Le small cap sono tra i migliori investimenti durante la ripresa dei mercati

Secondo molte statistiche, le small cap battono le large
cap per ben tre anni dopo l’uscita da una recessione.

Questo significa che, quando il “Bear Market” che di solito
anticipa la recessione arriva alla fine, nei 36 mesi successivi,
generalmente, le piccole battono le grandi capitalizzazioni.

Il 2009 non ha fatto eccezione, con le small cap che sono state
le migliori, se si esclude alcuni settori che hanno fatto meglio.

Quali settori? Semplice, quelli che erano stati colpiti
maggiormente dal precedente ribasso. Non a caso, nel 2009 il
settore bancario è stato uno dei migliori con un rally molto
forte dai minimi di marzo.

In questa fase, gli operatori credono molto sul “rebound” dei
titoli precedentemente colpiti e quindi puntano su di essi a
prescindere dalla qualità.
Quando, però, la prima parte del rally è terminata, gli operatori
iniziano ad abbandonare questi titoli e spostarsi su quelli che
hanno vera qualità.

Nella seconda fase, quindi, le “value” small” cap sono il comparto
meglio posizionato.

Ma perché nelle fasi positive dei mercati le Small Cap tendono
a fare meglio delle grandi capitalizzazioni? Ci sono essenzialmente
quattro motivi:

Innovazione: generalmente le small cap tendono ad innovare molto.
Tutte le grandi capitalizzazioni di oggi, da Microsoft ad Apple
ad Intel e molte altre, erano un tempo delle innovative small cap.
E mentre le grandi capitalizzazioni generalmente durante le fasi
difficili dell’economia tendono a ridurre l’innovazione
concentrandosi magari sull’efficienza (ad esempio tagliando i posti
di lavoro), le small cap spesso sopravvivono solo grazie all’innovazione
e quindi continuano ad innovare indipendentemente da come va
l’economia. E quando poi arrivano le fasi positive dei mercati,
l’ottimismo tende a premiare queste piccole realtà innovative.

Dimensioni: la piccola dimensione permette a queste società di
essere particolarmente elastiche nell’adattarsi alle diverse
condizioni dei mercati.

Mercati di nicchia: le small cap operano spesso in piccole nicchie
di mercato che possono essere in espansione anche durante le fasi
negative dell’economia. Tali nicchie, poi, possono diventare ancora
più rilevanti una volta che la recessione è terminata.

Ignorate dagli investitori istituzionali: spesso queste società
non sono seguite da analisti e non sono nei portafogli degli istituzionali.
Quando questi iniziano a seguire queste società, il flusso di capitali
che si riversa su di esse puo’ portare a notevoli espansioni della
capitalizzazione.

Uno dei modi per investire in Small Cap è tramite l’ETF Ishares DJ Eurostoxx
Small Cap, che da diverso tempo deteniamo anche all’interno del nostro
portafoglio generale del servizio premium Trend e Strategie di Investimento.
Altri emittenti di ETF come Lyxor o DB hanno ETF equivalenti a quello
di Ishares ugualmente validi.

Tuttavia, bisogna dire che le small cap che sono detenute dall’ETF non
sono proprio “small” e purtroppo non ci sono ETF che investono in vere
e proprie piccole capitalizzazioni. Tuttavia lo stock-picking su questi
titoli non è facile e quindi questi ETF rappresentano un giusto compromesso.

Quando finirà la crisi

Un libro recentemente pubblicato dal titolo:
“This Time is Different: Eight Centuries of Financial
Folly”
, scritto da Rogoff e Reinhard (due economisti),
fa il resoconto su diverse crisi finanziarie della storia.

Sebbene questi due autori non siano operatori dei mercati
finanziari, né puntano a fare il market timing degli indici
azionari, diversi spunti e dati di questo testo ci aiutano
a comprendere meglio la crisi che abbiamo vissuto e
a che punto siamo.

Semplificando le conclusioni del libro, questo è quanto
accade dopo un crisi finanziaria:

1 – Il prezzo delle case e i mercati azionari scendono
spesso in modo drammatico durante questi anni;

2 – Il debito pubblico aumenta;

3 – L’economia ristagna e la disoccupazione cresce.

Ognuno di questi aspetti viene analizzato in dettaglio, con
precise “timeline” di ogni crisi e questo ci aiuta a
capire a che punto siamo. Vediamo meglio il dettaglio.

Mercato azionario

Durante le crisi finanziarie, al picco minimo generalmente
i mercati azionari scendono del 56% rispetto al precedente
massimo e la discesa dura mediamente 3 anni e mezzo.
In questa crisi, l’indice americano al picco minimo è sceso
leggermente di più rispetto alla discesa media, ma il
percorso ribassista è avvenuto in molto meno tempo (poco più
di un anno). Ora, stando alla storia, la discesa come entità
è in linea con la media. Dato comunque che abbiamo ancora
un altro anno per arrivare alla durata media della discesa,
non è escluso che possa esserci un’altra gamba ribassista.

Dal punto di vista del mercato azionario, quindi, i giochi
sarebbero ancora aperti. Personalmente, comunque, credo che
il minimo di marzo 2009 sia un minimo definitivo e che
l’ultima gamba ribassista non ci sarà. Questo non significa
che dai livelli attuali non potremo far altro che salire, ma a mio
avviso non dovremmo andare più sotto le quotazioni di marzo 2009.

Prezzi delle case

Questo è un settore che non amo particolarmente sia perché
non lo conosco bene come il mercato finanziario, sia perché
esistono molti mercati immobiliari a seconda della diversa
zona geografica.

In ogni caso, durante la recente crisi il comportamento dei
prezzi immobiliari è stato simile a quello dell’azionario.
Rispetto alle medie storiche, gli immobili sono scesi di più
e in più breve tempo. Anche qui, i minimi sono forse stati
fatti, ma i prezzi potrebbero muoversi poco ancora per anni.

Disoccupazione

Durante le crisi bancarie, generalmente la disoccupazione
sale di 7 punti percentuali. Ad oggi, essa è salita di soli
cinque punti. Su questo aspetto, quindi, potrebbe verificarsi
ancora un aumento della stesso fino ad arrivare al 12% circa
(in USA).

Debito pubblico

Storicamente, rispetto ai livelli pre-crisi, il debito pubblico
sale di ben 86 punti percentuali. In questo momento, è difficile
quantificare effettivamente quanto sia salito il debito pubblico
USA, ma probabilmente non siamo ancora a questi livelli. In altri
termini, anche in caso di peggioramento del deficit la cosa potrebbe
essere incredibilmente in linea con quanto già accaduto nella storia.

Conclusioni:

Stando alla storia, questa crisi è stata leggermente più pesante
della media, ma si è realizzata in un arco di tempo estremamente
minore e quindi è stata più rapida. L’aspetto positivo è che, stando
a diversi elementi, il peggio dovrebbe essere alle spalle.

Il mercato azionario e quello delle case dovrebbero aver fatto il
bottom lo scorso anno. La disoccupazione potrebbe crescere ancora,
ma anche qui gran parte del percorso è stato fatto.

Quello che ora deve essere tenuto sotto controllo è il debito pubblico
che potrebbe salire più del previsto.

Attualmente, non credo siano ancora mature le condizioni per
la nascita di un nuovo Bull Market di lunghissimo periodo, ma
quantomeno per un po’ dovremmo goderci questo Bull Market ciclico.

Un buon investimento per il 2010

Il trend degli ultimi anni sul mercato valutario è stato, quasi
senza soluzione di continuità, la debolezza del dollaro nei
confronti dell’euro.

Sul finire degli anni ’90, il biglietto verde quotava ben sotto
la parità rispetto alla nuova moneta europea e raggiunse dei
picchi persino sotto quota 0,90. Durante l’ultima decade,
arrivò a sfiorare 1,60. Quasi dimezzato.

Ricordiamo che qui non stiamo parlando di qualche indice
azionario, magari di qualche remoto paese emergente. Stiamo
parlando di rapporti di cambio tra le valute delle due principali
e più stabili aree economiche al mondo.

Fatta questa premessa, questo è quello che penso: l’euro è ormai
sopravvalutato rispetto al dollaro e il 2010 potrebbe essere tempo di
una correzione.

Chi ritiene che questo non sia vero, punta su diversi argomenti.
Il forte deficit degli USA, i tassi a zero, la FED che ha iniettato una
massa enorme di liquidità nel sistema.

Tutte cose vere. Non solo, tutte cose che di certo nei prossimi mesi
non spariranno.

Il punto è che, come sempre, i mercati sono delle “discounting machine”.
Tutta queste cose sono ormai note e secondo me prezzate nel tasso
di cambio.

Per contro, l’Europa presenta una situazione non molto diversa dagli
Usa e, oltre questo, la ripresa probabilmente inizierà più tardi e sarà
comunque meno sostenuta rispetto a quella americana. E il caso della
Grecia mostra anche che la struttura dell’euro ha dei problemi.

Infine, il trend sembra favorevole al dollaro. In questi giorni, il dollar
index è in prossimità di tagliare la sua media mobile a 200 giorni dal
basso verso l’alto.

All’interno del nostro servizio premium Trend e Strategie di Investimento
stiamo già investendo sul dollaro da qualche tempo. La prima parte del
rialzo è ora probabilmente fatta, ma a mio avviso siamo ancora all’inizio
del potenziale rialzo del biglietto verde in questo 2010.

I motivi della “Lost Decade”

Nell’ultimo post avevamo parlato della “Lost Decade”, cioè
della peggior decade della storia relativamente al rendimento
dei mercati azionari.

Oggi cerchiamo di capire il perché di questa “Lost Decade”.

Prima, però, dobbiamo riprendere le determinanti del rendimento
del mercato azionario, che come detto nell’ultimo post sono 4:

1 - Dividendi
2 - Incremento o diminuzione del rapporto P/E
3 - Crescita reale degli utili
4 - Inflazione

Se consideriamo il rendimento reale e non quello nominale, allora
l’ultima componente, l’inflazione, non va considerata.

L’andamento di queste quattro componenti spiega i rendimenti.

Ad esempio, fermandoci solo all’apsetto nominale, un periodo di
deflazione tende a ridurre i rendimenti nominali. Negli anni ‘30,
il rendimento nominale annuo composto fu poco sopra lo zero
e la deflazione contribuì abbastanza a questo scarso rendimento.
Infatti, se considerassimo il rendimento reale, negli anni ‘30
abbiamo un +1,75% annuo composto. Niente di entusiasmante,
ma nemmeno un disastro. Eppure, la percezione è di uno dei
periodi più devastanti per i mercati.
Viceversa, un periodo di inflazionse sostenuta puo’ mitigare
la percezione del “Bear Market”. Ad esempio, negli anni
‘70 i mercati resero, dividendi inclusi e reinvestiti, il 5,81%,
che non è male. Tuttavia, l’alta inflazione contribuì non poco
a “mascherare” il vero rendimento. Infatti, dal punto di vista
reale, l’indice S&P500 perse l’1,54% annuo composto.

Dopo questa intruduzione, veniamo a noi. Cosa ha provocato
lo scarso rendimento del 2000-2009?

Iniziamo dagli utili, che nel lunghissimo termine sono la componente
più importante. Gli utili non sono andati male in questi anni.
Considerando gli utili normalizzati decennali (cioè l’utile di ogni
anno è pari alla media degli utli degli ultimi 10 anni, in modo da
isolare i picchi del ciclo), essi sono cresciuti del 2,83% annuo composto.
Davvero niente male, se si pensa che nel Bull Market degli
anni ‘90 gli utili non sono mai cresciuti a questo ritmo.

Relativamente all’inflazione, nel corso degli ultimi 10 anni è
stata moderata e comunque non abbiamo affatto avuto deflazione.
Al 31/12/2009, il tasso annuo composto di crescita dell’indice dei
prezzi è stato intorno al 2,84%.

Queste due componenti, la crescita degli utili e la deflazione, hanno
quindi spinto verso l’alto i mercati. Pertanto, per trovare le ragioni
della scarsa performance, dobbiamo guardare alle altre 2, cioè
i dividendi e le valutazione.

Diciamo subito che i dividendi sono stati piuttosto scarni. Al 31/12/1999,
inizio del periodo considerato, lo yield era un modesto 1,15%. Tuttavia,
tutto il resto uguale, il dividendo da sempre un rendimento positivo,
per quanto basso.

Arriviamo quindi al vero motivo del ribasso. Come molti avranno già
intuito, la principale motivazione di questa “Lost Decade” sono le
altissime valutazioni che avevamo all’inizio del 2000, quando in piena
euforia borsistiche il multiplo degli utili era ben sopra 40, livello mai
visto nella storia.

Nel corso della decade, questo rapporto si è dovuto inevitabilmente sgonfiare
e ciò ha compresso fortemente le performance azionarie, nonostante il buon
andamento degli utili. In genere il rapporto P/E si sgonfia in fase di rialzo dei
tassi, mentre questa volta si è sgonfiato nonostante i tassi siano addirittura scesi.
In altri termini, è stata una pura pulizia dell’euforia del decennio precedente.

Ed oggi come ci presentiamo?

Purtroppo, bisogna dire che il rapporto P/E, ancora sopra 20, non è bassissimo
dal punto di vista storico. Inoltre, i tassi sono ai minimi e quindi è probabile che
nel prossimo decennio saliranno, mettendo ancora sotto pressione il rapporto P/E.

Il grosso della pulizia degli eccessi è stato fatto, ma forse non è ancora terminato.
Pertanto, è probabile che terminato questo ciclo intermedio di rialzo, ciclo partito
dai minimi di marzo, inizierà una nuova fase correttiva. Auguriamoci che sia meno
rapida e meno devastante dell’ultima che abbiamo vissuto.

La storia dei mercati e la “Lost Decade”

Con la fine del 2009, non si è chiuso solo un anno, ma anche un decennio.

Il primo del nuovo millennio.

Dal punto di vista borsistico, c’è forse un solo aggettivo per descrivere
questo decennio: disastroso.

Infatti, dividendi compresi, questi sono stati i peggiori dieci anni della
storia. Non molti se ne sono accorti, ma è andata persino peggio
degli anni ‘30.

Decennio Rend. Annuo Composto Rend. Annuo Comp. Reale
1880 - 1889 5,86% 8,02%
1890 - 1899 5,64% 5,52%
1900 – 1909 10,07% 7,69%
1910 - 1919 4,50% -2,08%
1920 - 1929 14,88% 13,94%
1930 - 1939 0,29% 1,75%
1940 - 1949 8,73% 3,37%
1950 - 1959 18,82% 16,60%
1960 - 1969 7,66% 5,14%
1970 - 1979 5,81% -1,54%
1980 - 1989 16,96% 11,86%
1990 - 1999 17,82% 14,91%
2000 - 2009 -0,77% -3,31%

La tabella sopra esposta presenta i rendimenti decennali dell’indice
S&P500 total return, cioè compresi i dividendi e il loro reinvestimento
(per i decenni più remoti sono stati usati i dati derivanti da una ricostruzione
dello stesso; i dati dell’800 ovviamente sono meno attendibili di quelli dal
‘900 in poi e di quelli post WWII, ma sono comunque ritenuti
sufficientemente attendibili).

Il rendimento annuo composto reale è dato da quello nominale meno il
tasso di inflazione del decennio.

Come si vede, escluso l’ultimo decennio, quello peggiore dal punto di
vista nominale fu, con poca sorpresa, il decennio degli anni ‘30, quando
l’indice total return fu sostanzialmente invariato. A chi sembra strano questo
risultato, si consideri che nel periodo il dividend yield fu per molto tempo
tra il 4% e il 5% e, in certi momenti, raggiunse anche il 7-8%. Si consideri
anche che questi dividendi in ottica totale return sono stati reinvestiti in
diversi periodi a valori eccezionalmente bassi dell’indice, visto che i ribassi
del decennio si materializzarono soprattutto nella prima parte. Considerando
il tutto in ottica decennale, non sorprende che l’effetto dei dividendi abbia
sostanzialmente annullato la perdita di circa il 50% del valore dell’indice.

Il decennio degli anni ‘30 fu, però, anche un periodo di vera deflazione.
Con un Gold Standard ancora in funzione nella prima parte e la concreta
distruzione degli aggregati monetari a seguito dei fallimenti bancari,
il livello dei prezzi scese veramente. Così, il rendimento reale del decennio
fu un po’ più alto di quello nominale e raggiunse il +1,75% annuo composto.

Questo non fu il risultato peggiore in assoluto. Infatti, in altri due decenni
si fece peggio. Uno fu il decennio degli anni ‘70, quando il mercato azionario
rese, a livello di “total return”, il 5,81% a livello nominale, ma a
causa dell’inflazione molto alta alla fine il rendimento reale fu negativo (-1,54%).
Peggio fu solo il decenio 1910-1919 quando il mercato azionario rese poco
in termini nominali e ci fu anche un’inflazione abbastanza alta, che alla fine portò il
rendimento reale del decennio ad un -2,08%.

Per evitare fraintendimenti, il decennio appena passato non si è fatto mancare
nulla. E’ stato il peggiore a livello nominale (-0,77% annuo composto) ed anche
a livello reale (-3,31%).

Per capire il motivo di questa performance negativa dobbiamo comprendere quali
sono le determinanti del rendimento azionario.

Questo è molto semplice, visto che tali determinanti sono 3 o 4 a seconda che
si consideri il rendimento reale o quello nominale:

1 - dividendi del periodo: il dividendo è il cash flow, il denaro contante, che dall’azienda
(o dal paniere i aziende che compongono l’indice) arriva all’investitore. Più è alto questo
flusso di dividendi, maggiore sarà (tutto il resto uguale) il rendimento finale.

2 – Rapporto P/E: l’espansione o la contrazione del multiplo degli earnings ci darà, a
parità di utili, rendimenti più o meno elevati. I decenni migliori per l’azionario sono stati
accompagnati quasi sempre da espansioni del multiplo. Nel breve periodo, e nel nostro
caso breve periodo è inteso anche più anni (persino l’intero decennio), questa determinante
è quella che influenza maggiormente il rendimento azionario ed è la determinante principale
delle fluttuazioni e della volatilità delle azioni

3 – Crescita reale degli utili: si tratta, invece, della principale componente del rendimento
nel lunghissimo periodo. La crescita reale (depurata cioè dall’inflazione) deriva dall’espansione
delle vendite e dal miglioramento della produttività. Se il rapporto P/E resta invariato, l’entità
della crescita degli utili determinerà anche quella della crescita dei prezzi.

Queste sono le tre componenti del rendimento reale del mercato azionario. Se consideriamo, invece, il
rendimento nominale, allora l’ulteriore determinante è:

4 – Inflazione: visto che essa aumenterà l’entità nominale degli utili e, quindi, dei prezzi.

Dunque, perché gli ultimi dieci anni sono stati una “Lost Decade”? Quali sono state
le determinanti che hanno compresso i rendimenti tanto da farli essere negativi?

Per oggi abbiamo già messo molta carne al fuoco, quindi lo vedremo in un
prossimo post.

Quanto sono efficienti i mercati?

Da sempre, il tema dell’efficienza del mercato è molto dibattuto,
poiché da questo dipende la possibilità o meno di battere il
mercato in modo continuativo.

Semplificando, ci sono due visioni opposte sulla questione. La
prima è quella della “Teoria dei Mercati Efficienti” che propugna,
come dice il nome, il concetto che le notizie e le informazioni
sono tutte già scontate nei prezzi e quindi è impossibile battere
il mercato. La seconda, partendo dall’evidenza empirica che ci
sono soggetti che hanno fatto continuamente meglio degli indici
(Buffett, Lynch, Templeton, ecc…), ritengono invece che il
mercato abbia delle inefficienze che possono essere sfruttate.

Oggi vediamo l’impostazione della Prima, “Teoria dei Mercati Efficienti”
e poi esprimerò la mia idea sulla questione e come un investitore puo’
comportarsi concretamente.

In base a questa teoria, si pensa che il mercato sia talmente efficiente
da essere in grado di riflettere in ogni istante tutte le informazioni note
e scontare tutte le attese future sulla base delle informazioni attualmente
disponibili. Dato ciò, si ritiene impossibile estrarre extra-rendimenti
dal mercato in modo consistente e continuativo dalla selezione
titoli o dal market timing. Se anche un sistema funzionasse in un dato
momento e per un certo periodo, presto questo sarà seguito anche da
molti altri operatori e il suo impiego di massa finirà per fargli perdere
efficacia. Questo è quanto è successo, in passato, alla Dow Theory o
alla strategia “Dogs of the Dow”. Hanno funzionato bene per un lungo
periodo, ma quando sono state poi seguite sempre da più operatori
hanno perso efficacia.

Uno dei massimi sostenitori di questa teoria è Burton Malkiel,
professore di economia e finanza a Princeton ed ex-dirigente,
per 28 anni, del gruppo Vanguard, uno dei più importanti gestori
di fondi comuni “no-load” o indicizzati (fondi simili agli ETF,
cioè a gestione passiva).

Nella sua opera “monumentale” “A Random Walk down Wall Street”,
Malkiel dedica centinaia di pagine a sostenere l’ipotesi dell’efficienza
dei mercati. Presenta argomenti ed evidenze storiche sui mercati, direi
anche molto convincenti, che portano a smontare l’importanza dell’analisi
tecnica e di quella fondamentale

La sua conclusione è che non sia possibile estrarre un eccessivo
extra-rendimento dai mercati al netto di oneri e commissioni e che,
quindi, l’investitore ordinario (ma anche quello professionale) dovrebbe
semplicemente acquistare un fondo indicizzato (o un ETF) che copra
il mercato (o un gruppo di fondi che coprano uno spettro ampio di
mercati all’interno di un’asset allocation) e detenerlo per sempre.

Ci saranno alti e bassi, rialzi e ribassi, ma alla fine, nel lungo
termine, si otterrà una performance legata alla redditività
delle società che sono dentro l’indice e poiché queste sono
generalmente grandi società, sarà comunque una performance
soddisfacente.

Ora, quello che io penso è che questa teoria sia forse un po’
estrema. Circola addirittura una barzelletta secondo cui un professore
sostenitore della teoria dice ai suoi studenti che se trovano 20 dollari
per terra, non dovrebbero perdere tempo a raccoglierli, perché sicuramente
sono falsi. Se così non fosse, qualcun altro li avrebbe già raccolti.

La mia idea è che se si trovano 20 dollari per terra si possono
tranquillamente raccogliere, perché a volte capita che siano veri.
Tuttavia, non è facile trovare 20 dollari per terra. Tradotto, i mercati
non sono perfettamente efficienti, ma sono comunque molto efficienti.

In base a questo, credo che non sia il caso di fare un market timing
sostenuto, con operazioni della durata di qualche giorno o settimana.

Partendo da questa base, ci sono poi alcuni indicatori (sempre di lungo
periodo) che possono aiutarci però a capire quando è meglio stare fuori
da un certo mercato o comunque non esservi troppo esposti e quando,
invece, si puo’ stare investiti con una certa sicurezza.

Questi indicatori sono indicatori di trend. Ne esistono diversi e quello
che preferisco seguire è la media mobile a 10 mesi. La media a 10 mesi
si è dimostrata, storicamente, un buon indicatore che permette di star
fuori durante i “Bear Market” più duri, mentre si è investiti quando i
mercati salgono.

Questo di per se non è affatto poco. Tuttavia, anche questa media,
sebbene molto utile e sebbene ritengo debba essere guardata con
grande attenzione e considerata alla stregua di una “stella polare”
per le proprie decisioni di investimento, non è perfetta ed in una
prossima edizione vedremo il perché.

La prima correzione di questo Bull Market

Il rialzo partito a metà marzo è
andato avanti praticamente senza
sosta fino a qualche settimana fa.

Nella prima parte, la forza del Toro
è stata eccezionale, con un recupero
praticamente a V dopo i minimi.
Quello che all’inizio poteva sembrare
un Bear Market Rally, è presto
diventato senza dubbio un Bull Market.
Non ci è voluto molto perché i prezzi
dei vari indici, nonché dei vari titoli,
superassero le relative medie lunghe
(medie a 200 giorni, 40 settimane e
10 mesi).

E, sostanzialmente, fino alla scorsa
settimana non ci sono stati “pull-back”
degni di nota. Qualcosa a luglio, ma
parliamo di non più di un 4-5%.
Nel mentre, i principali mercati
azionari sono finiti in ipercomprato
quasi come non mai nella storia,
dato che abbiamo vissuto uno dei
rally più poderosi di sempre.

In questa situazione, una correzione
era più che dovuta e la scorsa settimana
sembra essere iniziata. I principali mercati
azionari hanno iniziato a ripiegare di
diversi punti percentuali. Più quelli europei
che quelli americani, a dire il vero, ma
i primi erano anche cresciuti di più prima
(considerando anche il cambio).

Ora il punto è quanto durerà e fino a dove
potrà arrivare questa correzione.

Come sempre, sui mercati è impossibile
fare previsioni attendibili al 100%, altrimenti
saremmo tutti ricchi.

Tuttavia, è possibile individuare alcuni
punti importanti del mercato che possono
essere potenziali target.

Ora, i target di medio termine che potrebbero
essere ottimi supporti sono i minimi di
agosto, intorno a quota 960-980 punti di
S&P500.
Anche l’importantissima media a 200 giorni,
che ora si trova intorno a quota 910 punti,
col passare dei giorni si avvicinerà progressivamente
a quei livelli, quindi intorno a 980-950 punti ci
troveremo anche in sua prossimità.

A quel punto, il mercato troverà due importantissimi
supporti e lì vedremo di che pasta è fatto questo
Toro.

Personalmente, ritengo questa una correzione e,
in un mercato Toro, le correzioni sono utilissime
perché permettono di accumulare su livelli buoni
e permettono a chi è rimasto fuori di fare ingressi
intelligenti.
Se correzione sarà, i livelli sopra indicati dovrebbero
tenere bene.

Ovviamente, una loro decisa violazione cambierebbe
molte cose. Ma diamo tempo al tempo e vediamo
cosa accadrà. Il mercato potrebbe addirittura
sorprenderci e riprendere a salire anche senza
arrivare su quei supporti.

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