Il fenomeno del carry trade – EF Report 123

Credo che chiunque operi sul mercato finanziario, anche
semplicemente per gestire le proprie finanze personali, si sia
imbattuto recentemente nel termine “carry trade“.

Il termine è diventato particolarmente importante poichè molti
operatori hanno imputato una buona parte della correzione recente
sui mercati ai cambiamenti avvenuti all’interno di questo fenomeno.

Anche su queste colonne, ho riportato il termine diverse volte,
anche se mi rendo conto solo ora di non aver mai dedicato
un’intera edizione alla spiegazione di questo fenomeno. Oggi è
il momento di provvedere a questa mancanza.

Con il termine carry trade, si intende il fenomeno in cui si prende
a prestito dei capitali in una determinata valuta per poi investire
in strumenti finanziari (più raramente in beni reali) denominati
in altre valute e comunque strumenti più redditizi rispetto
al costo del finanziamento.

In questo modo, è possibile realizzare un semplice profitto
semplicemente “giocando” sulla maggiore redditività degli investimenti
rispetto al costo del finanziamento. E’ chiaro che la valuta in cui ci
si indebita non deve avere tassi troppo elevati. Infatti, più sono alti
i costi del finanziamento, minori sono le alternative di investimento
che risultano appetibili.

Non a caso, la valuta più interessante degli ultimi anni per indebitarsi
è stato lo yen. Con i tassi sulla valuta giapponese vicini allo 0%,
è chiaro che molte opportunità di investimento, anche non
particolarmente redditizie, sono risultate meritevoli di essere
intraprese. Nella fattispecie, gli investimenti che hanno beneficiato
dei flussi di capitale derivanti dall’indebitamento in yen sono stati
soprattutto i mercati azionari emergenti e i bond “high yield” di USA,
Nuova Zelanda, Australia e U.K. (tutti con obbligazioni che rendono
oltre il 5%).

In linea teorica, non dovrebbe essere possibile fare questo. Se un’area
ha tassi più bassi, significa che i rischi di deprezzamento della valuta
sono più bassi poichè il tasso di crescita della quantità di moneta
è inferiore. Questo significa che se da un lato le altre aree valutarie
hanno interessi maggiori, dall’altro il valore delle altre valute nei
confronti dello yen diminuisca nel tempo, finendo per annullare
il differenziale dei tassi. In realtà questo non è avvenuto. La differenza
dei tassi diventa quindi importante.

Ricordiamoci che nel mercato obbligazionario e valutario operano
in modo pesante le banche centrali. E la banca centrale giapponese
negli ultimi dieci/quindici anni ha ridotto al minimo i tassi ed ha cercato
di aumentare la massa monetaria. Lo yen, quindi, non solo non si è
rivalutato nei confronti della altre valute, ma si è addirittura deprezzato.

Attualmente, secondo il Big Mac Index pubblicato dall’Economist, lo
yen è sottovalutato di un 40% rispetto al dollaro ed ancora di più
rispetto all’euro. Un’ulteriore pressione sulla valuta asiatica si deve
al fatto che quando gli speculatori si indebitano in yen, nei fatti
debbono vendere yen contro l’acquisto di un’altra valuta.

Questo significa che lo yen è stato continuamente messo sotto
pressione da vendite continue. Ora, la Banca del Giappone, almeno
a parole, è intenzionata a porre un freno a questa situazione. Circa due
settimane fa, Tokyo ha portato i tassi allo 0,50%. Nulla di che,
ma abbastanza da spaventare i mercati azionari cinesi e, a catena,
tutti gli altri. Da notare che anche prima dello storno di maggio/giugno
2006, c’era stato un rialzo dei tassi nell’area yen.

Il carry trade è oggi un fenomeno molto importante sui mercati
finanziari. I cambiamenti relativi alla valuta nella quale tutto il mondo
si indebita (oggi è lo yen, domani potrebbe essere un’altra valuta)
giocano un ruolo molto importante nel breve termine. La scuola
economica austriaca (di cui io sono un “adepto”) “recita” che le
espansioni monetarie generano “malinvestment”, cattivi investimenti,
che provocano poi un “bust”, cioè un crollo, una caduta dovuta a
liquidazioni a catena.

Questo “bust” è tanto maggiore quanto più grande è stato il boom
precedente provocato dall’espansione monetaria. La Banca del
Giappone ha contribuito non poco a generare il boom di liquidità
a livello mondiale. Il rialzo dei tassi, per quanto marginale, rischia
di avere un grosso effetto su tutte le classi di investimento dove
si sono riversati i capitali presi a prestito in yen.

Poichè tutto è stato interessato dal carry trade (azioni europee,
americane, emergenti, valute estere, ecc…), si spiega subito la
correzione generalizzata su tutti i mercati azionari. In periodi più
lunghi, non credo che il “carry trade” sia destinato ad estinguersi.

In primis, non penso che la Banca del Giappone esagererà nella
stretta monetaria. In secondo luogo, se lo yen non sarà più una
valuta conveniente per indebitarsi, sicuramente investitori e speculatori
ne troveranno un’altra (franco svizzero o persino euro se i tassi
smetteranno di salire).

C’è sempre un modo per creare una bolla.

Scritto da “Roberto” per Educazione Finanziaria
—————————————————————————————————–

Finalmente la globalizzazione può essere un’opportunità anche per te!

  • Cina, India e le altre economie emergenti stanno “deindustrializzando”
    Italia, Europa ed USA.
  • L’aumento dei tassi della BCE renderanno più costoso il tuo mutuo.
  • Il petrolio oltre i 60$ rende la tua bolletta più onerosa.
  • La delocalizzazione è realtà in molti settori lavorativi.

Se vivi e lavori in Italia sei sottoposto alle minacce della globalizzazione

Ma alcune persone stanno già traendo profitto da questo trend…..

Continua a leggere

—————————————————————————————————–

Per ricevere gli articoli via e-mail, clicca qui ed inserisci il tuo indirizzo di posta

—————————————————————————————————–

Un pensiero riguardo “Il fenomeno del carry trade – EF Report 123

  • 28 agosto 2014 in 21:43
    Permalink

    It’s amazing to pay a visit this web site and reading the viesws of all
    colleagues about this piece of writing, while I am also eager of getting know-how.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.