Anno 2008: la fine del Buy and Hold. Oppure no?

Una delle strategie maggiormente pubblicizzate
dall’industria finanziaria è sicuramente quella del
“buy and hold”. Si tratta di una strategia in cui si
comprano azioni e si tengono a tempo indeterminato,
contando che nel lungo termine la crescita dei profitti
da una parte e l’inflazione dall’altra permettano di veder
crescere il capitale in modo sostanzioso, nonostante le
oscillazioni temporanee che possono verificarsi.
E man mano che nuove somme si rendono disponibili,
vengono investite sempre sul mercato contando sulla
medesima rivalutazione.

La strategia del “buy and hold” è molto seguita dai
sostenitori della Teoria dei Mercati Efficienti. Secondo
questa teoria, essendo il mercato efficiente e quindi
essendo impossibile fare il timing o la stock selection, la
cosa migliore è acquistare un prodotto diversificato
(come ad esempio un ETF su indici) e tenerlo a tempo
indeterminato.

Il buy and hold è una strategia che ha avuto molto successo
negli anni ’80 e ’90. In questo periodo, essendoci stato un
Bull Market generazionale con forti salite e correzioni piuttosto
modeste, effettivamente tenere azioni a tempo indeterminato
è stata una cosa piuttosto semplice, che richiedeva scarsa “forza
mentale” nel seguire la strategia. Certo, c’è stato il forte ribasso
del 1987 e una fase recessiva nei primi anni ’90, ma in definitiva
sono state correzioni che nel giro di 12-18 mesi venivano
totalmente riassorbite e gli indici hanno progressivamente
riaggiornato i loro massimi successivamente.

E la strategia, in questi anni, oltre a non richiedere una
disciplina eccessiva, ha reso molto bene.

Comunque, con l’entrata nel nuovo millennio, la strategia ha
iniziato a scricchiolare. Già il Bear Market degli anni 2000-2002
ha corretto fortemente le quotazioni. Al picco del 2007, le
quotazioni erano allo stesso livello del 2000. Un investitore
buy and hold, sostanzialmente, in 7 anni non avrebbe guadagnato
nulla e si sarebbe protetto meglio dall’inflazione con un semplice
investimento monetario.

Infine, il 2008 è stato battezzato come l’anno che ha decretato
la fine del buy and hold. Chi avesse seguito questa strategia,
avrebbe visto il suo capitale, magari costruito in 20 o 30 anni,
ridursi ad un certo momento del 50%.
In contemporanea, sono iniziati ad apparire analisi, studi
e ricerche che mostrano come, in definitiva, il buy
and hold non è poi una strategia così performante se
confrontata con il rendimento di bond e monetario.

Due articoli che riportano questa visione sono i seguenti:

http://globaleconomicanalysis.blogspot.com/2009/06/long-term-buy-and-hold-is-still-bad.html

http://www.marketwatch.com/story/stocks-losing-the-long-run-to-bonds

Personalmente, non sono poi un grandissimo fan
del buy and hold cieco. Ritengo che focalizzandosi sul
lungo termine e seguendo alcuni semplici indicatori di
trend sia possibile fare meglio del buy and hold.

Tuttavia, ritengo anche che il buy and hold resti tutto
sommato una buona strategia per chi ha poco tempo
da dedicare ai mercati e per chi ha davanti un orizzonte
piuttosto lungo.

Inoltre, ritengo anche che queste analisi manchino di un
po’ di precisione ed omettano (più o meno
volutamente) alcuni elementi per sostenere la loro tesi.

Ad esempio, nel lungo termine è vero che il mercato
azionario rende più di qualsiasi altro investimento.

Alcuni degli studi che cercano di smentire questa visione
(ad esempio il primo dei due link sopra indicati)
guardano solo i prezzi degli indici ed omettono i dividendi.
I dividendi sono una componente fondamentale
del rendimento azionario al pari degli interessi che
si guadagnano sui depositi monetari o delle cedole
obbligazionarie.

E’ vero che negli anni ’90 i dividendi sono stati meno
importanti, ma questo è stato un elemento caratteristico
di un decennio, non certo la regola.

Ad esempio, da uno studio che ho fatto sull’S&P500
dal 1890 circa ad oggi, il rendimento derivante dal
capital gain sulle azioni è stato intorno al 5% medio annuo.
Niente di che, quindi, se confrontiamo con i
rendimenti dei bond. Ma i dividendi aggiungono a questo
5% un altro 4% circa e l’effetto derivante dal
reinvestimento degli stessi un altro 1% circa, per un 10%
totale (in realtà un po’ meno).

Tralasciare i dividendi, quindi, non è un’opzione praticabile
se si vuol fare uno studio serio. Comprendendo i
dividendi, si arrivano a conclusioni totalmente diverse.

Altro elemento da considerare è che considerando il
rendimento di lungo termine usando come punto di
arrivo il minimo di un Bear Market, si arriva di nuovo
ad una conclusione parziale. Se si prendesse il picco
del 2007 o del 2000, si avrebbe di nuovo un rendimento
totalmente diverso e migliore. Quantomeno, quindi,
bisognerebbe prendere una media dei due valori.

Il punto è che il buy and hold va valutato in un arco
di tempo veramente lungo. Un decennio non è
sufficiente. Meglio sarebbero 20 anni, se si ha più tempo
ancora meglio. A fronte di un arco di tempo così
lungo, i rendimenti dell’azionario finiscono col superare
qualsiasi altro investimento. Questo dicono i numeri.

Ripeto, comunque, che con un minimo di applicazione
si puo’ fare meglio di un cieco buy and hold. E’
quanto cerchiamo ad esempio di fare nel servizio
premium Trend e Strategie di Investimento usando
qualche indicatore di trend di lungo periodo, una
buona asset allocation e analizzando la fase di ciclo
di lungo termine nel quale ci troviamo. Queste cose
non richiedono grandi sforzi e grande lavoro e
a mio avviso permettono di fare molto meglio di
un puro Buy and Hold. Soprattutto, permettono di
evitare gli Orsi peggiori, che sono i momenti più
difficili per gli investitori.

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