Un buon investimento per il 2010

Il trend degli ultimi anni sul mercato valutario è stato, quasi
senza soluzione di continuità, la debolezza del dollaro nei
confronti dell’euro.

Sul finire degli anni ’90, il biglietto verde quotava ben sotto
la parità rispetto alla nuova moneta europea e raggiunse dei
picchi persino sotto quota 0,90. Durante l’ultima decade,
arrivò a sfiorare 1,60. Quasi dimezzato.

Ricordiamo che qui non stiamo parlando di qualche indice
azionario, magari di qualche remoto paese emergente. Stiamo
parlando di rapporti di cambio tra le valute delle due principali
e più stabili aree economiche al mondo.

Fatta questa premessa, questo è quello che penso: l’euro è ormai
sopravvalutato rispetto al dollaro e il 2010 potrebbe essere tempo di
una correzione.

Chi ritiene che questo non sia vero, punta su diversi argomenti.
Il forte deficit degli USA, i tassi a zero, la FED che ha iniettato una
massa enorme di liquidità nel sistema.

Tutte cose vere. Non solo, tutte cose che di certo nei prossimi mesi
non spariranno.

Il punto è che, come sempre, i mercati sono delle “discounting machine”.
Tutta queste cose sono ormai note e secondo me prezzate nel tasso
di cambio.

Per contro, l’Europa presenta una situazione non molto diversa dagli
Usa e, oltre questo, la ripresa probabilmente inizierà più tardi e sarà
comunque meno sostenuta rispetto a quella americana. E il caso della
Grecia mostra anche che la struttura dell’euro ha dei problemi.

Infine, il trend sembra favorevole al dollaro. In questi giorni, il dollar
index è in prossimità di tagliare la sua media mobile a 200 giorni dal
basso verso l’alto.

All’interno del nostro servizio premium Trend e Strategie di Investimento
stiamo già investendo sul dollaro da qualche tempo. La prima parte del
rialzo è ora probabilmente fatta, ma a mio avviso siamo ancora all’inizio
del potenziale rialzo del biglietto verde in questo 2010.

I motivi della “Lost Decade”

Nell’ultimo post avevamo parlato della “Lost Decade”, cioè
della peggior decade della storia relativamente al rendimento
dei mercati azionari.

Oggi cerchiamo di capire il perché di questa “Lost Decade”.

Prima, però, dobbiamo riprendere le determinanti del rendimento
del mercato azionario, che come detto nell’ultimo post sono 4:

1 - Dividendi
2 - Incremento o diminuzione del rapporto P/E
3 - Crescita reale degli utili
4 - Inflazione

Se consideriamo il rendimento reale e non quello nominale, allora
l’ultima componente, l’inflazione, non va considerata.

L’andamento di queste quattro componenti spiega i rendimenti.

Ad esempio, fermandoci solo all’apsetto nominale, un periodo di
deflazione tende a ridurre i rendimenti nominali. Negli anni ‘30,
il rendimento nominale annuo composto fu poco sopra lo zero
e la deflazione contribuì abbastanza a questo scarso rendimento.
Infatti, se considerassimo il rendimento reale, negli anni ‘30
abbiamo un +1,75% annuo composto. Niente di entusiasmante,
ma nemmeno un disastro. Eppure, la percezione è di uno dei
periodi più devastanti per i mercati.
Viceversa, un periodo di inflazionse sostenuta puo’ mitigare
la percezione del “Bear Market”. Ad esempio, negli anni
‘70 i mercati resero, dividendi inclusi e reinvestiti, il 5,81%,
che non è male. Tuttavia, l’alta inflazione contribuì non poco
a “mascherare” il vero rendimento. Infatti, dal punto di vista
reale, l’indice S&P500 perse l’1,54% annuo composto.

Dopo questa intruduzione, veniamo a noi. Cosa ha provocato
lo scarso rendimento del 2000-2009?

Iniziamo dagli utili, che nel lunghissimo termine sono la componente
più importante. Gli utili non sono andati male in questi anni.
Considerando gli utili normalizzati decennali (cioè l’utile di ogni
anno è pari alla media degli utli degli ultimi 10 anni, in modo da
isolare i picchi del ciclo), essi sono cresciuti del 2,83% annuo composto.
Davvero niente male, se si pensa che nel Bull Market degli
anni ‘90 gli utili non sono mai cresciuti a questo ritmo.

Relativamente all’inflazione, nel corso degli ultimi 10 anni è
stata moderata e comunque non abbiamo affatto avuto deflazione.
Al 31/12/2009, il tasso annuo composto di crescita dell’indice dei
prezzi è stato intorno al 2,84%.

Queste due componenti, la crescita degli utili e la deflazione, hanno
quindi spinto verso l’alto i mercati. Pertanto, per trovare le ragioni
della scarsa performance, dobbiamo guardare alle altre 2, cioè
i dividendi e le valutazione.

Diciamo subito che i dividendi sono stati piuttosto scarni. Al 31/12/1999,
inizio del periodo considerato, lo yield era un modesto 1,15%. Tuttavia,
tutto il resto uguale, il dividendo da sempre un rendimento positivo,
per quanto basso.

Arriviamo quindi al vero motivo del ribasso. Come molti avranno già
intuito, la principale motivazione di questa “Lost Decade” sono le
altissime valutazioni che avevamo all’inizio del 2000, quando in piena
euforia borsistiche il multiplo degli utili era ben sopra 40, livello mai
visto nella storia.

Nel corso della decade, questo rapporto si è dovuto inevitabilmente sgonfiare
e ciò ha compresso fortemente le performance azionarie, nonostante il buon
andamento degli utili. In genere il rapporto P/E si sgonfia in fase di rialzo dei
tassi, mentre questa volta si è sgonfiato nonostante i tassi siano addirittura scesi.
In altri termini, è stata una pura pulizia dell’euforia del decennio precedente.

Ed oggi come ci presentiamo?

Purtroppo, bisogna dire che il rapporto P/E, ancora sopra 20, non è bassissimo
dal punto di vista storico. Inoltre, i tassi sono ai minimi e quindi è probabile che
nel prossimo decennio saliranno, mettendo ancora sotto pressione il rapporto P/E.

Il grosso della pulizia degli eccessi è stato fatto, ma forse non è ancora terminato.
Pertanto, è probabile che terminato questo ciclo intermedio di rialzo, ciclo partito
dai minimi di marzo, inizierà una nuova fase correttiva. Auguriamoci che sia meno
rapida e meno devastante dell’ultima che abbiamo vissuto.

La storia dei mercati e la “Lost Decade”

Con la fine del 2009, non si è chiuso solo un anno, ma anche un decennio.

Il primo del nuovo millennio.

Dal punto di vista borsistico, c’è forse un solo aggettivo per descrivere
questo decennio: disastroso.

Infatti, dividendi compresi, questi sono stati i peggiori dieci anni della
storia. Non molti se ne sono accorti, ma è andata persino peggio
degli anni ‘30.

Decennio Rend. Annuo Composto Rend. Annuo Comp. Reale
1880 - 1889 5,86% 8,02%
1890 - 1899 5,64% 5,52%
1900 – 1909 10,07% 7,69%
1910 - 1919 4,50% -2,08%
1920 - 1929 14,88% 13,94%
1930 - 1939 0,29% 1,75%
1940 - 1949 8,73% 3,37%
1950 - 1959 18,82% 16,60%
1960 - 1969 7,66% 5,14%
1970 - 1979 5,81% -1,54%
1980 - 1989 16,96% 11,86%
1990 - 1999 17,82% 14,91%
2000 - 2009 -0,77% -3,31%

La tabella sopra esposta presenta i rendimenti decennali dell’indice
S&P500 total return, cioè compresi i dividendi e il loro reinvestimento
(per i decenni più remoti sono stati usati i dati derivanti da una ricostruzione
dello stesso; i dati dell’800 ovviamente sono meno attendibili di quelli dal
‘900 in poi e di quelli post WWII, ma sono comunque ritenuti
sufficientemente attendibili).

Il rendimento annuo composto reale è dato da quello nominale meno il
tasso di inflazione del decennio.

Come si vede, escluso l’ultimo decennio, quello peggiore dal punto di
vista nominale fu, con poca sorpresa, il decennio degli anni ‘30, quando
l’indice total return fu sostanzialmente invariato. A chi sembra strano questo
risultato, si consideri che nel periodo il dividend yield fu per molto tempo
tra il 4% e il 5% e, in certi momenti, raggiunse anche il 7-8%. Si consideri
anche che questi dividendi in ottica totale return sono stati reinvestiti in
diversi periodi a valori eccezionalmente bassi dell’indice, visto che i ribassi
del decennio si materializzarono soprattutto nella prima parte. Considerando
il tutto in ottica decennale, non sorprende che l’effetto dei dividendi abbia
sostanzialmente annullato la perdita di circa il 50% del valore dell’indice.

Il decennio degli anni ‘30 fu, però, anche un periodo di vera deflazione.
Con un Gold Standard ancora in funzione nella prima parte e la concreta
distruzione degli aggregati monetari a seguito dei fallimenti bancari,
il livello dei prezzi scese veramente. Così, il rendimento reale del decennio
fu un po’ più alto di quello nominale e raggiunse il +1,75% annuo composto.

Questo non fu il risultato peggiore in assoluto. Infatti, in altri due decenni
si fece peggio. Uno fu il decennio degli anni ‘70, quando il mercato azionario
rese, a livello di “total return”, il 5,81% a livello nominale, ma a
causa dell’inflazione molto alta alla fine il rendimento reale fu negativo (-1,54%).
Peggio fu solo il decenio 1910-1919 quando il mercato azionario rese poco
in termini nominali e ci fu anche un’inflazione abbastanza alta, che alla fine portò il
rendimento reale del decennio ad un -2,08%.

Per evitare fraintendimenti, il decennio appena passato non si è fatto mancare
nulla. E’ stato il peggiore a livello nominale (-0,77% annuo composto) ed anche
a livello reale (-3,31%).

Per capire il motivo di questa performance negativa dobbiamo comprendere quali
sono le determinanti del rendimento azionario.

Questo è molto semplice, visto che tali determinanti sono 3 o 4 a seconda che
si consideri il rendimento reale o quello nominale:

1 - dividendi del periodo: il dividendo è il cash flow, il denaro contante, che dall’azienda
(o dal paniere i aziende che compongono l’indice) arriva all’investitore. Più è alto questo
flusso di dividendi, maggiore sarà (tutto il resto uguale) il rendimento finale.

2 – Rapporto P/E: l’espansione o la contrazione del multiplo degli earnings ci darà, a
parità di utili, rendimenti più o meno elevati. I decenni migliori per l’azionario sono stati
accompagnati quasi sempre da espansioni del multiplo. Nel breve periodo, e nel nostro
caso breve periodo è inteso anche più anni (persino l’intero decennio), questa determinante
è quella che influenza maggiormente il rendimento azionario ed è la determinante principale
delle fluttuazioni e della volatilità delle azioni

3 – Crescita reale degli utili: si tratta, invece, della principale componente del rendimento
nel lunghissimo periodo. La crescita reale (depurata cioè dall’inflazione) deriva dall’espansione
delle vendite e dal miglioramento della produttività. Se il rapporto P/E resta invariato, l’entità
della crescita degli utili determinerà anche quella della crescita dei prezzi.

Queste sono le tre componenti del rendimento reale del mercato azionario. Se consideriamo, invece, il
rendimento nominale, allora l’ulteriore determinante è:

4 – Inflazione: visto che essa aumenterà l’entità nominale degli utili e, quindi, dei prezzi.

Dunque, perché gli ultimi dieci anni sono stati una “Lost Decade”? Quali sono state
le determinanti che hanno compresso i rendimenti tanto da farli essere negativi?

Per oggi abbiamo già messo molta carne al fuoco, quindi lo vedremo in un
prossimo post.

Quanto sono efficienti i mercati?

Da sempre, il tema dell’efficienza del mercato è molto dibattuto,
poiché da questo dipende la possibilità o meno di battere il
mercato in modo continuativo.

Semplificando, ci sono due visioni opposte sulla questione. La
prima è quella della “Teoria dei Mercati Efficienti” che propugna,
come dice il nome, il concetto che le notizie e le informazioni
sono tutte già scontate nei prezzi e quindi è impossibile battere
il mercato. La seconda, partendo dall’evidenza empirica che ci
sono soggetti che hanno fatto continuamente meglio degli indici
(Buffett, Lynch, Templeton, ecc…), ritengono invece che il
mercato abbia delle inefficienze che possono essere sfruttate.

Oggi vediamo l’impostazione della Prima, “Teoria dei Mercati Efficienti”
e poi esprimerò la mia idea sulla questione e come un investitore puo’
comportarsi concretamente.

In base a questa teoria, si pensa che il mercato sia talmente efficiente
da essere in grado di riflettere in ogni istante tutte le informazioni note
e scontare tutte le attese future sulla base delle informazioni attualmente
disponibili. Dato ciò, si ritiene impossibile estrarre extra-rendimenti
dal mercato in modo consistente e continuativo dalla selezione
titoli o dal market timing. Se anche un sistema funzionasse in un dato
momento e per un certo periodo, presto questo sarà seguito anche da
molti altri operatori e il suo impiego di massa finirà per fargli perdere
efficacia. Questo è quanto è successo, in passato, alla Dow Theory o
alla strategia “Dogs of the Dow”. Hanno funzionato bene per un lungo
periodo, ma quando sono state poi seguite sempre da più operatori
hanno perso efficacia.

Uno dei massimi sostenitori di questa teoria è Burton Malkiel,
professore di economia e finanza a Princeton ed ex-dirigente,
per 28 anni, del gruppo Vanguard, uno dei più importanti gestori
di fondi comuni “no-load” o indicizzati (fondi simili agli ETF,
cioè a gestione passiva).

Nella sua opera “monumentale” “A Random Walk down Wall Street”,
Malkiel dedica centinaia di pagine a sostenere l’ipotesi dell’efficienza
dei mercati. Presenta argomenti ed evidenze storiche sui mercati, direi
anche molto convincenti, che portano a smontare l’importanza dell’analisi
tecnica e di quella fondamentale

La sua conclusione è che non sia possibile estrarre un eccessivo
extra-rendimento dai mercati al netto di oneri e commissioni e che,
quindi, l’investitore ordinario (ma anche quello professionale) dovrebbe
semplicemente acquistare un fondo indicizzato (o un ETF) che copra
il mercato (o un gruppo di fondi che coprano uno spettro ampio di
mercati all’interno di un’asset allocation) e detenerlo per sempre.

Ci saranno alti e bassi, rialzi e ribassi, ma alla fine, nel lungo
termine, si otterrà una performance legata alla redditività
delle società che sono dentro l’indice e poiché queste sono
generalmente grandi società, sarà comunque una performance
soddisfacente.

Ora, quello che io penso è che questa teoria sia forse un po’
estrema. Circola addirittura una barzelletta secondo cui un professore
sostenitore della teoria dice ai suoi studenti che se trovano 20 dollari
per terra, non dovrebbero perdere tempo a raccoglierli, perché sicuramente
sono falsi. Se così non fosse, qualcun altro li avrebbe già raccolti.

La mia idea è che se si trovano 20 dollari per terra si possono
tranquillamente raccogliere, perché a volte capita che siano veri.
Tuttavia, non è facile trovare 20 dollari per terra. Tradotto, i mercati
non sono perfettamente efficienti, ma sono comunque molto efficienti.

In base a questo, credo che non sia il caso di fare un market timing
sostenuto, con operazioni della durata di qualche giorno o settimana.

Partendo da questa base, ci sono poi alcuni indicatori (sempre di lungo
periodo) che possono aiutarci però a capire quando è meglio stare fuori
da un certo mercato o comunque non esservi troppo esposti e quando,
invece, si puo’ stare investiti con una certa sicurezza.

Questi indicatori sono indicatori di trend. Ne esistono diversi e quello
che preferisco seguire è la media mobile a 10 mesi. La media a 10 mesi
si è dimostrata, storicamente, un buon indicatore che permette di star
fuori durante i “Bear Market” più duri, mentre si è investiti quando i
mercati salgono.

Questo di per se non è affatto poco. Tuttavia, anche questa media,
sebbene molto utile e sebbene ritengo debba essere guardata con
grande attenzione e considerata alla stregua di una “stella polare”
per le proprie decisioni di investimento, non è perfetta ed in una
prossima edizione vedremo il perché.

La prima correzione di questo Bull Market

Il rialzo partito a metà marzo è
andato avanti praticamente senza
sosta fino a qualche settimana fa.

Nella prima parte, la forza del Toro
è stata eccezionale, con un recupero
praticamente a V dopo i minimi.
Quello che all’inizio poteva sembrare
un Bear Market Rally, è presto
diventato senza dubbio un Bull Market.
Non ci è voluto molto perché i prezzi
dei vari indici, nonché dei vari titoli,
superassero le relative medie lunghe
(medie a 200 giorni, 40 settimane e
10 mesi).

E, sostanzialmente, fino alla scorsa
settimana non ci sono stati “pull-back”
degni di nota. Qualcosa a luglio, ma
parliamo di non più di un 4-5%.
Nel mentre, i principali mercati
azionari sono finiti in ipercomprato
quasi come non mai nella storia,
dato che abbiamo vissuto uno dei
rally più poderosi di sempre.

In questa situazione, una correzione
era più che dovuta e la scorsa settimana
sembra essere iniziata. I principali mercati
azionari hanno iniziato a ripiegare di
diversi punti percentuali. Più quelli europei
che quelli americani, a dire il vero, ma
i primi erano anche cresciuti di più prima
(considerando anche il cambio).

Ora il punto è quanto durerà e fino a dove
potrà arrivare questa correzione.

Come sempre, sui mercati è impossibile
fare previsioni attendibili al 100%, altrimenti
saremmo tutti ricchi.

Tuttavia, è possibile individuare alcuni
punti importanti del mercato che possono
essere potenziali target.

Ora, i target di medio termine che potrebbero
essere ottimi supporti sono i minimi di
agosto, intorno a quota 960-980 punti di
S&P500.
Anche l’importantissima media a 200 giorni,
che ora si trova intorno a quota 910 punti,
col passare dei giorni si avvicinerà progressivamente
a quei livelli, quindi intorno a 980-950 punti ci
troveremo anche in sua prossimità.

A quel punto, il mercato troverà due importantissimi
supporti e lì vedremo di che pasta è fatto questo
Toro.

Personalmente, ritengo questa una correzione e,
in un mercato Toro, le correzioni sono utilissime
perché permettono di accumulare su livelli buoni
e permettono a chi è rimasto fuori di fare ingressi
intelligenti.
Se correzione sarà, i livelli sopra indicati dovrebbero
tenere bene.

Ovviamente, una loro decisa violazione cambierebbe
molte cose. Ma diamo tempo al tempo e vediamo
cosa accadrà. Il mercato potrebbe addirittura
sorprenderci e riprendere a salire anche senza
arrivare su quei supporti.

Anno 2008: la fine del Buy and Hold. Oppure no?

Una delle strategie maggiormente pubblicizzate
dall’industria finanziaria è sicuramente quella del
“buy and hold”. Si tratta di una strategia in cui si
comprano azioni e si tengono a tempo indeterminato,
contando che nel lungo termine la crescita dei profitti
da una parte e l’inflazione dall’altra permettano di veder
crescere il capitale in modo sostanzioso, nonostante le
oscillazioni temporanee che possono verificarsi.
E man mano che nuove somme si rendono disponibili,
vengono investite sempre sul mercato contando sulla
medesima rivalutazione.

La strategia del “buy and hold” è molto seguita dai
sostenitori della Teoria dei Mercati Efficienti. Secondo
questa teoria, essendo il mercato efficiente e quindi
essendo impossibile fare il timing o la stock selection, la
cosa migliore è acquistare un prodotto diversificato
(come ad esempio un ETF su indici) e tenerlo a tempo
indeterminato.

Il buy and hold è una strategia che ha avuto molto successo
negli anni ‘80 e ‘90. In questo periodo, essendoci stato un
Bull Market generazionale con forti salite e correzioni piuttosto
modeste, effettivamente tenere azioni a tempo indeterminato
è stata una cosa piuttosto semplice, che richiedeva scarsa “forza
mentale” nel seguire la strategia. Certo, c’è stato il forte ribasso
del 1987 e una fase recessiva nei primi anni ‘90, ma in definitiva
sono state correzioni che nel giro di 12-18 mesi venivano
totalmente riassorbite e gli indici hanno progressivamente
riaggiornato i loro massimi successivamente.

E la strategia, in questi anni, oltre a non richiedere una
disciplina eccessiva, ha reso molto bene.

Comunque, con l’entrata nel nuovo millennio, la strategia ha
iniziato a scricchiolare. Già il Bear Market degli anni 2000-2002
ha corretto fortemente le quotazioni. Al picco del 2007, le
quotazioni erano allo stesso livello del 2000. Un investitore
buy and hold, sostanzialmente, in 7 anni non avrebbe guadagnato
nulla e si sarebbe protetto meglio dall’inflazione con un semplice
investimento monetario.

Infine, il 2008 è stato battezzato come l’anno che ha decretato
la fine del buy and hold. Chi avesse seguito questa strategia,
avrebbe visto il suo capitale, magari costruito in 20 o 30 anni,
ridursi ad un certo momento del 50%.
In contemporanea, sono iniziati ad apparire analisi, studi
e ricerche che mostrano come, in definitiva, il buy
and hold non è poi una strategia così performante se
confrontata con il rendimento di bond e monetario.

Due articoli che riportano questa visione sono i seguenti:

http://globaleconomicanalysis.blogspot.com/2009/06/long-term-buy-and-hold-is-still-bad.html

http://www.marketwatch.com/story/stocks-losing-the-long-run-to-bonds

Personalmente, non sono poi un grandissimo fan
del buy and hold cieco. Ritengo che focalizzandosi sul
lungo termine e seguendo alcuni semplici indicatori di
trend sia possibile fare meglio del buy and hold.

Tuttavia, ritengo anche che il buy and hold resti tutto
sommato una buona strategia per chi ha poco tempo
da dedicare ai mercati e per chi ha davanti un orizzonte
piuttosto lungo.

Inoltre, ritengo anche che queste analisi manchino di un
po’ di precisione ed omettano (più o meno
volutamente) alcuni elementi per sostenere la loro tesi.

Ad esempio, nel lungo termine è vero che il mercato
azionario rende più di qualsiasi altro investimento.

Alcuni degli studi che cercano di smentire questa visione
(ad esempio il primo dei due link sopra indicati)
guardano solo i prezzi degli indici ed omettono i dividendi.
I dividendi sono una componente fondamentale
del rendimento azionario al pari degli interessi che
si guadagnano sui depositi monetari o delle cedole
obbligazionarie.

E’ vero che negli anni ‘90 i dividendi sono stati meno
importanti, ma questo è stato un elemento caratteristico
di un decennio, non certo la regola.

Ad esempio, da uno studio che ho fatto sull’S&P500
dal 1890 circa ad oggi, il rendimento derivante dal
capital gain sulle azioni è stato intorno al 5% medio annuo.
Niente di che, quindi, se confrontiamo con i
rendimenti dei bond. Ma i dividendi aggiungono a questo
5% un altro 4% circa e l’effetto derivante dal
reinvestimento degli stessi un altro 1% circa, per un 10%
totale (in realtà un po’ meno).

Tralasciare i dividendi, quindi, non è un’opzione praticabile
se si vuol fare uno studio serio. Comprendendo i
dividendi, si arrivano a conclusioni totalmente diverse.

Altro elemento da considerare è che considerando il
rendimento di lungo termine usando come punto di
arrivo il minimo di un Bear Market, si arriva di nuovo
ad una conclusione parziale. Se si prendesse il picco
del 2007 o del 2000, si avrebbe di nuovo un rendimento
totalmente diverso e migliore. Quantomeno, quindi,
bisognerebbe prendere una media dei due valori.

Il punto è che il buy and hold va valutato in un arco
di tempo veramente lungo. Un decennio non è
sufficiente. Meglio sarebbero 20 anni, se si ha più tempo
ancora meglio. A fronte di un arco di tempo così
lungo, i rendimenti dell’azionario finiscono col superare
qualsiasi altro investimento. Questo dicono i numeri.

Ripeto, comunque, che con un minimo di applicazione
si puo’ fare meglio di un cieco buy and hold. E’
quanto cerchiamo ad esempio di fare nel servizio
premium Trend e Strategie di Investimento usando
qualche indicatore di trend di lungo periodo, una
buona asset allocation e analizzando la fase di ciclo
di lungo termine nel quale ci troviamo. Queste cose
non richiedono grandi sforzi e grande lavoro e
a mio avviso permettono di fare molto meglio di
un puro Buy and Hold. Soprattutto, permettono di
evitare gli Orsi peggiori, che sono i momenti più
difficili per gli investitori.

Non si investe guardando l’economia, ma seguendo la giusta strategia

Con i mercati azionari che continuano a
salire senza greossi tentennamenti, ci
sono a fianco dei soliti ottimisti anche
voci contrarie. Voci che ritengono questo
rialzo una farsa, perché l’economia non
in grossa salute, i segni di miglioramento
sono pochi e questo presto si ripercuoterà
sulle quotazioni azionarie che, inevitabilmente,
inizieranno a scendere.

Molte di queste voci contrarie non solo
parlano e scrivono, ma sono anche
posizionate sui mercati. Ovviamente al
ribasso.

Da un punto di vista macroeconomico,
queste voci contrarie potrebbero aver
ragione. Ma non è questo il post per
parlare di macroeconomia. In questo
post, parliamo di Borse e mercati.

Da questo punto di vista, ritengo queste
posizioni molto errate. Non si investe
(o peggio ancora non si “trada”) guardando
l’economia, ma guardando i mercati
e soprattutto seguendo la giusta strategia.
Chi investe seguendo la macroeconomia,
raramente riesce ad ottenere buoni risultati,
salvo rare eccezioni.

Il mercato è una “discounting machine”.

Ne abbiamo parlato in passato. Il mercato
azionario (così come quello obbligazionario,
delle commodity, ecc…) è una grande e
meravigliosa “discounting machine”, capace
di incorporare nei prezzi i segnali che possono
dirci qualcosa sul futuro. A causa di questo,
una volta che i dati macroeconomici sono
migliorati, è probabile che i rialzi dei mercati
abbiano già incorporato da tempo questo
fatto.
Prova ne è che molti grandi rialzi della storia
sono stati partoriti nel pieno di situazioni molto
gravi, a volte persino disperate.
Il rialzo del 1933-1937 si originò in piena Grande
Depressione. Il “Toro” generazionale degli anni
‘50-’60 iniziò a prodursi a metà degli anni
‘40, quando il mondo usciva distrutto dalla
WWII. Il “Toro” degli anni ‘80-’90 partiva da
un’inflazione a due cifre, grandi tensioni internazionali,
oro alle stelle e industria americana (ed in parte europea)
che sembrava senza scampo contro quella giapponese.

Come detto, il mercato non si affronta studiando
la macroeconomia (o almeno non solo così), ma
definendo la giusta strategia e seguendola.

Ricordiamo sempre che la base del rendimento
di un portafoglio generale è l’asset allocation, cioé
come si ripartiscono le proprie risorse tra azioni,
obbligazioni, commodity ed eventualmente
liquidità.
Quindi, la prima parte della strategia è definire
la propria asset allocation e le eventuali “fasce”
entro cui possono oscillare le singole classi di
investimento (da un minimo di… ad un massimo
di…). Questa scelta, da sola, è già in grado
di permettervi di fare meglio di coloro che
semplicemente seguono i dati economici.

Un miglioramento ulteriore della strategia
potrebbe essere trovare uno o più indicatori
capaci di indicare il trend del mercato. Operare
in “trend following” si è dimostrato un approccio
migliore rispetto ad un cieco “Buy and Hold”.
Pertanto, degli indicatori semplici capaci di
indicare il trend di fondo, possono essere
un miglioramento ulteriore. Qui, ognuno puo’
usare quelli che preferisce, dopo aver verificato
la qualità degli stessi. A livello di mercato
azionario, se parliamo di indici a mio avviso
uno degli indicatori migliori è la media mobile
a 200 giorni, 40 settimane e 10 mesi, da usare
rispettivamente su grafici (o serie di dati)
giornalieri, settimanali e mensili.

Personalmente, ritengo che una buona
asset allocation più un buon indicatore
di trend possano fare molto meglio rispetto
a passare ore a leggere ed interpretare
i dati economici. Ed anche i risultati
sembrano dire questo…

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