Fare il timing del mercato, a mio avviso, non serve - EF Report 191
Posted on Ottobre 31, 2007
Filed Under Investire intelligentemente, Operatività e Gestione Portafoglio
Investire sul mercato azionario e più in generale in qualsiasi mercato
è necessario prendere delle decisioni su quando acquistare e quando
vendere.
Molte persone, ci si rende conto di questo leggendo i vari forum di
trading, dedicano moltissimo del loro tempo a cercare di capire se
è un buon momento per comprare o vendere.
E nonostante sia certo che molti non condivideranno, affermo che
questo tempo dedicato a trovare precisi punti di ingresso o di uscita è
sostanzialmente tempo sprecato.
La maggior parte delle persone che cercano di indovinare costantemente
il “timing” del mercato o addirittura di anticiparlo, perdono costantemente
soldi. Esistono delle eccezioni. Io conosco alcuni che riescono ad individuare
con una certa sistematicità i trend e i punti di inversione e guadagnano bene
da questo. Molto bene. Ma sono, appunto, delle eccezioni.
La tua scelta è quindi tra cercare di essere una di queste eccezioni e non
fare il timing del mercato e limitarsi a seguire il trend.
Se vuoi essere un’eccezione, l’impegno è notevole. Per mia esperienza, per
diventare bravo a fare qualcosa (imparare una lingua, suonare uno strumento)
sono necessarie almeno 1.000 ore di studio e di pratica. Per diventare
eccezionale, un fuoriclasse, servono almeno 3.000 ore di studio e pratica.
Questo significa che, innanzitutto, per diventare una di queste eccezioni
difficilmente puoi fare trading come seconda attività. Deve essere quella
principale. In secondo luogo, considera che nel trading fare pratica significa,
sostanzialmente, perdere dei soldi. Il processo di apprendimento è quindi
anche costoso. Si può provare a ridurre questi costi, ad esempio iniziando
con poco. Ma i costi restano comunque.
Io suggerisco un altro approccio.
Suggerisco di investire in qualcosa di valore, di farlo quando c’è un trend
definito al rialzo e di tenere le posizioni per un periodo medio-lungo. Inoltre,
fissare delle stop-loss protettive in caso le cose non vadano come previsto.
Investire in qualcosa di valore significa comprare quando i prezzi non sono
eccessivi rispetto agli utili medi o ai cash flow. Acquistare titoli o mercati con
P/E non eccessivi è quasi sempre, a mio avviso, meglio di acquistare titoli,
mercato o settori con P/E elevati.
Quanto devono essere bassi i P/E? Non è scienza. Quando sono più bassi della
media storica è già un ottimo punto di partenza. Più sono bassi rispetto alla media
storica e più c’è “margine di sicurezza”. Tutto qui. Niente numeri categorici.
Il secondo aspetto è l’esistenza di un trend al rialzo.
Andare contro il trend è sempre difficile. Servono molti soldi, perché quelli che
perderai inizialmente non devono metterti in agitazione e serve molto sangue freddo.
Inoltre, un trend in formazione o già formato può continuare per molto tempo, non
importa quanto irrazionale sia. Basta guardare qualsiasi grafico per vedere che
per il 70-80% del tempo i mercati seguono un trend, rialzista o ribassista, mentre
pochi sono i momenti in cui si genera un’inversione o in cui il mercato è laterale.
Per individuare il trend disegno delle semplici trendline o uso delle semplici
medie mobili di lungo periodo. Niente di particolarmente complesso.
Naturalmente, un trend prima o poi inverte. Cosa succede se inverte proprio
quando siamo entrati? Fissiamo una stop-loss e vendiamo quando questa
viene raggiunta. Pazienza se perdiamo qualcosa. Fa parte del gioco.
Per mia esperienza, questo modo di fare offre maggiori sicurezze, migliori
risultati e perdite ridotte rispetto a chi cerca di fare continuamente
market-timing.
A meno che tu non sia una delle eccezioni di cui parlavo prima. Ma se sei
uno di questi, non credo che cercherai qui un modo per operare. Avrai già
il tuo metodo.
Scritto da “Roberto” per Educazione Finanziaria
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Finalmente la globalizzazione può essere un’opportunità anche per te!
- Cina, India e le altre economie emergenti stanno “deindustrializzando”
Italia, Europa ed USA. - L’aumento dei tassi della BCE renderanno più costoso il tuo mutuo.
- Il petrolio oltre i 60$ rende la tua bolletta più onerosa.
- La delocalizzazione è realtà in molti settori lavorativi.
Se vivi e lavori in Italia sei sottoposto alle minacce della globalizzazione
Ma alcune persone stanno già traendo profitto da questo trend…
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Comments
8 Responses to “Fare il timing del mercato, a mio avviso, non serve - EF Report 191”
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Concordo con il messaggio di fondo dell’articolo, ovverosia l’estrema difficoltà di fare timing del mercato, soprattutto se questo rischia di tradursi in un’attività di trading eccessiva (controindicata anche in termini di costi).
Tuttavia, se posso permettermi un’integrazione, l’analisi dei P/E correnti e storici dev’essere comunque supportata da altre considerazioni: non sempre, cioè, un P/E storicamente basso è sinonimo di valore.
Personalmente, ad es., utilizzo anche altri indicatori, come il P/E di Graham & Dodd ed i dati sulla crescita attesa degli utili (livello e recenti revisioni). Così come considero molto importanti altri multipli quali il P/Sales (il meno soggetto a “manipolazioni”) ed il dividend yield.
A tutte queste informazioni fondamentali, infine, associo degli indicatori tecnici di trend, sempre molto utili anche perché nella dinamica dei mercati conta moltissimo l’aspetto psicologico-comportamentale… ma questo è tutto un altro discorso!
Saluti
Tutte cose vere. Naturalmente questo messaggio non esaurisce completamente il discorso su come operare (ce ne sono stati e ce ne saranno altri).
Ad esempio, in realtà più che il P/E secco uso la media degli utili degli ultimi 3 anni al denominatore. Poi ci sono tanti altri indicatori aziendali (debiti, ROE, ecc…). Il P/S invece non lo trovo molto utile. E’ il meno manipolabile, ma poi significa poco anche dal punto di vista storico perché se cambiano i margini reddituali cambia anche il P/S che il mercato reputa congruo. Cioè un’impresa o un settore può avere P/S storici più alti dell’attuale semplicemente perché oggi è peggiorata la redditività.
Sull’aspetto tecnico invece sono proprio delle semplici trendline e le medie mobili ad avermi dato i quadri di riferimento migliori. Tanti altri indicatori li ho studiati (e Dio solo sa quanto tempo vi ho dedicato) ma raramente li ho trovati di grande utilità.
Naturalmente questa è la mia esperienza.
Non c’è ke dire, è proprio 1 maestro.
Comunque a kiusura di cotanta precisione vorrei aggiungere ke fare timing è l’unica strada x massimizzare i guadagni in borsa.
Sapendolo fare kiaramente…
Io ho semplicemente riportato la mia esperienza. Secondo me, per fare il timing bisogna saperlo davvero fare. Il 90% di chi ci prova perde soldi. Si guadagna solo se si è tra quel 10% di eccellenti.
Invece seguire il trend, perdendo magari la fase iniziale e beccandosi, poi, la parte iniziale dell’inversione, è un buon modo per guadagnare.
Inoltre, chi ha guadagnato veramente con gli investimenti, com Warren Buffett, Lynch, Templeton, ecc… non fa market timing, ma investimenti di lungo termine all’interno di un trend ben definito. Soros è stato forse l’unico famosissimo a fare, in parte, market timing.
Sono d’accordo, il mio non voleva essere 1 intervento in contrasto.
Semplicemente osservavo che il max dalla borsa lo si ottiene con il timing, ke poi ci si riesca è tutt’altra cosa tant’è ke appunto i più grandi (W-L-T-…) hanno preferito non accimentarsi in tanto ardire.
Torno oggi a rivedere i commenti e, giusto per specificare, volevo precisare il mio pensiero sul rapporto P/S, ovvero prezzo/fatturato.
L’analisi del P/S è molto utile - a mio avviso - proprio perché prescinde del tutto dalla redditivita’ (non c’entra, cioè, se è peggiorata o migliorata o, peggio ancora, “addomesticata” da artifizi contabili).
Va da se’ che, a parità di redditività (espressa ad es. dal P/E), è ben diverso un titolo che quota due, tre o più volte il fatturato realizzato rispetto ad un altro che esprime un P/S ad es. inferiore all’unità.
Per fare un esempio concreto, nel settore petrolifero europeo BP e Repsol hanno P/E molto simili (circa 11x), ma la seconda quota ad un P/S di un terzo inferiore (0,6 vs. 0,9), il che evidenzia una marginalità netta migliore.
Cordialità

Beh Alessandro, ovviamente il bello è che ognuno ha il suo metodo per investire. Altrimenti i mercati finanziari sarebbero un piattume.
In realtà io questo è un aspetto che guardo prima. cioè voglio vedere un’impresa che ha un buon margine operativo sulle vendite. Fatto quello, mi interessa che quegli utili non mi costino troppo, per questo guardo il P/E. Ovviamente per equivalenza se scelgo un’impresa con buon margine e basso P/E, indirettamente finisco per scegliere titoli con basso P/S, ma di per se non è che vado a vedere l’entità di quel rapporto.
in sostanza, siamo allineati…