Non perdere troppo tempo con il market timing

Alcuni mesi fa c’era notevole pessimismo sui mercati ed in pochi
si azzardavano ad investire in azioni.

Oggi siamo reduci da un rally molto forte e sostenuto. Tutto sommato,
un buon dicembre, poi il miglior gennaio degli ultimi 25 anni e, quindi,
un febbraio dove le prese di profitto hanno sostanzialmente generato
solo una fase laterale, senza discese eccessivamente sostenute e
prolungate.

In questa situazione, in molti si chiedono se si possa ora investire
nell’azionario, dato che sembra che il peggio sia passato. Se, però,
il rally dovesse essere finito ed il futuro ci dovesse riservare una
nuova fase ribassista , investire ora potrebbe portare a delle perdite.

Al contrario, ci sono anche molti che pensano che il peggio sia
tutt’altro che passato e che il futuro ci riserverà ancora moltissimi
ribassi e una crisi pesante.

Non è detto che sbaglino. Ma se dovessero sbagliare, perderebbero la
prossima fase di rialzo, magari dopo aver già perso quella dei mesi
scorsi.

Questo è proprio il problema di chi fa market timing.

Convinti di riuscire a prevedere il mercato, coloro che tentano di
fare market timing decidono di stare fuori quando vedono arrivare i
tempi bui. E, cosa interessante, fanno bene. Cioè, spesso riescono
effettivamente ad evitare una fase di discesa pronunciata (ma non
tutti).

Il problema arriva dopo. Convinti che il peggio non sia passato,
restano alla finestra ed aspettano. Ogni rialzo è visto solo come un
“rimbalzo del gatto morto”. Il che, ancora, è vero, almeno fino al
momento in cui non è più vero.
Perdonate il gioco di parole, ma il significato è che i mercati oscillano
sempre. Ci sono fasi di rialzo e fasi di ribasso di lungo periodo. Ognuna
di esse è intervallata da temporanee correzioni e temporanei rimbalzi. Il
grande trader di inizio ’900 Jessie Livermore chiamava questi movimenti
“reazioni secondarie” all’interno di un trend di lungo termine.

Ma ad un certo momento, il trend inverte. Da ribassista diventa rialzista
e viceversa. Purtroppo il cambio di trend è sempre riconoscibile solo
ex-post. Quando lo si guarda in un grafico con il senno di poi, tutto sembra
chiaro. Ma nella formazione dell’inversione, questa è tutt’altro che
riconoscibile. Ogni inversione partesempre con una semplice “reazione
secondaria” all’interno del precedente trend. Poi questa reazione finisce
col durare di più, poi ancora di più, e alla fine diventa un nuovo trend.

E chi stava alla finestra, riconosce il nuovo trend solo con ritardo.

Quindi cosa fare?

Io ho sempre pensato che dedicare troppo tempo a prevedere i mercati sia
una perdita di tempo.

Personalmente, anche io cerco di individuare i grandi cambi di trend di
medio-lungo termine usando comunque strumenti consolidati come le medie
mobili lunghe, i supporti e le resistenze.

Ma ho sempre ritenuto anche che questi strumenti non debbono essere una
religione, ma soltanto un supporto.

A mio avviso, la cosa più importante è sempre l’asset allocation. E’ da
qui che si deve partire. Come diceva Benjamin Graham, mentore di Buffett,
un investitore non dovrebbe investire in azioni più del 75% del proprio
capitale e non meno del 25%.

Una buona linea-guida. Che permette di non essere mai completamente fuori
dall’azionario, ma nemmeno mai sovraesposti. All’interno di questa
allocazione generale, un minimo di market timing può anche essere una buona
cosa, purchè condotto con strumenti consolidati di trend following e non
sulla base di pure emozioni ed idee personali.

Ma detto questo, cosa dovrebbero fare coloro che ora si trovano totalmente
fuori dalle azioni?

Sarà argomento per la prossima edizione…

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