Un indice da osservare
Posted on Novembre 14, 2008
Filed Under Economia globale, Crisi Internazionali
In questa fase in cui l’economia sembra sull’orlo
di una nuova depressione, economisti, commentatori
ed anche operatori di mercato concentrano la loro
attenzione su numerose statistiche. Inflazione, disoccupazione,
richiesta di sussidi di disoccupazione, vendita di nuove
case, crescita del PIL e moltissimi altri.
Molti di questi indici sono effettivamente utili o
perlomeno ci aiutano a comprendere dove
sta andando l’economia. Tuttavia, nessuno di
questi indicatori da solo puo’ dirci molto e presi
tutti insieme c’è il rischio di avere un quadro fuorviante.
Senza considerare la possibilità di manipolazione.
Ricordate che negli anni successivi all’introduzione
dell’euro ci hanno detto che l’inflazione era poco oltre
il 2%?
C’è un indicatore, comunque, che preso da solo
ci da notevoli informazioni sullo stato generale
dell’economia.
Si tratta del Baltic Dry Index. Non è un indice
azionario dei paesi baltici, bensì un indice che
misura il costo dei noli marittimi per trasportare
materie prime nel mondo. Ogni giorno, viene
calcolato a Londra come aggregato del costo
del trasporto di ferro, carbone, cemento, grano,
fertilizzanti, ecc… per varie tratte (es. dall’Australia
alla Cina, dal Sud Africa al Giappone, ecc…).
Ogni giorno, centinaia di broker da tutto il mondo
fissano il prezzo per le varie tratte e l’insieme di
questi prezzi forma l’indice.
Perché questo indice ci aiuta a capire lo stato
dell’economia?
Semplice. In primo luogo, si tratta del costo
per il trasporto di materie prime. E le materie
prime sono il fondamento per costruire, produrre,
alimentare le fabbriche, ecc… Se l’economia cresce
la domanda di materie prime sarà alta, con essa
anche la domanda di trasporti e per la legge
della domanda e dell’offerta anche i prezzi dei
noli sarano abbastanza alti. Anche perché almeno
nel breve e medio periodo, l’offerta di trasporti
è inelastica e piuttosto fissa (per costruire una nave
cargo serve tempo, non si puo’quindi raddoppiare
la capacità di trasporto in poche settimane). Di conseguenza,
i prezzi sono guidati essenzialmente dalla domanda.
Ci sono altri aspetti che rendono questo indice
molto utile ed indicativo.
A differenza di molti altri indici, qui manca completamente
la componente speculativa. L’indice non è trattato, quindi
il suo andamento dipende solo dall’andamento dei noli
che lo compongono.
Per il modo in cui è costruito, l’indice non viene
“rivisto periodicamente” come composizione e
non è manipolabile. I prezzi dei noli sono i prezzi
dei noli, dipendenti da domanda ed offerta. E questi
prezzi, oggettivi, determinano l’indice.
Cosa ci dice in questo momento il baltic dry index?
Come è lecito attendersi, non qualcosa di positivo.
L’indice ha toccato un massimo ad ottobre 2007 e poi un
altro a maggio 2008. In quel periodo, se ricordate, le
Borse erano già in fase correttiva, ma le materie prime
erano ancora alte, forse stimando che c’era semplicemente
una correzione sui mercati finanziari, ma l’economia reale
sarebbe continuata ad essere prospera.
Da magio ad oggi, il baltic dry index è praticamente
collassato, passando da un valore di 11.793 all’attuale
820 circa.
Questa caduta, così fragorosa, non anticipa nulla di
positivo. Come dicevo in un’edizione recente, il
2009 sarà un anno difficile e il baltic dry index
ce lo sta dicendo chiaramente.
Per seguire l’andamento dell’indice, potete
usare il sito www.stockcharts.com e inserire
il “ticker” $BDI così come l’ho scritto.
Quando l’indice inizierà a fare “reversal” da questo
minimo estremo, allora vorrà dire che le difficoltà
economiche presto si affievoliranno ed un nuovo
ciclo positivo potrebbe iniziare. Fino ad allora, bisogna
restare “in trincea”.
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One Response to “Un indice da osservare”
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Una nave? E’ quasi gratis
Lo scorso giugno, se volevate noleggiare una nave per carichi secchi (del tipo più grosso, detto Capesize, ottimo per grani, cemento, minerali ferrosi e non) dovevate sborsare 234 mila dollari al giorno. Ed oggi?
Gli armatori si contentano di 7,340 dollari al giorno. Molto conveniente a dir poco. A quel prezzo, le compagnie di navigazione sono in perdita, ma le navi da carico ferme nei porti costano loro parecchio, in ogni caso. Ed ora, quelle navi ferme affollano in doppia fila le banchine di Singapore, Hong Kong e gli altri porti globali.
Prima, col boom del commercio globale, non si trovavano mai abbastanza cargos (di qui i rincari assurdi dei noli); oggi, ce ne sono troppe. Il Baltic Dry Index, che misura questo tipo di servizio, è caduto del 92% (1).
Ciò significa che il commercio mondiale di materie prime è precipitato quasi a nulla, sicuro segno premonitore di una riduzione mai vista della produzione industriale nel mondo; mai vista, s’intende, prima del 1933.
Le siderurgiche non richiedono più minerale di ferro, il settore alimentare non vuole più grano? D’accordo, ne vogliono meno perchè sanno che domani i loro prodotti finiti avranno meno sbocchi; ma proprio niente? Come mai?
E’ che gli armatori, prima ci caricare una Capesize e avviarla in alto mare, vogliono dall’importatore una lettera di credito, a garanzia che la merce e il trasporto saranno pagati. E le banche non forniscono più lettere di credito; benchè riempite di miliardi di dollari ed euro da «salvataggi» statali (tutti soldi nostri, di noi contribuenti) restringono il credito fino a strangolare l’economia reale; che è già malata terminale.
Ci sarebbe da ridere, se non fosse da piangere. A soffrire di questa tragicomica situazione è la City di Londra, già devastata dallo scoppio della bolla finanziaria; i servizi marittimi impiegano 14.500 addetti britannici, e fino all’anno scorso lo shipping rendeva a Londra 1,3 miliardi di sterline annue. Si potrebbe accogliere questa notizia con una maligna schadenfreude verso gli inglesi, primi della classe in liberismo globale. Purtroppo, la crisi dei noli colpisce al cuore anche la Grecia.