Quando vendere un investimento

Nei libri di finanza, sui siti web e sui giornali
specializzati si dedicano pagine e pagine su tecniche,
sistemi e considerazioni che ci dicono (o provano a
farlo) quando comprare, quando entrare sul mercato,
quando comprare un titolo e perché.

Poche, in rapporto, sono le parole spese su un tema a
mio avviso più importante, cioè quando vendere.

Diverse scuole di trading, in particolare quelle aderenti
al filone del “trend following”, hanno mostrato che
persino un sistema di entrata puramente causuale basato
sul lancio di una moneta o qualcosa di simile puo’
portare a risultati profittevoli se si ha un buon sistema
di gestione della posizione che ci dice quando uscire
e, soprattutto, se lo rispettiamo.

In altri termini, un’ottima exit strategy compensa
ampiamente un timing sbagliato.

Vediamo quindi, oggi, come affrontare questo problema:

“Quando vendere un investimento”?

Il tema è stato piuttosto attuale dato il fatto che solo
un paio di settimane fa abbiamo vissuto una correzione
abbastanza marcata sui listini che ha messo in agitazione
gli investitori meno convinti. Anche all’interno del nostro
servizio premium Trend e Strategie di Investimento mi sono
arrivate diverse domande se fosse o no il caso di uscire da
alcuni investimenti.

In tutti i casi la mia risposta è stata la stessa: “Non ho
idea dicosa farà il mercato questa settimana o la prossima.
I fondamentali che mi avevano portato ad avere determinati
titoli non erano cambiati, quindi non c’era motivo per
uscire da questi titoli. Ma se proprio le cose fossero andate
male,le nostre trailing-stop sarebbe stato il livello di uscita”.

Il trailing-stop è forse il metodo migliore per decidere
quando vendere un investimento.

Si fissa un livello massimo di perdita quando si compra un
titolo, cioè si fissa la stop-loss. Quindi, man mano che il
prezzo sale, si aggiusta lo stop verso l’alto. In questo modo
si cavalca la salita fino a che tale salita c’è, poi quando
si inverte il trend si taglia.

Il livello di stop da usare è soggettivo e dipende dalla
tolleranza al rischio. Ad esempio, l’Investor Business Daily
raccomanda un 7-8%.
Questo livello puo’ andar bene, ma personalmente preferisco
un livello più ampio del 25%. Questo livello permette
all’investimento di oscillare senza essere prematuramente
tagliato.

Ma ripeto, quello che è importante non è se usare il 25%,
il 20% o il 10%. Quello che è importante è il concetto.
La trailing stop è uno dei migliori metodi per gestire la
posizione e decidere quando vendere senza farsi prendere
dalle emozioni.

Sui mercati, spesso essere pigri paga

Ci sono diversi analisti, operatori, gestori di fondi fino ad arrivare
a trader privati ed investitori retail che cercano continuamente di
prevedere cosa faranno i mercati. Se saliranno, se scenderanno, se hanno
raggiunto un top o un bottom, se il trend è al rialzo o al ribasso.

La maggior parte di questi operatori, compresi i “grandi” e dotati
di notevoli mezzi tecnologici ed informativi, non traggono grande profitto
da tutto ciò. Basta considerare che i grandi gestori di fondi, mediamente, non
riescono a battere il benchmark.

Pertanto, statistiche alla mano, è preferibile essere “pigri” e non perdere
molto tempo dietro a tutto questo. Si compra un portafoglio ben diversificato
(quindi un ETF su indici importanti) e lo si tiene per sempre. Nel
lungo termine, l’inflazione da un lato e la crescita degli utili dall’altro
spingeranno i valori nominali dell’indice verso l’alto.

Questa è la tipica strategia Buy and Hold che, in diversi periodi del passato,
ha prodotto eccellenti risultati battendo diversi sistemi di market timing.

Tuttavia, questa strategia ha un “contro”. Mentre è vero che nel lunghissimo
termine (non solo 10 anni, ma 20-30 e più anni) le azioni tendono a salire e
a far meglio di tutti gli altri investimenti, nel breve le oscillazioni
sono notevoli e gli esempi sono a noi molto vicini. Basta ricordare il 2008,
oppure il triennio 2000-2002.

In questi frangenti, non tutti riescono a guardare in modo impassibile il proprio
capitale perdere il 20-30% o anche più senza battere ciglio.

In altri termini, la volatilità del Buy and Hold puo’ essere notevole.

A mio avviso, esiste un altro modo di essere “pigri”. Un modo molto più
intelligente e che permettere di fare meglio del Buy and Hold riducendo anche
la volatilità.

Si tratta della strategia che sta dietro al nostro “Lazy Portfolio”, uno
dei portafogli presenti nel nostro servizio premium
Trend e Strategie di Investimento.

La strategia è molto semplice e si basa su asset allocation + ribilanciamento
annuale.

Poiché è dimostrato che i rendimenti di un portafoglio dipendono in primo
luogo dall’asset allocation, la prima cosa da fare nell’implementare la nostra
strategia è definire tale allocazione.

Il Lazy Portfolio destina il 60% del proprio capitale alle azioni. Si tratta
della classe di investimento che nel lungo termine rende di più, quindi è giusto
che abbia la porzione principale, altrimenti i rendimenti non
sarebbero soddisfacenti.

Poiché non è possibile sapere in anticipo quali azioni fanno meglio, il Lazy Portfolio
tenta di detenerne tutte le classi. Abbiamo quindi azioni europee ed americane,
giapponsi e dei mercati emergenti, large cap e small cap.

Come abbiamo detto, però, le azioni sono volatili e quindi il Lazy Portfolio
cerca di smorzare un po’ la volatilità detenendo, per il restante 40%, asset non
troppo correlati con l’azionario.

Pertanto, troviamo anche un 30% di obbligazioni (divise 1/3 in titoli di stato
a breve, 1/3 bond dei mercati emergenti, 1/3 bond inflation linked), un 5%
di azioni su real estate e un 5% di metalli preziosi (oro).

Non sempre questi asset si mostrano totalmente scorrelati (ad esempio, nel
2008 azioni, bond emergenti e real estate hanno avuto un andamento
simile), ma molto spesso questo accade.

Definita l’asset allocation, il pilastro principale ed irrinunciabile è il ribilanciamento
annuale. Non potendo sapere con esattezza quando le varie classi di investimento
raggiungono il loro top o il loro bottom, ad un intervallo regolare si prende il
portafoglio, si guarda la percentuale di presenza di ogni investimento e, se si è
modificata rispetto a quella originaria, la si riporta a tale livello.

Nel servizio premium, ho inserito il Lazy Portfolio a partire dall’8 settembre 2008.
Al 31/12/2009, la performance era del +3,45%. Nello stesso periodo, un ETF
sull’indice europeo (strategia Buy and Hold) aveva fatto -2,56%). Ben 6 punti di
differenza.

Nel 2009, essere “pigri” ha pagato bene. E credo che continuerà a pagare molto
bene.

Il Lazy Portfolio non batterà il mercato tutti gli anni, ma diverse statistiche americane
rilevano che lo battono nel lungo termine e, soprattutto, fa comunque molto bene
con minore volatilità.

Quanto sono efficienti i mercati?

Da sempre, il tema dell’efficienza del mercato è molto dibattuto,
poiché da questo dipende la possibilità o meno di battere il
mercato in modo continuativo.

Semplificando, ci sono due visioni opposte sulla questione. La
prima è quella della “Teoria dei Mercati Efficienti” che propugna,
come dice il nome, il concetto che le notizie e le informazioni
sono tutte già scontate nei prezzi e quindi è impossibile battere
il mercato. La seconda, partendo dall’evidenza empirica che ci
sono soggetti che hanno fatto continuamente meglio degli indici
(Buffett, Lynch, Templeton, ecc…), ritengono invece che il
mercato abbia delle inefficienze che possono essere sfruttate.

Oggi vediamo l’impostazione della Prima, “Teoria dei Mercati Efficienti”
e poi esprimerò la mia idea sulla questione e come un investitore puo’
comportarsi concretamente.

In base a questa teoria, si pensa che il mercato sia talmente efficiente
da essere in grado di riflettere in ogni istante tutte le informazioni note
e scontare tutte le attese future sulla base delle informazioni attualmente
disponibili. Dato ciò, si ritiene impossibile estrarre extra-rendimenti
dal mercato in modo consistente e continuativo dalla selezione
titoli o dal market timing. Se anche un sistema funzionasse in un dato
momento e per un certo periodo, presto questo sarà seguito anche da
molti altri operatori e il suo impiego di massa finirà per fargli perdere
efficacia. Questo è quanto è successo, in passato, alla Dow Theory o
alla strategia “Dogs of the Dow”. Hanno funzionato bene per un lungo
periodo, ma quando sono state poi seguite sempre da più operatori
hanno perso efficacia.

Uno dei massimi sostenitori di questa teoria è Burton Malkiel,
professore di economia e finanza a Princeton ed ex-dirigente,
per 28 anni, del gruppo Vanguard, uno dei più importanti gestori
di fondi comuni “no-load” o indicizzati (fondi simili agli ETF,
cioè a gestione passiva).

Nella sua opera “monumentale” “A Random Walk down Wall Street”,
Malkiel dedica centinaia di pagine a sostenere l’ipotesi dell’efficienza
dei mercati. Presenta argomenti ed evidenze storiche sui mercati, direi
anche molto convincenti, che portano a smontare l’importanza dell’analisi
tecnica e di quella fondamentale

La sua conclusione è che non sia possibile estrarre un eccessivo
extra-rendimento dai mercati al netto di oneri e commissioni e che,
quindi, l’investitore ordinario (ma anche quello professionale) dovrebbe
semplicemente acquistare un fondo indicizzato (o un ETF) che copra
il mercato (o un gruppo di fondi che coprano uno spettro ampio di
mercati all’interno di un’asset allocation) e detenerlo per sempre.

Ci saranno alti e bassi, rialzi e ribassi, ma alla fine, nel lungo
termine, si otterrà una performance legata alla redditività
delle società che sono dentro l’indice e poiché queste sono
generalmente grandi società, sarà comunque una performance
soddisfacente.

Ora, quello che io penso è che questa teoria sia forse un po’
estrema. Circola addirittura una barzelletta secondo cui un professore
sostenitore della teoria dice ai suoi studenti che se trovano 20 dollari
per terra, non dovrebbero perdere tempo a raccoglierli, perché sicuramente
sono falsi. Se così non fosse, qualcun altro li avrebbe già raccolti.

La mia idea è che se si trovano 20 dollari per terra si possono
tranquillamente raccogliere, perché a volte capita che siano veri.
Tuttavia, non è facile trovare 20 dollari per terra. Tradotto, i mercati
non sono perfettamente efficienti, ma sono comunque molto efficienti.

In base a questo, credo che non sia il caso di fare un market timing
sostenuto, con operazioni della durata di qualche giorno o settimana.

Partendo da questa base, ci sono poi alcuni indicatori (sempre di lungo
periodo) che possono aiutarci però a capire quando è meglio stare fuori
da un certo mercato o comunque non esservi troppo esposti e quando,
invece, si puo’ stare investiti con una certa sicurezza.

Questi indicatori sono indicatori di trend. Ne esistono diversi e quello
che preferisco seguire è la media mobile a 10 mesi. La media a 10 mesi
si è dimostrata, storicamente, un buon indicatore che permette di star
fuori durante i “Bear Market” più duri, mentre si è investiti quando i
mercati salgono.

Questo di per se non è affatto poco. Tuttavia, anche questa media,
sebbene molto utile e sebbene ritengo debba essere guardata con
grande attenzione e considerata alla stregua di una “stella polare”
per le proprie decisioni di investimento, non è perfetta ed in una
prossima edizione vedremo il perché.

Una buona strategia vince anche nelle annate difficili

Alcune settimane fa, ho avuto modo di leggere
un’analisi molto interessante fatta dal gruppo
Vanguard nell’ambito dei “retirement account”,
una sorta dei nostri fondi pensione, che sono
gestiti da questa società.

Vanguard è uno dei gestori di fondi indicizzati
(simili agli ETF) tra i più economici d’America
e del mondo.

Secondo questo studio, risulta che, nonostante
il calo drammatico del 2008, il maggiore di tutto il
dopoguerra, rispetto a due anni fa (cioè da
settembre 2007 a settembre 2009) la maggior parte
di questi fondi gestiti sono in guadagno del 7%.
E anche in quei conti dove il portafoglio è ancora
in ribasso, la perdita è comunque abbastanza
contenuta, considerando che, invece, l’indice
azionario è ancora sotto di un 30% circa dai
livelli del 2007.

Questo risultato è dovuto essenzialmente
all’asset allocation e al ribilanciamento, due cose
che in questo blog ho sempre favorito e sostenuto.

Quei “retirement account” che detengono un
buon mix tra azioni ed obbligazioni e, ad intervalli
regolari (ma non troppo ridotti, quindi diciamo ogni
6 mesi o 1 anno), effettuano un ribilanciamento
nella propria allocazione per riportare le percentuali
a quelle originarie, alla fine reggono molto bene
anche a ribassi abbastanza elevati.

Sempre nello studio, si rileva come chi mostra ancora
le perdite maggiori è o chi era troppo investito in
azioni, oppure chi non ha progressivamente ribilanciato
la propria allocazione o, ancora, chi ha smesso di
versare contributi al fondo durante il Bear Market.

Infine, le perdite maggiori si registrano in coloro
che hanno completamente deviato dalla strategia,
uscendo dall’azionario dopo aver subito le grosse
perdite e mancando il successivo rialzo.

La conclusione è che chi ha mantenuto la strategia
in modo disciplinato ed ha continuato ad effettuare i
versamenti regolari come faceva prima sono coloro
che stanno facendo meglio. Avere una buona strategia e
seguirla in modo disciplinato resta sempre la carta
vincente.

Questo è l’approccio seguitoanche da uno dei
portafogli del nostro servizio premium Trend e
Strategie di Investimento
, cioè il Lazy Portfolio e
per ora è un approccio che ha permesso di
sovraperformare l’indice azionario.

Indicizzazione vs. Gestione Attiva

Come ripeto spesso, la decisione fondamentale
nella gestione del proprio portafoglio è l’asset allocation,
cioè come ripartire le proprie finanze tra azioni,
obbligazioni, oro/commodity e liquidità.

L’asset allocation, comunque, sebbene sia il più
importante è solo il primo step nelle decisioni
di investimento.

Infatti, una volta determinata la propria asset allocation,
una delle scelte che deve compiere ogni investitore è se
operare tramite una gestione attiva del portafoglio
con la selezione di titoli, oppure se orientarsi verso
l’indicizzazione, cioè se operare tramite ETF che
replicano fedelmente singoli indici.

Con la selezione titoli, si cerca di detenere in portafoglio
titoli con caratteristiche superiori rispetto alla media
dell’indice generale e di tenere fuori, invece, quei titoli
che sembrano avere scarse prospettive o che sono
eccessivamente sopravvalutati.

Il punto di vista di chi fa selezione titoli è che il
mercato non è efficiente, che si creano presso
gli operatori eccessi di ottimismo o pessimismo
sul mercato in genere e, soprattutto, su singoli titoli,
così che è possibile sfruttare a proprio vantaggio
queste inefficienze, queste percezioni sbagliate
degli operatori.

L’obiettivo che si cerca di raggiungere in questo
modo è quello di avere in portafoglio solo buoni titoli.

L’esperienza pratica mostra che in alcuni casi
delle buone selezioni titoli sulla base di determinati
parametri riesce effettivamente a battere il mercato.

Ad esempio, la strategia “value” che mira a
selezionare titoli con bassi P/E, P/BV, P/Vendite
o altri multipli, mostra storicamente una performance
superiore rispetto alla media del mercato.

Il rovescio della medaglia della selezione titoli è
che solo in pochi riescono a farla bene. Anche i
gestori “value”, a fronte di alcuni che ottengono
buoni risultati, ce ne sono altri che invece fanno
peggio del benchmark. Moltissime statistiche che
vanno molto indietro nel tempo mostrano che la
maggior parte dei fondi di investimento fanno
peggio di un normale “Buy and Hold” sull’indice.

Ci sono diverse “sfumature” in proposito, nel
senso che alcuni sostengono che in realtà la
media dei fondi è in linea con il rendimento
dell’indice o perfino leggermente meglio e
le minori performance si hanno solo dopo aver
detratto i costi e le commissioni.

In ogni caso, poiché all’investitore comune
interessa il rendimento netto, questo è abbastanza
superfluo, nel senso che in definitiva se i fondi non
riescono a fornire un extra-rendimento superiore
ai maggiori costi in termini di commissioni che essi
presentano, è comunque sempre preferibile
detenere l’indice tramite un ETF.

E qui arriviamo alla modalità alternativa, cioè
all’indicizzazione. Con l’indicizzazione, come in parte
abbiamo anticipato, si cerca di replicare semplicemente
il rendimento di un indice. Lo si puo’ fare tramite un ETF
(negli USA ci sono anche gli “index-fund”, cioè fondi
comuni in tutto e per tutto che però non fanno gestione
attiva, ma appunto replicano un indice) e poiché non
c’è un gestore che analizza il mercato, i grafici, le
aziende e che fa gestione attiva, il costo dell’ETF
è molto basso. Alcuni ETF sugli indici principali (S&P500,
Dow Jones, DAX, Eurostoxx50, ecc…) hanno
costi veramente molto bassi, pari allo 0,2% - 0,3%.

Con l’indicizzazione, si rinuncia a priori a battere
il mercato e ci si accontenta semplicemente di seguirlo.
Tuttavia, si ha anche la certezza di non sotto-performarlo,
di non perdere le occasioni. Non c’è nulla di
peggio che investire al momento giusto e non cogliere
il rialzo perché i titoli scelti non seguono l’indice e
fanno peggio.

Dal punto di vista statistico, l’indicizzazione mostra
risultati migliori rispetto alla selezione titoli e alla gestione
attiva. Come dicevamo, la maggior parte dei fondi non
riesce a battere l’indice e i singoli privati che fanno
selezione titoli per conto loro ugualmente fanno peggio
della media.

Nel libro di Burton Malkiel “A Random Walk Down
Wall Street”
, una lettura molto interessante, viene
discussa ampiamente la tesi per cui la media dei
fondi non riesce a battere il mercato e che quindi, per
l’investitore medio, è preferibile indicizzare.

L’indicizzazione è tipicamente l’approccio di chi
sposa la Teoria dei Mercati Efficienti, secondo
cui il mercato è perfettamente efficiente e quindi
incorpora al suo interno (nelle valutazioni) tutte
le informazioni già conosciute.

In conclusione, quindi, è meglio indicizzare o
selezionare i titoli?

Personalmente, la mia opinione (e la strategia
che usiamo anche nel nostro portafoglio generale
del servizio premium Trend e Strategie di Investimento)
è che i mercati non sono perfettamente efficienti,
tuttavia sono molto efficienti e per l’investitore medio
non è facile individuare con efficacia le eventuali
inefficienze. Inoltre, la mole di lavoro potrebbe
essere notevole a fronte dei pochi punti percentuali
in più che si riesce a spuntare e dei maggiori rischi
che si corrono.

Pertanto, la parte “core” di ogni portafoglio
dovrebbe essere dedicata all’indicizzazione.
Una volta che la parte fondamentale del portafoglio
è indicizzata, si puo’ dedicare il residuo ad un po’ di
selezione titoli senza grossi patemi d’animo, sapendo
che comunque coglieremo i movimenti dell’intera
classe di investimento con la parte indicizzata.

Anno 2008: la fine del Buy and Hold. Oppure no?

Una delle strategie maggiormente pubblicizzate
dall’industria finanziaria è sicuramente quella del
“buy and hold”. Si tratta di una strategia in cui si
comprano azioni e si tengono a tempo indeterminato,
contando che nel lungo termine la crescita dei profitti
da una parte e l’inflazione dall’altra permettano di veder
crescere il capitale in modo sostanzioso, nonostante le
oscillazioni temporanee che possono verificarsi.
E man mano che nuove somme si rendono disponibili,
vengono investite sempre sul mercato contando sulla
medesima rivalutazione.

La strategia del “buy and hold” è molto seguita dai
sostenitori della Teoria dei Mercati Efficienti. Secondo
questa teoria, essendo il mercato efficiente e quindi
essendo impossibile fare il timing o la stock selection, la
cosa migliore è acquistare un prodotto diversificato
(come ad esempio un ETF su indici) e tenerlo a tempo
indeterminato.

Il buy and hold è una strategia che ha avuto molto successo
negli anni ‘80 e ‘90. In questo periodo, essendoci stato un
Bull Market generazionale con forti salite e correzioni piuttosto
modeste, effettivamente tenere azioni a tempo indeterminato
è stata una cosa piuttosto semplice, che richiedeva scarsa “forza
mentale” nel seguire la strategia. Certo, c’è stato il forte ribasso
del 1987 e una fase recessiva nei primi anni ‘90, ma in definitiva
sono state correzioni che nel giro di 12-18 mesi venivano
totalmente riassorbite e gli indici hanno progressivamente
riaggiornato i loro massimi successivamente.

E la strategia, in questi anni, oltre a non richiedere una
disciplina eccessiva, ha reso molto bene.

Comunque, con l’entrata nel nuovo millennio, la strategia ha
iniziato a scricchiolare. Già il Bear Market degli anni 2000-2002
ha corretto fortemente le quotazioni. Al picco del 2007, le
quotazioni erano allo stesso livello del 2000. Un investitore
buy and hold, sostanzialmente, in 7 anni non avrebbe guadagnato
nulla e si sarebbe protetto meglio dall’inflazione con un semplice
investimento monetario.

Infine, il 2008 è stato battezzato come l’anno che ha decretato
la fine del buy and hold. Chi avesse seguito questa strategia,
avrebbe visto il suo capitale, magari costruito in 20 o 30 anni,
ridursi ad un certo momento del 50%.
In contemporanea, sono iniziati ad apparire analisi, studi
e ricerche che mostrano come, in definitiva, il buy
and hold non è poi una strategia così performante se
confrontata con il rendimento di bond e monetario.

Due articoli che riportano questa visione sono i seguenti:

http://globaleconomicanalysis.blogspot.com/2009/06/long-term-buy-and-hold-is-still-bad.html

http://www.marketwatch.com/story/stocks-losing-the-long-run-to-bonds

Personalmente, non sono poi un grandissimo fan
del buy and hold cieco. Ritengo che focalizzandosi sul
lungo termine e seguendo alcuni semplici indicatori di
trend sia possibile fare meglio del buy and hold.

Tuttavia, ritengo anche che il buy and hold resti tutto
sommato una buona strategia per chi ha poco tempo
da dedicare ai mercati e per chi ha davanti un orizzonte
piuttosto lungo.

Inoltre, ritengo anche che queste analisi manchino di un
po’ di precisione ed omettano (più o meno
volutamente) alcuni elementi per sostenere la loro tesi.

Ad esempio, nel lungo termine è vero che il mercato
azionario rende più di qualsiasi altro investimento.

Alcuni degli studi che cercano di smentire questa visione
(ad esempio il primo dei due link sopra indicati)
guardano solo i prezzi degli indici ed omettono i dividendi.
I dividendi sono una componente fondamentale
del rendimento azionario al pari degli interessi che
si guadagnano sui depositi monetari o delle cedole
obbligazionarie.

E’ vero che negli anni ‘90 i dividendi sono stati meno
importanti, ma questo è stato un elemento caratteristico
di un decennio, non certo la regola.

Ad esempio, da uno studio che ho fatto sull’S&P500
dal 1890 circa ad oggi, il rendimento derivante dal
capital gain sulle azioni è stato intorno al 5% medio annuo.
Niente di che, quindi, se confrontiamo con i
rendimenti dei bond. Ma i dividendi aggiungono a questo
5% un altro 4% circa e l’effetto derivante dal
reinvestimento degli stessi un altro 1% circa, per un 10%
totale (in realtà un po’ meno).

Tralasciare i dividendi, quindi, non è un’opzione praticabile
se si vuol fare uno studio serio. Comprendendo i
dividendi, si arrivano a conclusioni totalmente diverse.

Altro elemento da considerare è che considerando il
rendimento di lungo termine usando come punto di
arrivo il minimo di un Bear Market, si arriva di nuovo
ad una conclusione parziale. Se si prendesse il picco
del 2007 o del 2000, si avrebbe di nuovo un rendimento
totalmente diverso e migliore. Quantomeno, quindi,
bisognerebbe prendere una media dei due valori.

Il punto è che il buy and hold va valutato in un arco
di tempo veramente lungo. Un decennio non è
sufficiente. Meglio sarebbero 20 anni, se si ha più tempo
ancora meglio. A fronte di un arco di tempo così
lungo, i rendimenti dell’azionario finiscono col superare
qualsiasi altro investimento. Questo dicono i numeri.

Ripeto, comunque, che con un minimo di applicazione
si puo’ fare meglio di un cieco buy and hold. E’
quanto cerchiamo ad esempio di fare nel servizio
premium Trend e Strategie di Investimento usando
qualche indicatore di trend di lungo periodo, una
buona asset allocation e analizzando la fase di ciclo
di lungo termine nel quale ci troviamo. Queste cose
non richiedono grandi sforzi e grande lavoro e
a mio avviso permettono di fare molto meglio di
un puro Buy and Hold. Soprattutto, permettono di
evitare gli Orsi peggiori, che sono i momenti più
difficili per gli investitori.

Come investire in azioni durante un mercato orso - EF Report 257.

Il miglior investimento, nel lungo termine, sono
senza dubbio le azioni. Questo dice qualsiasi
manuale o libro in materia finanziaria.

Con i mercati che ormai, dallo scorso anno ad
oggi, stanno perdendo oltre il 20-25%, molti si
chiedono giustamente se è vero e se questa volta
potrà essere una diversa storia.

Purtroppo, non c’è modo di conoscere il futuro,
ma il passato è chiaro. In un mercato piuttosto
efficiente (ma non perfetto) come quello americano,
le azioni hanno avuto un rendimento che ha battuto
tutti gli altri tipi di investimento. I mercati europei,
presi nel loro complesso, ormai sono abbastanza
vicini a quelli americani e quindi è possibile, per
il futuro, assimilarli a quello d’oltreoceano. Leggi il resto

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