La crisi del debito dei governi

Non c’è dubbio che la crisi del debito dei governi è stato uno
dei problemi che ha attirato maggiormente l’attenzione negli
ultimi mesi, in particolare da quando la situazione di alcuni
paesi europei ha suscitato molti dubbi ed incertezze.

Il debito, in linea teorica, viene contratto per coprire spese ed
investimenti che dovrebbero contribuire al miglioramento delle
condizioni economiche nel paese. In altri termini, per creare la
prosperità.

Fino a che la prosperità aumenta e il debito non va fuori controllo,
la cosa puo’ continuare e, per certi versi, si puo’ dire che il debito
non e’ troppo alto anche quando si trova ad una percentuale
rilevante sul PIL prodotto.

Quando, però, gli impieghi del debito non sono particolarmente
remunerativi, le cose si fanno difficili. A livello di economia nazionale,
dire che gli impieghi del debito non sono remunerativi equivale a dire
che essi non generano più sufficiente crescita. Se la ricchezza prodotta
non cresce adeguatamente e i debiti si accumulano, il loro “servizio”
(cioè il pagamento di interessi) diventa progressivamente meno sostenibile.
In molti paesi occidentali sta accadendo proprio questo. La recente crisi
ha portato non ad un ristagno, bensì addirittura ad una contrazione
del PIL. Di conseguenza, la sostenibilità dei debiti è divenuta più
problematica.

Senza una ripresa della crescita sostenuta, abbastanza improbabile
in questo momento se non altro perché le grandi economie occidentali
non possono più crescere continuamente al 4-5%, i debiti pubblici hanno,
con buona probabilità, raggiunto un livello troppo alto e andranno
ridimensionati.

Le politiche fiscali di risanamento messe in piedi da diversi paesi europei
vanno su questa strada.

Probabilmente questo è solo l’inizio. E, con buona probabilità, anche gli
USA, che durante il G20 hanno spinto per politiche di rilancio della
crescita, presto o tardi dovranno fare i conti con il loro debito, che sta
diventando sempre meno sostenibile.

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