali ai minimi sono forse l’elemento più importante per sostenere il bull
market sui metalli preziosi. Poiché essi non pagano interessi e dividendi,
meno sono alti i rendimenti e minore è il costo-opportunità di rinunciare ad essi.

Se poi, come in questo caso, i rendimenti reali sono addirittura negativi, allora
il costo-opportunità nemmeno esiste.

Ma tassi bassi e liquidità abbondante sono anche un buon ambiente per
le azioni. Le aziende possono infatti raccogliere capitale di credito a costi
irrisori e con esso finanziare operazioni varie quali buy-back di azioni
proprie o operazioni straordinarie come fusioni o acquisizioni. Ne stiamo
già vedendo diverse in vari comparti e credo che la cosa continuerà. Le
operazioni straordinarie possono essere, nei prossimi mesi, il più
importante catalizzatore per il mercato azionario.

Ovviamente, i bassi tassi fanno bene anche agli utili, grazie ai minori
oneri finanziari e alla possibilità di usare maggiore leva.

Ma dal punto di vista economico, questa nuova espansione monetaria
può essere anche il segnale che qualche cosa non va oltreoceano (e non
solo) e potrebbe rappresentare un grosso punto interrogativo sul
dollaro.

In effetti, la valuta americana potrebbe soffrire non poco nei prossimi
anni. Non tanto e non solo nei confronti dell’euro, ma soprattutto nei
confronti degli asset reali.

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