Operatività e Gestione Portafoglio

E’ ora di comprare BTP?

I rendimenti sui titoli decennali italiani sono ormai intorno
a quota 7%.

Un tasso di rendimento piuttosto alto, che non si vedeva da
molto tempo e, soprattutto, hanno ormai uno spread di rendimento
eccezionalmente alto rispetto a quello degli investimenti free-risk.

Si tratta del famoso “spread” di cui ormai parlano tutti, quello
tra BTP e Bund, che ormai è oltre i 575 punti base (5,75%).

In molti, anche nella mia casella e-mail, mi stanno chiedendo
se non sia il caso di iniziare a comprare titoli italiani, anche
magari su scadenze abbastanza vicine (2-3 anni), che pure hanno
dei rendimenti molto alti.

La mia risposta attualmente è negativa.

Il rischio sui titoli italiani è che ci sia un default anche
magari parziale.

E’ difficile dire se questo si verificherà. L’Italia è un grande
paese e il suo default avrebbe ripercussioni su tutto il sistema
finanziario mondiale.

Io personalmente tendo a ritenere improbabile questa eventualita’,
eppure non mi sento di escludere totalmente questo “cigno nero”.

Inoltre, da un punto di vista di operatività la mia idea è di non
andare mai contro il trend. E attualmente il trend sui nostri titoli
è più che mai ribassista.

Personalmente, non toccherei i BTP prima di vedere una chiara inversione
al rialzo (e, di conseguenza, una riduzione dei rendimenti e degli
spread).

Nel mentre, continuo a ritenere il mercato azionario (diversificando
bene) preferibile come profilo rischio-rendimento. Alle attuali valutazioni,
i rendimenti potenziali possono essere ben superiori al 7% e il rischio,
a mio avviso, è persino inferiore rispetto ad un BTP.

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Meglio investire in oro o in azioni?

In un portafoglio ben diversificato, azioni ed oro dovrebbero
essere entrambi presenti.

Ma in ottica dinamica, cioè nel decidere se pesare maggiormente l’uno o
l’altro, cos’è meglio scegliere in questo momento?

Guardando le cose in prospettiva storica, nel 1999 le azioni erano reduci da
una sovraperformance enorme rispetto all’oro.

Infatti, nei 20 anni che andavano dal 1979 al 1999, le azioni erano scresciute
del 2.460%, mentre l’oro aveva registrato un -44%.

Allora, la differenza era così alta che preferire l’oro in luogo delle azioni
poteva essere una scelta scontata per un contrarian.

Tutti volevano investire in azioni mentre nessuno guardava l’oro. Prima o poi le
cose dovevano cambiare.

E sono sicuramente cambiate, tanto che nel decennio successivo il risultato è
stato radicalmente diverso. L’oro ha messo a segno 10 anni eccezionali, senza
nemmeno un anno di perdita. Il suo prezzo è passato da 288$ a fine ’99 a dei
massimi oltre i 1800$, con un rialzo quasi del 600%.

Per contro, le azioni hanno vissuto uno dei decenni peggiori.

Dal 31/12/1999 ad oggi, queste sono le performance dei principali mercati
internazionali:

Grecia: -80%
Italia: -57%
Giappone: -39,5%
Francia: -36,8%
Inghilterra: -30,2%
USA: -23%

Come si vede, performance davvero deludenti.

E questo mi porta alla conclusione.

Tutto può ovviamente succedere, ma se dovessi scommettere su dove sarà il
prossimo Bull Market, io dico che è più probabile che sia sulle azioni che non
sull’oro.

Questo non vuol dire che l’oro non possa pagare bene. Io credo anzi che il metallo
giallo abbia ancora molto spazio davanti a se, ma se questo dovesse salire del 100%,
sarebbe (come del resto è già ora) enormemente oltre il record storico.

Viceversa, se il Nasdaq raddoppiasse sarebbe ancora ben sotto i livelli del 1999.

Oro e azioni hanno ora entrambi buoni fondamentali, ma credo che le azioni abbiano
molto più spazio davanti.

Questo non significa che queste partiranno da domani. Forse le azioni debbono ancora
fare il bottom. Ma una volta fatto, lo spazio davanti è davvero notevole e potrebbe
partire un nuovo Bull Market di lungo periodo simile a quello del ’79/99.

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La crisi è grave, ma il mondo non finirà

Nei mesi di luglio e agosto, a seguito dei veri e
propri crolli dei mercati, sono molti gli analisti
che ipotizzano scenari apocalittici.

Del resto, le news sono tali che aspettative negative
sono ampiamente comprensibili.

Tuttavia, vorrei far presente quanto scritto da Buffett
nella sua ultima lettera del febbraio 2011:

“Il denaro si muove dove ci sono opportunità e in America
ci sono molte opportunità. I commentatori oggi parlano
di “grande incertezza”, ma in passato non è certo stato
diverso. Nel 1941, nell’ottobre del 1987, ecc…
Non importa quanto il mondo sia tranquillo in un certo
momento, il futuro è sempre incerto. Durante la mia
carriera, i politici ed i commentatori hanno sempre
avvisato dell’imminente catastrofe, ma nonostante
questo oggi viviamo 6 volte meglio di quando sono nato.
Il potenziale umano è ben lontano dall’essere esaurito.
Così come nel passato, anche oggi i giorni migliori
dell’America non sono andati, ma sono davanti a noi.”

Parole eccessivamente ottimiste, forse, ma è innegabile
che abbiano un fondo di verità.

Il ragionamento di Buffett non è errato e quanto dice
per l’America credo possa valere quantomento per
l’intero Occidente.

I rischi sono sempre presenti, ma anche il potenziale
umano è vivo e vegeto e non smetterà certo di creare,
inventare, costruire.

Molti in questo periodo si stanno difendendo dall’incertezza
comprando titoli obbligazionari e di stato.

Ma la crisi dei debiti sovrani ha mostrato che anche i
titoli di stato ritenuti “free risk” non sono poi così
free risk.

Comprare obbligazioni va bene nei limiti in cui queste
siano parte del proprio portafoglio diversificato nella
misura stabilita dalla propria asset allocation.

Ma aumentare ora la quota di obbligazioni nella propria
asset allocation solo perchè si ha paura lo ritengo
sbagliato, anche perché molti titoli di stato sono a mio
avviso addirittura in bolla (in particolare quelli USA e
tedeschi).

Per contro, ci sono azioni stabili, con business solido
e provato, che hanno rendimenti da dividendi persino
superiori a quelle dei titoli di stato, cosa che negli
ultimi 25-30 anni è accaduta molto raramente.

In questo stato di cose, credo sia buona cosa approfittare
degli storni e dei cali dei mercati per costruire la
propria posizione azionaria.

Ovviamente, non tutte le azioni reggeranno bene se ci sarà
una nuova recessione o, peggio, un drastico cambiamento nel
sistema occidentale. Migliaia, forse persino milioni di
business falliranno

Ma credo anche che le corporations grandi, diversificate
geograficamente, solide finanziariamente e che pagano bene
i propri azionisti saranno ancora qui tra 20, 30, 50 anni
e anzi potrebbero addirittura approfittare della crisi per
aumentare il loro divario con la concorrenza.

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Queste azioni possono dare buoni risultati

Il ribasso a cui abbiamo assistito da luglio ad oggi
è stato davvero notevole ed eccezionale.

Per certi versi, non è stato diverso dal crash del
1987. Allora il crollo si sviluppò in una sola giornata
(sul mercato USA). In seguito, dopo un rimbalzo, proseguì
per qualche tempo, ma sostanzialmente il grosso venne fatto
il 19 ottobre, quando l’indice Dow Jones perse il 22%.

Questa volta, la discesa si è realizzata nell’arco di un
mese (e forse non è ancora finita) ed è stata del 20%
circa per quanto riguarda l’indice S&P500.

Gli indici europei, invece, hanno stornato anche di più,
con discese vicine al 30% ed alcuni anche oltre questa
soglia (ad esempio Piazza Affari).

Cali non certo bassi in un arco di tempo di 1-2 mesi soltanto.

Ma non tutte le azioni, ovviamente, sono scese allo stesso modo.

Mentre l’indice S&P500 è sceso, come detto, del 20%, c’è un
gruppo di azioni che hanno perso molto meno.

E non sto parlando di piccole small cap che magari hanno avuto
nel periodo buone news o un solido insider buying.

Parlo invece di grandi corporations, delle Blue Chip dai nomi
noti e famosi.

Qualche esempio?

Coca Cola, General Mills, Colgate, Kraft, Altria, Pepsico e
molti altri.

La maggior parte di questi nomi hanno un elemento in comune.

Questo elemento è di avere un business incentrato su prodotti
di base poco soggetti a variazioni di domanda consistenti e,
come conseguenza, tutte queste società pagano un dividendo che,
storicamente, aumenta anno dopo anno.

Nella storia, questi business non hanno quasi mai deluso,
offrendo ai loro azionisti performance ben superiori alla media
del mercato.

Nel portafoglio di Trend e Strategie di Investimento abbiamo ben
tre societa’ di questo tipo: due sono recenti aggiunte, l’altra
è una presenza storica del nostro portafoglio.

Credo che investire ora in questo genere di business non dovrebbe
deludere nei prossimi mesi ed anni.

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Tenere le posizioni per conseguire i maggiori guadagni

Con la crisi europea che, nonostante tutto, sembra in peggioramento
e gli USA il cui accordo sul debito trovato dal Congresso non sembra
aver soddisfatto i mercati, per molti potrebbe esserci la tentazione
di uscire dai propri investimenti.

La notevole volatilità, poi, porta molti a pensare di poter entrare
ed uscire continuamente dai vari investimenti cercando il timing
migliore. Questa cosa si chiama “swing trading” ed in una fase laterale
si cerca di uscire sulle resistenze ed entrare sui supporti. Poiché da
diverso tempo siamo, più o meno, in fase laterale, in molti ritengono
che questo sia il miglior modo di operare.

A mio avviso, questo approccio non porta molto lontano.

Come ho scritto qualche mese fa, “la maggior parte dei profitti vengono
fatti all’interno del trend primario”.

Entrare ed uscire può andare bene una volta, due, ma poi porta
inevitabilmente a sbagliare timing. La lateralità richiede tempo per
essere individuata e una volta che emerge, potrebbe essere vicina alla
fase di esaurimento, non lasciando agli investitori molti trade disponibili.

Quasi un secolo fa, il grande trader Jessie Livermore diceva: “It was never
my thinking that made the big money for me. It always was my sitting.
Men who can both be right and sit tight are uncommon“.

In altri termini, la maggior parte dei guadagni non vengono fatti ipotizzando
il futuro dei mercati, soprattutto nel breve termine, ma tenendo le proprie
posizioni nel tempo. Non è facile trovare persone capaci di prendere la
giusta posizione sul mercato, ma è ancora più difficile trovare, tra questi,
chi è capace poi di tenere nel tempo questa posizione senza cambiare idea
ogni momento.

Ogni investimento, per produrre i suoi risultati, ha bisogno di tempo.

Uscire troppo presto dalle posizioni finisce, inevitabilmente, per far
perdere una parte importante di questi guadagni.

I due migliori ETF del nostro servizio premium Trend e Strategie di Investimento,
in questo momento, sono lo Ishares MSCI Emerging Markets (+60,40%) e il GBS Gold
Bullion Securities (+92,81%). Entrambi questi investimenti, sono in portafoglio
da diversi anni e sono rimasti in portafoglio nonostante i fisiologici cali
temporanei o le fasi laterali.

Questo ovviamente è ben diverso dal proporre un cieco “Buy and Hold”.
Le posizioni vanno tenute finché non c’è un’evidente inversione del trend di
lungo termine. Fino a che questo non accade, tentare di cogliere i massimi e i
minimi di breve termine è un “gioco” che, a mio avviso, finisce per risultare
perdente.

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Italia a rischio?

E’ indubbio che da qualche mese i mercati abbiano iniziato a “scommettere”
contro l’Italia. Lo spread tra il rendimento dei BTP e quello del Bund,
entrambi a 10 anni, ha raggiunto nelle scorse settimane livelli record
ben oltre i 300 punti base.

Un record storico e, per capirne la portata, si consideri che, durante i
periodi più difficili della crisi greca del 2010, tale spread fu pari a
circa 150 punti base.

Secondo il Financial Times, gli hedge funds stanno direttamente shortando
i titoli di debito italiano.

Infine, i CDS sul nostro paese sono, ugualmente, a livelli record.

E’ quindi chiaro che l’Italia è ormai a rischio.

L’Italia non è un paese come la Grecia o il Portogallo. L’Italia è un
“peso massimo”. Relativamente al debito, è il terzo peso massimo al mondo
dopo USA e Giappone ed il primo tra quelli che non possono fronteggiare
problematiche finanziarie tramite la stampa diretta della moneta necessaria,
eventualmente, ad assorbire i titoli non sottoscritti dal mercato.

Infatti, avendo adottato l’euro, il paese non ha quella che si chiama
“sovranità monetaria”.

L’Italia dovrà quindi affrontare questa crisi agendo esclusivamente sul
fronte delle finanze pubbliche e contando, forse. sull’eventuale sostegno
istituzionale della UE e della BCE.

Dico sostegno istituzionale perche’ è improbabile pensare a piani di aiuti
simili a quelli visti per Grecia, Portogallo ed Irlanda. Infatti, nessun
paese (anche fosse la Germania), anzi nemmeno nessun “consorzio” di paesi,
avrebbe le risorse per sostenere il nostro paese.

L’analisi tecnica non lascia presumere nulla di buono. Secondo i grafici,
il BTP dovrebbe scendere ancora.

L’Italia, date le sue dimensioni, puo’ far saltare l’intera area euro e
porre un serio pericolo per l’intero sistema finanziario internazionale.

Massima attenzione, quindi, agli sviluppi su questo fronte.

E se si vogliono detenere in portafoglio titoli di stato per la parte
“sicura” del proprio portafoglio, meglio guardare ai titoli tedeschi o
olandesi. I rendimenti sono quelli che sono, ma in questo momento la
“sicurezza” è forse più importante.

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Uno dei migliori mercati degli ultimi anni

Molti lettori potrebbero pensare a qualche mercato
emergente o a qualche paese maturo ma comunque
di dimensione ridotta.

Ora, sicuramente negli ultimi anni c’è qualche emergente
o qualche signolo paese maturo che ha messo a segno,
singolarmente, delle performance magari stellari.

Ma quando pensiamo a paesi di una certa consistenza,
può sorprendere, ma uno dei migliori paesi è stata
l’America.

Nonostante tutti i suoi problemi quali declino del
dollaro, budget in deficit, problemi a livello locale
e quant’altro, le azioni USA hanno messo a segno
una performance che pochi altri paesi o aree
sono riusciti a replicare.

Negli ultimi 2 anni, lo “Spider”, nome comune con
cui nella Borsa USA è denominato l’ETF sull’ S&P500
gestito da State Street Global Advisors, l’ETF
probabilmente più liquido e scambiato al mondo,
ha guadagnato oltre il 50%.

Nello stesso periodo, l’ETF sulla Cina ha realizzato
solo un +15%, quello sull’Europa +40% e solo
il paniere replicato dall’Ishares _MSCI Emerging Markets
ha raggiunto un risultato simile.

In pratica, gli USA hanno fatto meglio dei mercati
emergenti e di paesi come la Cina che sono viste come
le nuove potenze di domani.

Complessivamente, gli USA, misurati dall’intero mercato
(quindi non l’S&P500, ma lo Wilshire 5000) sono:

- a +115% dai minimi di marzo 2009
- a +2,7% dalla chiusura di dicembre 2007, anno prima
della crisi
- a soli 3,3 punti percentuali dallo “all time high” di
ottobre 2007.

Non male per un paese che, già oggi, ha la maggiore
capitalizzazione del mondo.

Anche se, tra le grandi Borse, ce ne è una che
ha fatto meglio…

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