Cinque trend di lungo termine che sono molto interessanti
Posted on Febbraio 15, 2010
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Nel lungo termine, investire seguendo un trend di durata pluriennale
spesso paga molto bene.
Naturalmente, per farlo sono importanti due cose: individuare i giusti
trend ed evitare di non pagare eccessivamente l’investimento all’inizio.
Sul secondo aspetto, abbiamo scritto diverse volte ed altre volte scriveremo.
Oggi, però, vorrei provare ad individuare cinque macro-trend che potrebbero
pagare bene in futuro.
1 – Scarsità di materie prime.
Dal peak oil ad altri picchi. Molti avranno sentito parlare del “peak-oil”,
cioè del raggiungimento del picco massimo di produzione nel
settore petrolifero.
Il peak oil non significa che non c’è più petrolio. Solo che la produzione
ha raggiunto il livello massimo e quindi sono necessari aumenti di prezzo e
ricerche di pozzi meno accessibili.
Dal punto di vista della scarsità, poi, c’è sicuramente il problema dell’acqua.
Circa il 20% della popolazione mondiale non ha accesso ad acqua potabile
ed in uno dei paesi che sta crescendo maggiormente, la Cina, il 75% dell’acqua
potabile è a rischio inquinamento. In questo settore, le società che si occupano
di filtri antiinquinamento per l’acqua e di desalinizzazione dovrebbero avere
un buon mercato davanti.
2 – Agricoltura
Anche il problema agricolo e del cibo è uno di quelli con cui il mondo del
futuro dovrà confrontarsi. In particolare, non si tratta solo di abbondanza di cibo,
ma anche di varietà. Man mano che i paesi emergenti diventano più ricchi,
vogliono una dieta più simile a quella occidentale composta maggiormente di
proteine.
La necessità di aree dedicate all’allevamento, i vegetali necessari a sfamare
questi animali e la generale riduzione delle superfici agricole metterà sicuramente
sotto pressione la produttività agricola. Di conseguenza, chi si occupa di fertilizzanti,
equipaggiamenti per l’agricoltura e relativi servizi dovrebbe essere ben posizionato
per i prossimi decenni.
3 – Globalizzazione ed infrastrutture
Non è mistero che uno dei punti di vantaggio in passato e ancora oggi dell’occidente
verso i paesi emergenti è la dotazione infrastrutturale. Ferrovie, strade, autostrade,
ponti, reti fognarie ed idriche, infrastrutture per la trasmissione elettrica, ponti, ecc…
hanno contribuito moltissimo ad aumentare la produttività e ridurre i tempi
di comunicazione. Ora, anche i paesi emergenti, man mano che vanno avanti nella
loro crescita, avranno bisogno di incrementare la loro dotazione infrastrutturale.
Anche in questo caso, le imprese che soddisferanno questo bisogno hanno davanti
un trend molto interessante.
4 – La generazione dei baby-boomer
Se quelli visti nei primi tre punti sono trend che interesseranno sopratutto i paesi
emergenti (anche se non esclusivamente loro), ne abbiamo altri che sono vicini
a noi. Il primo è il comportamento dei baby-boomer. E’ risaputo che l’occidente
sperimentò un forte aumento di natalità nell’immediato dopoguerra e nei decenni
successivi.
I nati in quei decenni sono oggi la quota maggiore della popolazione (visti anche
i successivi cali di natalità) e, soprattutto, coloro che detengono la maggior parte
della ricchezza. Capire il loro comportamento sarà quindi importante per
comprendere quali saranno le imprese meglio posizionate per servirle.
Sebbene non sia facile individuare il loro comportamento, una cosa è abbastanza
certa: spenderanno in salute e “healthcare” più di ogni altra generazione precedente.
In questo campo, le prospettive possono quindi essere interessanti.
5 – Mobile Device
In occidente (ma in generale anche presso le classi abbienti dei paesi emergenti),
le apparecchiature mobili (smartphone) sono sempre di più le apparecchiature
ordinarie di cui molti non possono più fare a meno.
Anche qui, le aziende del settore come Apple, Nokia ma anche altri player
dovrebbero avere nei prossimi anni un mercato in espansione.
All’interno di questi cinque trend si possono quindi selezionare singoli titoli
o ETF che possono dare buone soddisfazioni per il futuro. Come detto in
apertura, bisogna fare attenzione a non pagare troppo l’investimento ed
evitare, quindi, di acquistare titoli o settori quando sono in bolla.
Tuttavia, il “Bear Market” del 2008 ha ripulito molti eccessi e quindi
ci sono sicuramente buone opportunità di investimento su questi cinque
macro-trend.
Verso la soluzione della crisi europea?
Posted on Febbraio 12, 2010
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Nell’ultimo post abbiamo parlato della situazione europea e
di come essa abbia contribuito a generare la recente correzione
sui mercati azionari. Naturalmente, essa ha generato scompiglio
anche sul mercato obbligazionario.
In tale post, concludevo dicendo che a mio avviso questa è
solo una naturale correzione dopo il fortissimo rally partito
a marzo 2009 e che, sempre a mio avviso, gli indici azionari
sono ancora destinati a salire.
Non c’è dubbio, comunque, che la ripresa dei mercati azionari
è legata al chiarirsi della situazione in Europa. Vediamo quindi
di fare brevemente il punto della situazione su questa vicenda.
Ieri i leader di Francia e Germania, insieme al presidente della
BCE Trichet e della UE Van Rompuy, si sono incontrati per
discutere del problema Grecia. La conclusione è stata quella
di fornire sostegno al paese ellenico, “intraprendendo ogni
azione necessaria per mantenere la stabilità finanziaria dell’area
euro”.
In questo momento, comunque, non ci sono dettagli sul piano
di sostegno. Per questo bisognerà attendere probabilmente
la prossima settimana, con le giornate del 15 e 16 febbraio
che saranno importanti.
I mercati hanno reagito tenendo conto di questo.
L’azionario, tranquillizato dal fatto che comunque ci sarà
un qualche sostegno, ha invertito la rotta portandosi in
positivo. La scorsa settimana non era chiaro se tale sostegno
ci sarebbe stato o meno, quindi questo è già un passo avanti.
Comunque, i mercati USA sono andati meglio rispetto a quelli
europei.
Sull’obbligazionario, è venuta meno la speculazione sui
titoli greci e, in generale, sui bond dei paesi periferici.
Sul valutario, invece, il dollaro è rimasto piuttosto forte
contro l’euro.
E’ probabile che gli operatori valutari vogliano vedere i
dettagli del piano prima di tornare ad investire sull’euro.
Infatti, di per se il fatto che ci sarà un sostegno da parte
dei paesi più ricchi non necessariamente puo’ essere
cosa particolarmente positiva per la moneta unica.
Le finanze di molti paesi sono già state messe sotto pressione
dalla crisi e quindi i margini di manovra non sono particolarmente
ampi.
In ultimo, il caso greco è un pericoloso precedente. Come detto,
le finanze di molti paesi europei sono in seria difficoltà e se
i membri più virtuosi e la BCE forniranno supporto alla Grecia,
cosa eviterà che altri paesi diventino fiscalmente meno
disciplinati?
La partita su questo fronte è molto interessante. Vedremo
le prossime settimane come evolverà la situazione.
Situazione europea e correzione sui mercati
Posted on Febbraio 10, 2010
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Sono state settimane un po’ difficili le ultime.
Gli indici di Borsa hanno virato verso il basso con ribassi abbastanza
forti e, soprattutto, sono stati gli indici europei ad essere maggiormente
sotto pressione.
Questo è uno dei primi momenti dalla sua nascita in cui la moneta
unica europea si trova di fronte ad una situazione di difficoltà, con
diversi paesi che fanno fatica a mantenere i conti pubblici in ordine.
E’ ormai risaputa la situazione della Grecia, ma la scorsa settimana
è anche aumentato il rischio Portogallo, che ha visto una deludente
asta dei titoli pubblici e poi anche la Spagna è attentamente monitorata.
Il paese iberico aveva vissuto una forte crescita negli anni scorsi, ma
tale crescita era stata trainata soprattutto dal settore bancario-finanziario
e dall’immobiliare. La crisi internazionale di questi due settori ha generato
una brusca frenata in tutta l’economia spagnola.
Ieri, comunque, sono uscite notizie sul fatto che la UE sosterrà
la Grecia nei suoi problemi finanziari in cambio comunque di
impegni precisi. La questione sarà più chiara nei prossimi giorni.
In seguito a tale notizia, le principali Borse hanno immediatamente
messo a segno un rally anche piuttosto forte, soprattutto in Europa.
Quello di questi giorni è stato anche il primo momento dai tempi
della tempesta finanziaria del 2008 in cui è tornata veramente la
paura sui mercati. L’indice VIX è schizzato verso l’alto durante le
scorse settimane.
Vedremo la reazione degli indici nelle prossime giornate. Se, dopo questa
correzione, i mercati tornassero a muoversi con decisione verso l’alto,
il “Bull Market” ciclico ne uscirebbe rafforzato. Personalmente, continuo
a ritenere i recenti ribassi niente più di una correzione di questo
Bull Market e quindi questi prezzi potrebbero essere buone occasioni
di accumulo.
Sui mercati, spesso essere pigri paga
Posted on Febbraio 4, 2010
Filed Under Wealth Building, Investire intelligentemente, Operatività e Gestione Portafoglio, Mercati Emergenti, Mercati Azionari | Leave a Comment
Ci sono diversi analisti, operatori, gestori di fondi fino ad arrivare
a trader privati ed investitori retail che cercano continuamente di
prevedere cosa faranno i mercati. Se saliranno, se scenderanno, se hanno
raggiunto un top o un bottom, se il trend è al rialzo o al ribasso.
La maggior parte di questi operatori, compresi i “grandi” e dotati
di notevoli mezzi tecnologici ed informativi, non traggono grande profitto
da tutto ciò. Basta considerare che i grandi gestori di fondi, mediamente, non
riescono a battere il benchmark.
Pertanto, statistiche alla mano, è preferibile essere “pigri” e non perdere
molto tempo dietro a tutto questo. Si compra un portafoglio ben diversificato
(quindi un ETF su indici importanti) e lo si tiene per sempre. Nel
lungo termine, l’inflazione da un lato e la crescita degli utili dall’altro
spingeranno i valori nominali dell’indice verso l’alto.
Questa è la tipica strategia Buy and Hold che, in diversi periodi del passato,
ha prodotto eccellenti risultati battendo diversi sistemi di market timing.
Tuttavia, questa strategia ha un “contro”. Mentre è vero che nel lunghissimo
termine (non solo 10 anni, ma 20-30 e più anni) le azioni tendono a salire e
a far meglio di tutti gli altri investimenti, nel breve le oscillazioni
sono notevoli e gli esempi sono a noi molto vicini. Basta ricordare il 2008,
oppure il triennio 2000-2002.
In questi frangenti, non tutti riescono a guardare in modo impassibile il proprio
capitale perdere il 20-30% o anche più senza battere ciglio.
In altri termini, la volatilità del Buy and Hold puo’ essere notevole.
A mio avviso, esiste un altro modo di essere “pigri”. Un modo molto più
intelligente e che permettere di fare meglio del Buy and Hold riducendo anche
la volatilità.
Si tratta della strategia che sta dietro al nostro “Lazy Portfolio”, uno
dei portafogli presenti nel nostro servizio premium
Trend e Strategie di Investimento.
La strategia è molto semplice e si basa su asset allocation + ribilanciamento
annuale.
Poiché è dimostrato che i rendimenti di un portafoglio dipendono in primo
luogo dall’asset allocation, la prima cosa da fare nell’implementare la nostra
strategia è definire tale allocazione.
Il Lazy Portfolio destina il 60% del proprio capitale alle azioni. Si tratta
della classe di investimento che nel lungo termine rende di più, quindi è giusto
che abbia la porzione principale, altrimenti i rendimenti non
sarebbero soddisfacenti.
Poiché non è possibile sapere in anticipo quali azioni fanno meglio, il Lazy Portfolio
tenta di detenerne tutte le classi. Abbiamo quindi azioni europee ed americane,
giapponsi e dei mercati emergenti, large cap e small cap.
Come abbiamo detto, però, le azioni sono volatili e quindi il Lazy Portfolio
cerca di smorzare un po’ la volatilità detenendo, per il restante 40%, asset non
troppo correlati con l’azionario.
Pertanto, troviamo anche un 30% di obbligazioni (divise 1/3 in titoli di stato
a breve, 1/3 bond dei mercati emergenti, 1/3 bond inflation linked), un 5%
di azioni su real estate e un 5% di metalli preziosi (oro).
Non sempre questi asset si mostrano totalmente scorrelati (ad esempio, nel
2008 azioni, bond emergenti e real estate hanno avuto un andamento
simile), ma molto spesso questo accade.
Definita l’asset allocation, il pilastro principale ed irrinunciabile è il ribilanciamento
annuale. Non potendo sapere con esattezza quando le varie classi di investimento
raggiungono il loro top o il loro bottom, ad un intervallo regolare si prende il
portafoglio, si guarda la percentuale di presenza di ogni investimento e, se si è
modificata rispetto a quella originaria, la si riporta a tale livello.
Nel servizio premium, ho inserito il Lazy Portfolio a partire dall’8 settembre 2008.
Al 31/12/2009, la performance era del +3,45%. Nello stesso periodo, un ETF
sull’indice europeo (strategia Buy and Hold) aveva fatto -2,56%). Ben 6 punti di
differenza.
Nel 2009, essere “pigri” ha pagato bene. E credo che continuerà a pagare molto
bene.
Il Lazy Portfolio non batterà il mercato tutti gli anni, ma diverse statistiche americane
rilevano che lo battono nel lungo termine e, soprattutto, fa comunque molto bene
con minore volatilità.
Cosa pensa Bernanke
Posted on Febbraio 1, 2010
Filed Under Economia globale, Bolle speculative, Crisi Subprime, Forex e Valute, Banche Centrali | Leave a Comment
Ho avuto modo di leggere, recentemente, un articolo
su un intervista dell’economista Mark Skousen al
govetrnatore della FED Ben Bernanke.
Mark Skousen è uno dei miei economisti preferiti,
con una profonda conoscenza delle diverse scuole
economiche ed una predilizione per la Scuola Austriaca
e quella di chicago. Le sue interviste, pertanto, sono
a mio avviso piuttosto interessanti.
Diversi punti dell’intervista sono meritevoli di attenzione.
L’intero articolo in inglese potete trovarlo qui:
http://www.investmentu.com/IUEL/2010/January/ben-bernankes-unanswered-questions.html
Di seguito, invece, traduciamo e sintetizziamo gli aspetti più
interessanti.
In primo luogo, Skousen mette in risalto il fatto che probabilmente
Bernanke era a conoscenza del fatto che una crisi potenziale potesse
verificarsi. Come fatto notare, in diverse apparizioni tra il 2006 e
il 2007 Bernanke aveva più volte usato termini come: “panico”,
“crisi”, “stress”, “tempesta finanziaria”, “crisi del dollaro”, ecc…
Termini che generalmente non sono sulla bocca di chi vede il
futuro roseo.
Bernanke ha rifiutato anche il fatto che questa crisi sia stata generata
dalla politica dei bassi tassi impiegata tra il 2003 e il 2004, mentre
ha ammesso possibili errori della FED e del sistema finanziario in
genere nel non regolamentare adeguatamente il settore dei subprime.
Per il futuro, Bernanke non ritiene che l’attuale espansione monetaria
possa rappresentare un problema, dal momento che essa è dovuta
essenzialmente al programma di acquisto titoli “mortgage-backed”
che presto cesserà.
La conclusione abbastanza condivisibile a cui arriva Skousen è
piuttosto semplice: non c’è la paura, da parte di Bernenke, circa
la debolezza del dollaro e delle eventuali conseguenze dell’espansione
monetaria. Di conseguenza, è molto probabile che l’oro non
sia arrivato alla fine del suo Bull Market ma che, magari con qualche
pausa, sia destinato a continuare.
Un buon investimento per il 2010
Posted on Gennaio 28, 2010
Filed Under Economia globale, Psicologia del Mercato, Forex e Valute, Banche Centrali | Leave a Comment
Il trend degli ultimi anni sul mercato valutario è stato, quasi
senza soluzione di continuità, la debolezza del dollaro nei
confronti dell’euro.
Sul finire degli anni ’90, il biglietto verde quotava ben sotto
la parità rispetto alla nuova moneta europea e raggiunse dei
picchi persino sotto quota 0,90. Durante l’ultima decade,
arrivò a sfiorare 1,60. Quasi dimezzato.
Ricordiamo che qui non stiamo parlando di qualche indice
azionario, magari di qualche remoto paese emergente. Stiamo
parlando di rapporti di cambio tra le valute delle due principali
e più stabili aree economiche al mondo.
Fatta questa premessa, questo è quello che penso: l’euro è ormai
sopravvalutato rispetto al dollaro e il 2010 potrebbe essere tempo di
una correzione.
Chi ritiene che questo non sia vero, punta su diversi argomenti.
Il forte deficit degli USA, i tassi a zero, la FED che ha iniettato una
massa enorme di liquidità nel sistema.
Tutte cose vere. Non solo, tutte cose che di certo nei prossimi mesi
non spariranno.
Il punto è che, come sempre, i mercati sono delle “discounting machine”.
Tutta queste cose sono ormai note e secondo me prezzate nel tasso
di cambio.
Per contro, l’Europa presenta una situazione non molto diversa dagli
Usa e, oltre questo, la ripresa probabilmente inizierà più tardi e sarà
comunque meno sostenuta rispetto a quella americana. E il caso della
Grecia mostra anche che la struttura dell’euro ha dei problemi.
Infine, il trend sembra favorevole al dollaro. In questi giorni, il dollar
index è in prossimità di tagliare la sua media mobile a 200 giorni dal
basso verso l’alto.
All’interno del nostro servizio premium Trend e Strategie di Investimento
stiamo già investendo sul dollaro da qualche tempo. La prima parte del
rialzo è ora probabilmente fatta, ma a mio avviso siamo ancora all’inizio
del potenziale rialzo del biglietto verde in questo 2010.
I motivi della “Lost Decade”
Posted on Gennaio 25, 2010
Filed Under Investire intelligentemente, Bolle speculative, Value Investing, Psicologia del Mercato, Inflazione, Mercati Azionari | Leave a Comment
Nell’ultimo post avevamo parlato della “Lost Decade”, cioè
della peggior decade della storia relativamente al rendimento
dei mercati azionari.
Oggi cerchiamo di capire il perché di questa “Lost Decade”.
Prima, però, dobbiamo riprendere le determinanti del rendimento
del mercato azionario, che come detto nell’ultimo post sono 4:
1 - Dividendi
2 - Incremento o diminuzione del rapporto P/E
3 - Crescita reale degli utili
4 - Inflazione
Se consideriamo il rendimento reale e non quello nominale, allora
l’ultima componente, l’inflazione, non va considerata.
L’andamento di queste quattro componenti spiega i rendimenti.
Ad esempio, fermandoci solo all’apsetto nominale, un periodo di
deflazione tende a ridurre i rendimenti nominali. Negli anni ‘30,
il rendimento nominale annuo composto fu poco sopra lo zero
e la deflazione contribuì abbastanza a questo scarso rendimento.
Infatti, se considerassimo il rendimento reale, negli anni ‘30
abbiamo un +1,75% annuo composto. Niente di entusiasmante,
ma nemmeno un disastro. Eppure, la percezione è di uno dei
periodi più devastanti per i mercati.
Viceversa, un periodo di inflazionse sostenuta puo’ mitigare
la percezione del “Bear Market”. Ad esempio, negli anni
‘70 i mercati resero, dividendi inclusi e reinvestiti, il 5,81%,
che non è male. Tuttavia, l’alta inflazione contribuì non poco
a “mascherare” il vero rendimento. Infatti, dal punto di vista
reale, l’indice S&P500 perse l’1,54% annuo composto.
Dopo questa intruduzione, veniamo a noi. Cosa ha provocato
lo scarso rendimento del 2000-2009?
Iniziamo dagli utili, che nel lunghissimo termine sono la componente
più importante. Gli utili non sono andati male in questi anni.
Considerando gli utili normalizzati decennali (cioè l’utile di ogni
anno è pari alla media degli utli degli ultimi 10 anni, in modo da
isolare i picchi del ciclo), essi sono cresciuti del 2,83% annuo composto.
Davvero niente male, se si pensa che nel Bull Market degli
anni ‘90 gli utili non sono mai cresciuti a questo ritmo.
Relativamente all’inflazione, nel corso degli ultimi 10 anni è
stata moderata e comunque non abbiamo affatto avuto deflazione.
Al 31/12/2009, il tasso annuo composto di crescita dell’indice dei
prezzi è stato intorno al 2,84%.
Queste due componenti, la crescita degli utili e la deflazione, hanno
quindi spinto verso l’alto i mercati. Pertanto, per trovare le ragioni
della scarsa performance, dobbiamo guardare alle altre 2, cioè
i dividendi e le valutazione.
Diciamo subito che i dividendi sono stati piuttosto scarni. Al 31/12/1999,
inizio del periodo considerato, lo yield era un modesto 1,15%. Tuttavia,
tutto il resto uguale, il dividendo da sempre un rendimento positivo,
per quanto basso.
Arriviamo quindi al vero motivo del ribasso. Come molti avranno già
intuito, la principale motivazione di questa “Lost Decade” sono le
altissime valutazioni che avevamo all’inizio del 2000, quando in piena
euforia borsistiche il multiplo degli utili era ben sopra 40, livello mai
visto nella storia.
Nel corso della decade, questo rapporto si è dovuto inevitabilmente sgonfiare
e ciò ha compresso fortemente le performance azionarie, nonostante il buon
andamento degli utili. In genere il rapporto P/E si sgonfia in fase di rialzo dei
tassi, mentre questa volta si è sgonfiato nonostante i tassi siano addirittura scesi.
In altri termini, è stata una pura pulizia dell’euforia del decennio precedente.
Ed oggi come ci presentiamo?
Purtroppo, bisogna dire che il rapporto P/E, ancora sopra 20, non è bassissimo
dal punto di vista storico. Inoltre, i tassi sono ai minimi e quindi è probabile che
nel prossimo decennio saliranno, mettendo ancora sotto pressione il rapporto P/E.
Il grosso della pulizia degli eccessi è stato fatto, ma forse non è ancora terminato.
Pertanto, è probabile che terminato questo ciclo intermedio di rialzo, ciclo partito
dai minimi di marzo, inizierà una nuova fase correttiva. Auguriamoci che sia meno
rapida e meno devastante dell’ultima che abbiamo vissuto.