Correzione o Bear Market?
Dai massimi delle ultime 52 settimane ai minimi del
periodo registrati la scorsa settimana, l’indice S&P500,
l’indice azionario piu’ importante del mondo, ha perso
il 14% del suo valore.
In Europa, il DAX tedesco, la Borsa piu’ importante e
solida del continente, ha corretto dai massimi ai minimi
del 10% circa, mentre altre Borse hanno fatto molto
peggio, con quelle di Grecia, Italia e Spagna tra le peggiori.
Tuttavia, limitandoci ai mercati piu’ importanti, vediamo che
le correzioni che abbiamo avuto sono, per ora, appunto
correzioni e non e’ scattato il segnale di “Bear Market”.
Generalmente, da un punto di vista “ortodosso” si parla
di Bear Market quando c’e’ una correzione dai massimi
del 20%, cosa che non e’ avvenuta per ora.
L’unico dubbio e’ che nel recente ribasso si e’ scesi
sotto alcune medie mobili importanti e di lungo periodo
e sara’ da vedere se questo “taglio” si rivelera’ solo un
falso segnale.
In ogni caso, ora e’ partito da qualche giorno un rimbalzo
che potrebbe darci alcune risposte.
Da un punto di vista degli investimenti, non e’ il caso di
eccedere con quelli azionari, vista la situazione di incertezza.
Tuttavia, non e’ nemmeno il caso di starsene completamente
fuori. Un’allocazione tra il 30% e il 50% sull’azionario dovrebbe
permettere di partecipare ad un eventuale rialzo duraturo, ma al
tempo stesso consentire investimenti alternativi che proteggano
in caso di nuovi ribassi.
Coloro che hanno un orizzonte temporale lunghissimo o
sono sotto-esposti sulle azioni, potrebbero persino sfruttare
la recente correzione per incrementare un po’.
Cambio di trend sui mercati?
I ribassi delle ultime settimane hanno incrinato il trend
dei principali indici mondiali.
Gli indici europei, riassunti poi dall’indice generale
DJ Eurostoxx50, già da tempo hanno tagliato dall’alto
verso il basso le medie mobili piu’ lunghe, cioè la media
a 200 giorni, a 40 settimane e a 10 mesi.
Tuttavia, fino alle ultime giornate, l’indice S&P500, rappresentativo
del mercato USA e generalmente la guida per tutti i mercati
mondiali, manteneva ancora il suo trend rialzista, con i prezzi
sopra le medie precedentemente citate.
Non è più così da qualche settimana.
Infatti, i prezzi dell’indice sono finiti da qualche tempo prima
sotto la media a 200 giorni e poi sotto la media a 40 settimane.
La media più importante, comunque, rimane sempre la media a
10 mesi, visto che la chiusura mensile è comunque più significativa
rispetto a quella giornaliera o settimanale.
Con Wall Street che oggi è ferma, abbiamo ora anche la
chiusura definitiva del mese di maggio. Ed il responso è
una conferma di quanto già accaduto: la media a 10 mesi
passa a quota 1095 punti circa, mentre la chiusura di maggio
è stata a 1089 punti. Anche la media a 10 mesi, ora, ci da
segnale ribassista.
In questa situazione, credo che una prudente riduzione della
propria allocazione azionaria sia suggerita. Tuttavia, non diamo
via tutte le nostre azioni. I segnali delle medie mobili sono
segnali di “trend following” e come tali possono benissimo
essere falsi segnali. E la probabilità di falso segnale è maggiore
proprio nei casi in cui si verifichino repentini movimenti inversi
come rapide correzioni (o rapide salite durante le fasi ribassiste).
Anche nel 2004 la media a 10 mesi diede segnale ribassista per tre
settimane prima di recuperare l’uptrend e situazioni simili accaddero
durante le correzioni del 1998, 1994 e 1987.
In questo momento, all’interno del nostro servizio premium
Trend e Strategie di Investimento, abbiamo un allocazione
azionaria al 30%-35% circa. Prudente in caso di inizio di
mercato ribassista, ma comunque con una certa esposizione
azionaria qualora dovesse riprendere il trend rialzista.
Investire e’ piu’ che sceglie se comprare questa o quell’azione
Come “titolare” di questo blog finanziario, mi arrivano continuamente
e-mail con domande circa le potenzialita’ di questo o quel titolo, di un
particolare settore o valuta.
Sebbene generalmente non mi tiro indietro nel dare un parere
(che pero’ non e’ mai un consiglio di investimento, bensi’, appunto,
solo un parere), voglio approfittare di questo post per chiarire
un concetto: “In linea generale, nessun consiglio, nessun parere,
nessun “suggerimento caldo” finira’ con l’arricchire chi lo chiede“.
Investire e’ molto di piu’ che scegliere quale azione comprare
o quale settore e’ da preferire.
Il punto fondamentale su cui ogni investitore si deve concentrare
e’ come ripartire il proprio capitale tra diverse classi di investimento.
Quante azioni e obbligazioni si hanno in portafoglio, quanti mercati
emergenti e maturi, quanto oro e commodity, quanta parte del
portafoglio e’ legata all’euro e quanta a valute estere, sono elementi
molto piu’ importanti che non selezionare questo o quel titolo, questo
o quel settore, oppure di provare ad indovinare la performance
delle varie classi di investimento.
Solo dopo aver definito come allocare il capitale si puo’ passare
alla selezione titoli. La propria asset allocation determina un buon
70-80% del risultato complessivo realizzato dal proprio portafoglio,
pertanto e’ a questa scelta che l’investitore la maggior parte del tempo.
Come detto, una volta definita la propria allocazione si puo’ passare,
eventualmente, alla selezione titoli.
Su questo aspetto, non posso impedire a nessuno, ovviamente, di
provare a battere il mercato tramite la scelta dei titoli e dei settori
migliori.
Tuttavia, esistono statistiche molto consolidate che mostrano che in
un arco temporale molto lungo, diciamo 10 anni, una percentuale
veramente risibile di fondi gestiti battono il mercato. Con gli hedge
fund va un po’ meglio, ma anche qui la maggior parte sottoperforma
il mercato.
Se i professionisti della gestione, che pur con tutti i limiti dell’indistria
finanziaria hanno comunque accesso a strumenti, dati e informazioni
che non tutti i piccoli investitori hanno, non riescono a far meglio del
mercato, e’ difficile che possano riuscirci la maggior parte degli
investitori “fai da te”.
Per questo, la mia personale idea e’ che la maggior parte degli investitori
dovrebbero 1 - definire la propria asset allocation e 2 - usare prodotti
passivi e poco costosi come gli ETF per investire sulle classi di
investimento scelte.
L’aspetto interessante e’ che usando questi due accorgimenti gli investitori
non finiscono affatto per doversi accontentare di rendimenti inferiori rispetto
a quelli ottenuti dal risparmio gestito, ma riescono a fare molto meglio
di questo e persino meglio del mercato.
Una prova di questo e’, ad esempio, il nostro Lazy Portfolio all’interno
del servizio premium Trend e Strategie di Investimento. Con una sola
movimentazione annuale, la concentrazione sull’asset allocation e l’uso
di strumenti passivi come gli ETF, questo portafoglio è in crescita del 7,79%
dal settembre 2008 ad oggi, mentre l’indice europeo DJ Eurostoxx50 nello
stesso periodo sta perdendo il 10,92% (praticamente un distacco di oltre
18 punti percentuali in meno di due anni). E anche in questo 2010, il Lazy
Portfolio guadagna il 4,19% contro il -8,76% dell’indice europeo (13 punti
di distacco in cinque mesi).
Il punto sul mercato azionario
Continuamente gli operatori si domandano se questo in corso sia
un rialzo sano o se invece non stiamo vivendo una nuova ondata di
euforia, dove mentre i mercati salgono mentre l’economia sottostante sta
ancora soffrendo e quindi questi rialzi sono ingiustificati.
Personalmente, in questo momento sono piuttosto positivo sull’azionario.
La mia non è una visione positiva ad oltranza. Ci sono momenti per
essere rialzisti ed altri per essere ribassisti. Sono stato pessimista e quindi
moderatamente negativo sul mercato azionario fin dai primi mesi del 2007,
quando vedevo una situazione economica molto rischiosa, utili societari in
stallo e mercati, invece, molto tranquilli e compiacenti.
Inizialmente i mercati non mi diedero ragione, con rialzi che, pur con
correzioni sempre più improvvise, salirono comunque quasi fino
alla fine dell’anno. Ad un certo punto, comunque, la vision si è avverata
ed il 2008 è stato un anno di forti ribassi.
Ma perché in questo momento sono rialzista?
Semplice, perché non solo c’è uno stimolo monetario molto forte ancora
in essere che dovrebbe inflazionare l’azionario, ma l’economia sta rispondendo
bene e gli utili societari sono buoni.
Con oltre il 75% delle società dell’S&P500 che hanno presentato gli utili
del trimestre, quelle che hanno battuto le stime sono oltre 4 volte quelle che
le hanno mancate. Il “surprise” mediano è quasi del 6% (cioè le stime sono
state mediamente battute del 6%). La crescita degli utili anno su anno dovrebbe
ora superare il 100%, con i finanziari ed i “materials” che sono passati da una
perdita all’utile.
Le vendite erano attese in diminuzione del 9%, invece sono cresciute del 6% e,
allo stesso tempo, anche i margini sono cresciuti.
Nel complesso, nel 2010 gli utili dell’indice dovrebbero attestarsi intorno
ai 77$, mentre per il 2011 le stime sono addirittura intorno a 90. Oggi l’indice
è intorno a quota 1.150 punti.
Quali sono i multipli?
Se il 2010 confermerà i risultati che sono ormai quasi definitivi, abbiamo
per l’anno un P/E di circa 14,93. Ma, e questa è la cosa più interessante visto
che il mercato è una “discounting machine”, se le stime per il 2011 saranno
più o meno mantenute, il P/E, ai livelli attuali, sarebbe poco sopra 12.
In questo momento, credo che il mercato non stia scontando completamente
le stime per il 2011, in primis perché l’economia è ritenuta ancora debole e
c’è il timore che gli utili previsti non saranno realizzati, quindi perché c’è la
paura dell’aumento dei tassi e quindi della contrazione dei multipli.
Concordo sul secondo aspetto, anche se penso che l’aumento dei tassi
non si realizzerà in un solo anno, mentre sul primo aspetto non penso che
dovrebbero esserci eccessive delusioni.
Applicando un P/E ordinario ai 90$ previsti per il 2011, diciamo un valore
intorno a 14-15, abbiamo un valore dell’indice che oscilla tra 1250 e 1350 punti.
In altri termini, c’è ancora spazio di apprezzamento per l’indice di un 10-20%
abbondante. La mia idea è di continuare a considerare i ribassi che sicuramente
ci saranno (magari anche a breve, visto che sono diverse giornate che saliamo
continuamente) come naturali correzioni, buone occasioni per incrementare le
posizioni.
Non seguite ciecamente i “guru” - Parte Terza
Negli ultimi due post ho scritto di due “esperti” i cui risultati
storici lasciano molto a desiderare. La conclusione è stata
che l’investitore intelligente non dovrebbe seguire i “guru”,
ma avere una propria solida strategia di investimento
che prescinda dalle analisi indovinate o meno.
Tuttavia, come in tutti i campi, c’è sempre un’eccezione ed
oggi ve la voglio presentare. Un “guru” che, se seguito, avrebbe
portato ad ottimi risultati.
Si tratta di Jeremy Grantham, Chief Investment Officier della
società di asset management GMO di cui è co-fondatore.
Diverse analisi sul suo “track record” rivelano che chi lo avesse
seguito dall’85 ad oggi avrebbe moltiplicato il proprio capitale per 13.
La sua analisi è generalmente di lungo termine, concentrandosi sui cicli più
importanti. 10 anni fa, al top della bolla azionaria (e tecnologica in particolare),
Grantham scrisse che le blue chip USA e le società tecnologiche sarebbero
state le “worst performer” della decade successiva. Addirittura, Grantham
predisse che l’indice S&P500 sarebbe sceso dell’1,8% medio annuo per
i successivi 10 anni. La performance effettiva non è stata per nulla lontana
da questa percentuale.
Nello stesso periodo, mentre diceva di uscire dall’azionario (o shortarlo),
contestualmente raccomandava di acquistare i REITs (Real Estate Investment
Trusts americani, cioè trust che investono in complessi immobiliari come
centri commerciali, residenziali, centri direzionali, ecc… e li affittano, distribuendo
poi per statuto gran parte dei proventi come dividendi con diverse esenzioni
fiscali). Chi avesse seguito il suo consiglio, non solo si sarebbe salvato dalla lost
decade sull’azionario,ma tra il 1999 e il 2007 avrebbe cavalcato in pieno tutta la
bolla immobiliare realizzando, sull’indice dei REITs americani, il 244% circa.
Nel 2007, poi, chiamo l’inizio della bolla immobiliare, raccomandando di uscire
dai REITs.
Venendo ai giorni nostri, nei primi mesi del 2009 Grantham dichiarò che la lunga
discesa azionaria era ormai vicina alla fine e che il mercato era “cheap”. Nei
prossimi 7-10 anni, Grantham dice di attendersi un rendimento delle azioni
superiore e di molto rispetto a quello registrato nei precedenti 10-15 anni.
Ad oggi sembra avere avuto ragione.
In questo momento, Grantham ritiene che per i prossimi 7 anni i mercati emergenti
dovrebbero fare molto bene e scommette su di essi. Ma ancora di più, questo “guru”
scommette sulle grandi blue chip USA con business stabili e prevedibili, marchio
forte e piene di liquidità come Wal Mart, JNJ, Microsoft, Pfizer, Google,
Exxon ed altre di questo tipo.
Se Grantham confermerà i suoi passati successi, investimenti in queste società
o in ETF che detengono questi titoli (come gli ETF sul Dow Jones o sull’S&P500)
dovrebbero ripagar emolto bene nei prossimi anni.
Non seguite ciecamente i “guru” - Parte Seconda
Ieri ho scritto un post dove ho presentato la storia di uno dei “guru”
più seguiti a livello internazionale, Robert Pretcher e dei motivi per
cui ritengo che seguire le sue analisi rischi di essere controproducente.
Il suo track record, nonostante la fama, è tutt’altro che eccellente.
Nella conclusione del post, ho scritto comunque che c’è anche chi
ha fatto peggio.
Infatti, tra i diversi “guru”, la piazza d’onore spetta a mio avviso ad
Harry Dent.
Dent è un economista che mette al centro della sua analisi la spesa
del consumatore sulla base dei trend demografici e spartendo da
questo modello ritiene di essere in grado di anticipare cosa ci
attende sia sull’economia che sui mercati.
Dent uscì nel 1999 con il libro “The Roaring 2000s Investor“,
in cui prevedeva il Dow a 44.000 punti entro il 2008. Non solo,
ma a suo avviso il Nasdaq era l’indice da preferire e, in generale,
le aziende internet e tecnologiche avevano davanti grandi prospettive.
Oggi sappiamo che il Dow non ha mai sfiorato i 44.000. Dal ‘99, anzi,
abbiamo avuto due brutali Bear Market che hanno spinto le quotazioni
anche sotto quota 7.000 punti e nel migliore dei casi, comunque, l’indice
non ha mai superato quota 15.000 punti, cioè 1/3 di quanto preventivato
da Dent.
Non solo, ma il primo BearMarket iniziò proprio a pochi mesi di
distanza dall’uscita del libro e colpì più duramente proprio il Nasdaq.
Nel successivo Toro, quello del 2003-2007, le aziende tecnologiche
non furono certo le protagoniste, lasciando il ruolo di guida a bancari,
immobiliari, energetici e commodity.
Dent pronosticò anche un roseo futuro per l’Argentina, destinata ad
una crescita moderata ma buona fino al 2015 e poi ad un’accelerazione
dal 2015 al 2025. Non sappiamo cosa accadrà da qui al 2015 e meno
ancora da qui al 2025. Nel mentre, comunque, l’Argentina ha subito
un collasso valutario, quindi ogni investimento orientato a cavalcare la
previsione di Dent sarebbe già da tempo azzerato o quasi.
Comunque, c’è stato anche modo di rivedere le stime.
Dopo il primo brutale Orso, Dent ci riprovò, anche se la sua reputazione
era un po’ compromessa. Nel 2006, uscì con “The Next Great Bubble
Boom: How to Profit from the Greatest Boom in History: 2006-2010”
nel quale rivedeva il Dow da 44.000 a 40.000 punti. Purtroppo non bastò.
Salvo un rialzo del 300% da qui a 9 mesi, la sua previsione sarà ancora
totalmente sballata.
Visto che con i rialzi non gli è andata bene, più di recente Dent ha provato
con i ribassi. A gennaio 2009 è uscita l’ultima sua fatica, “The Great Depression
Ahead“, in cui Dent prevede una nuova Grande Depressione per gli anni futuri.
Poca sorpresa che tempo un paio di mesi il mercato ha messo a segno
uno dei più grandi rally della storia.
Naturalmente per l’ultimo libro è ancora presto per trarre conclusioni. Forse
questo è solo un Bear Market Rally e negli anni futuri avremo veramente una
Grande Depressione. Ma se lo storico di Dent si ripeterà, è probabile che
a marzo 2009 abbiamo fatto un minimo definitivo che al più potrà essere
ritestato, ma non forato in modo devastante.
Detto questo, non ho letto tutti i libri di Dent, ma quel poco che ho letto
è anche interessante da un punto di vista storico, sociologico e demografico.
Ma per piacere, lasciamo perdere i mercati…
Non seguite ciecamente i “guru” - Parte Prima
Il mondo dell’economia, della finanza e dei mercati è piena di guru
seguiti come veri e propri messia non solo e non tanto da cittadini o
investitori comuni, ma anche da stampa, mezzi di comunicazione, politici ed
operatori anche di alto livello di questo stesso mondo.
Negli ultimi due anni il guru per eccellenza è sicuramente Nouriel Roubini.
Roubini è stato sicuramente uno dei pochi, nel mondo degli economisti
“mainstream”, ad anticipare la crisi del 2008/2009.
In questo e nel prossimo post, presentero’ due “guru” che personalmente
ritengo molto deleteri per gli investitori che li seguono. Mi rendo conto che
questi post potrebbero non essere molto popolari, poiché molti ritengono
questi due soggetti molto validi ed interessanti, ma questo è il mio pensiero.
In un terzo post, poi, presentero’ invece uno di questi “guru” che ritengo
molto valido ed i cui risultati parlano per lui.
Andando per ordine, il primo “esperto” che voglio presentare è Robert Pretcher.
Tra la fine degli anni ‘70 e l’inizio degli ‘80, Pretcher prese alla grande i movimenti
di azioni e commodity ed iniziò a brillare la sua stella.
A metà anni ‘80 divenne ribassista ed anche questa volta un crash lo
indovino’ sul serio, quello dell’87. La sua stella era all’apice e la sua newsletter
contava circa 20.000 iscritti.
Dopo qualche mese, comunque, il trend cambiò rapidamente ed il crash
venne riassorbito. Chi non si affettò a cambiare posizione si fece molto male.
La stella di Pretcher si offuscò decisamente negli anni ‘90, quando chiamò
un nuovo ribasso, ma questa volta non fu fortunato come nel decennio
precedente, quando comunque un crash di breve durata ci fu.
Ribassista dal ‘95, sbattè contro il più grande Bull Market di tutti i tempi,
uno carico di euforia e di esuberanza.
Nel 1995 uscì con il libro: “On the crest of a Tidal Wave” dove anticipava il
Dow a 400. Purtroppo per lui, però, l’indice andò a 13.000. Alla fine, da quel
livello, il crash ci fu, verso il 2000, ma in ogni caso, all’apice dello sgonfiamento
della bolla tecnologica, le quotazioni erano un buon 20-30% sopra quelle del
1995.
Stavolta, a seguire Pretcher nello short si rischiava di giocarsi la casa (sebbene
vada detto che non per tutto il periodo fu ribassista).
Ci riprovo’ poi con le commodity. Nel 2006, verso la metà dell’anno, chiamò
il top per oro e petrolio. Allora il petrolio era a 70$. Sì, nel 2008 finalmente
scese fino 40-45$, ma nel mentre arrivò anche a 150$ e non so in
quanti siano riusciti a restare tranquillamente short contro un trend
al rialzo così robusto per due anni.
A questo punto, il conto di molti investitori dovrebbe essere prosciugato.
Ed è un peccato, perché nel 2008 e 2009 Pretcher ci ha preso. Prima ha
indovinato il top a fine 2007 e quindi li ha fatti chiudere proprio verso
marzo 2009.
Solo che i fedeli di lungo corso probabilmente non avrebbero più avuto
molti capitali per queste scommesse.
Il servizio Hulbert Financial Digest, che negli USA effettua il monitoraggio di
centinaia di investment newsletter, ha registrato che il servizio di Pretcher ha
reso con il suo Trading Portfolio circa il -20% annuo composto dal 1985.
Nello stesso periodo un semplice buy and hold avrebbe reso un +12%
annuo composto.
Con altri portafogli della sua newsletter fece un po’ meglio, ma generalmente
si comportò peggio di un Buy and Hold.
In ogni caso, almeno di tanto in tanto Pretcher ha indovinato qualcosa.
Il che non è poco, considerando che. forse, c’è forse chi ha fatto anche
peggio, ma lo vedremo nel prossimo post.
