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Il Futuro del Sistema Pensionistico – EF Report 127

Una delle “chiacchiere” più in voga questi giorni riguarda
l’allungamento dell’età pensionabile e la riduzione dei coefficienti
di trasformazione.

Prima di andare oltre su questo tema, è opportuno chiarire cosa
si intende per coefficiente pensionistico.

Nel sistema contributivo, il lavoratore accumula un montante
tramite i contributi versati durante l’età lavorativa, opportunamente
rivalutati (in Italia, la rivalutazione è spesso collegata al tasso
di crescita del PIL nominale). Alla fine, il suo montante viene
trasformato in una rendita tramita i coefficienti di trasformazione.
Se, ad esempio, il montante accumulato è di 500.000 euro e il
coefficiente di trasformazione è del 5%, il lavoratore ha diritto
a 25.000 euro l’anno che poi si rivalutano nel tempo.

Questo è, semplificando, il funzionamento del sistema contributivo.

Il “premier” Prodi ha recentamente dichiarato che nel tempo, i
coefficienti dovranno ridursi (e l’età pensionabile aumentare),
altrimenti l’equilibrio del sistema pensionistico sarà a rischio.

A mio avviso, questo è del tutto privo di senso.

Immagina che una persona vada in pensione a 57 anni. Un’età
ragionevole, ne troppo alta, ne troppo bassa. I coefficienti di
trasformazione in Italia dipendono dal fatto che si vada in pensione
al raggiungimento dell’età pensionabile o di un certo numero di anni
di contributi. Ad ogni modo, un coefficiente del 5,5% è quello
che molti ottengono. Ora, al 5,5%, una persona esaurisce il suo
montante in poco meno di 20 anni. Dato che l’età media degli
uomini in Italia è di circa 75 anni, questo coefficiente del 5,5%
è perfettamente idoneo. Anzi, l’italiano medio riceve, a queste
condizioni, un po’ meno di quello che ha versato (le donne invece
ricevono un po’ di più di quanto versato, dato che l’età media è
più alta, anche se spesso la contribuzione è più irregolare).

Ma questo non descrive bene la situazione.

In realtà, nel momento in cui il lavoratore va in pensione, il
montante che si è formato può essere investito e dare un rendimento.

Quindi, se come abbiamo detto il pensionato non riceve del tutto
il montante versato, significa che non riceve assolutamente nulla
degli interessi maturati dal momento della pensione fino alla morte.
Quegli interessi vanno tutti allo stato, all’INPS.

In realtà, quegli interessi non vanno a nessuno perchè non
esistono. L’INPS non investe quel montante. Perchè anche quel
montante, in realtà, non esiste.

Il ragionamento del Signor Rossi è: “Ho diritto alla pensione
perchè ho versato i contributi
“. Il ragionamento non fa una piega,
ma purtroppo non funziona così. All’INPS esiste un conto
previdenziale intestato al Signor Rossi, ma in nessuna banca
o istituto esiste una somma di denaro vero, reale, che corrisponde
al conto previdenziale del Signor Rossi. Queste risorse si creeranno
soltanto al raggiungimento della pensione, quando mese dopo
mese i contributi di tanti altri Signor Rossi verranno destinati a
pagare le mensilità dei pensionati.

Questo sistema, però, non può durare.

L’aumento della vita media, la riduzione della natalità e gli
stipendi che, in termini reali, sono sempre più bassi (chiedere
ad interinali, tirocinanti, praticanti e compagnia bella) e ai quali
corrispondono, ovviamente, contributi sempre più bassi, non
permettono di sostenere il sistema.

Il governo, anche se pochi se ne sono accorti, sta già correndo
ai ripari. A modo suo ovviamente.

Il primo passo è stato quello di trasferire il TFR dalle aziende
all’INPS. Un nuovo, ingente flusso di risorse da spartire e redistribuire.

Inoltre, questo TFR non potrà più essere prelevato “in un colpo”
solo, ma alla maturazione del diritto sarà trasformato in rendita.

Questo avrà un grande effetto psicologico, perchè renderà possibile
erogare rendite medio-basse (per via dei coefficienti minori) senza
generare una rivoluzione. Perchè mese dopo mese le rendite
pensionistiche saranno integrate da quelle relative al TFR.

Il secondo passo è stato l’aumento dei contributi a carico
degli iscritti alla gestione separata (dove confluiscono i contributi
di professionisti senza cassa, Co.Co.Pro, ecc…).

Il contributo è stato alzato fino al 23,50% rispetto al 18,20% precedente.

Se anche si considera che una parte di qesto contributo (1/3) è a
carico del datore di lavoro, quello che resta a carico del dipendente
è una delle contribuzioni più alte.

La giustificazione del governo è che, in primo luogo, occorre
riequilibrare il costo previdenziale dei lavoratori a tempo indeterminato
e di quelli a termine. In secondo luogo, occorre garantire
prestazioni maggiori ai lavoratori a termine, ai Co.Co.Pro, ecc…

Sulla prima motivazione, la mia domanda è: “Perchè non ridurre
il costo sul lavoro a tempo indeterminato invece di aumentare
quello dei temporanei?” E sul secondo motivo, beh, per molti di
coloro che versano alla gestione separata, il problema non è
arrivare alla pensione, ma arrivare alla fine del mese e costruirsi
una vita.

Il percorso del governo per mantenere in piedi un sistema previdenziale
destinato allo sfascio senza perdere potere è iniziato e naturalmente
è un percorso fatto sulle spalle delle persone.

Molti non si rendono conto di questo.

Credono che ci sarà sempre uno Stato che garantirà loro la
pensione.

Se queste persone hanno più di 50 anni e si disinteressano
delle prossime generazioni, fanno bene a pensare così.

Per la loro vita, salvo casi eccezionali, ci sarà sempre uno
stato pronto a garantire le prestazioni pensionistiche.

Per chi di anni ne ha 30 o meno, non è interessato a diventare
ricco e non è disposto ad emigrare, buona fortuna…

 

 

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