Mercati Emergenti
Cinque trend di lungo termine che sono molto interessanti
Nel lungo termine, investire seguendo un trend di durata pluriennale
spesso paga molto bene.
Naturalmente, per farlo sono importanti due cose: individuare i giusti
trend ed evitare di non pagare eccessivamente l’investimento all’inizio.
Sul secondo aspetto, abbiamo scritto diverse volte ed altre volte scriveremo.
Oggi, però, vorrei provare ad individuare cinque macro-trend che potrebbero
pagare bene in futuro.
1 – Scarsità di materie prime.
Dal peak oil ad altri picchi. Molti avranno sentito parlare del “peak-oil”,
cioè del raggiungimento del picco massimo di produzione nel
settore petrolifero.
Il peak oil non significa che non c’è più petrolio. Solo che la produzione
ha raggiunto il livello massimo e quindi sono necessari aumenti di prezzo e
ricerche di pozzi meno accessibili.
Dal punto di vista della scarsità, poi, c’è sicuramente il problema dell’acqua.
Circa il 20% della popolazione mondiale non ha accesso ad acqua potabile
ed in uno dei paesi che sta crescendo maggiormente, la Cina, il 75% dell’acqua
potabile è a rischio inquinamento. In questo settore, le società che si occupano
di filtri antiinquinamento per l’acqua e di desalinizzazione dovrebbero avere
un buon mercato davanti.
2 – Agricoltura
Anche il problema agricolo e del cibo è uno di quelli con cui il mondo del
futuro dovrà confrontarsi. In particolare, non si tratta solo di abbondanza di cibo,
ma anche di varietà. Man mano che i paesi emergenti diventano più ricchi,
vogliono una dieta più simile a quella occidentale composta maggiormente di
proteine.
La necessità di aree dedicate all’allevamento, i vegetali necessari a sfamare
questi animali e la generale riduzione delle superfici agricole metterà sicuramente
sotto pressione la produttività agricola. Di conseguenza, chi si occupa di fertilizzanti,
equipaggiamenti per l’agricoltura e relativi servizi dovrebbe essere ben posizionato
per i prossimi decenni.
3 – Globalizzazione ed infrastrutture
Non è mistero che uno dei punti di vantaggio in passato e ancora oggi dell’occidente
verso i paesi emergenti è la dotazione infrastrutturale. Ferrovie, strade, autostrade,
ponti, reti fognarie ed idriche, infrastrutture per la trasmissione elettrica, ponti, ecc…
hanno contribuito moltissimo ad aumentare la produttività e ridurre i tempi
di comunicazione. Ora, anche i paesi emergenti, man mano che vanno avanti nella
loro crescita, avranno bisogno di incrementare la loro dotazione infrastrutturale.
Anche in questo caso, le imprese che soddisferanno questo bisogno hanno davanti
un trend molto interessante.
4 – La generazione dei baby-boomer
Se quelli visti nei primi tre punti sono trend che interesseranno sopratutto i paesi
emergenti (anche se non esclusivamente loro), ne abbiamo altri che sono vicini
a noi. Il primo è il comportamento dei baby-boomer. E’ risaputo che l’occidente
sperimentò un forte aumento di natalità nell’immediato dopoguerra e nei decenni
successivi.
I nati in quei decenni sono oggi la quota maggiore della popolazione (visti anche
i successivi cali di natalità) e, soprattutto, coloro che detengono la maggior parte
della ricchezza. Capire il loro comportamento sarà quindi importante per
comprendere quali saranno le imprese meglio posizionate per servirle.
Sebbene non sia facile individuare il loro comportamento, una cosa è abbastanza
certa: spenderanno in salute e “healthcare” più di ogni altra generazione precedente.
In questo campo, le prospettive possono quindi essere interessanti.
5 – Mobile Device
In occidente (ma in generale anche presso le classi abbienti dei paesi emergenti),
le apparecchiature mobili (smartphone) sono sempre di più le apparecchiature
ordinarie di cui molti non possono più fare a meno.
Anche qui, le aziende del settore come Apple, Nokia ma anche altri player
dovrebbero avere nei prossimi anni un mercato in espansione.
All’interno di questi cinque trend si possono quindi selezionare singoli titoli
o ETF che possono dare buone soddisfazioni per il futuro. Come detto in
apertura, bisogna fare attenzione a non pagare troppo l’investimento ed
evitare, quindi, di acquistare titoli o settori quando sono in bolla.
Tuttavia, il “Bear Market” del 2008 ha ripulito molti eccessi e quindi
ci sono sicuramente buone opportunità di investimento su questi cinque
macro-trend.
Sui mercati, spesso essere pigri paga
Ci sono diversi analisti, operatori, gestori di fondi fino ad arrivare
a trader privati ed investitori retail che cercano continuamente di
prevedere cosa faranno i mercati. Se saliranno, se scenderanno, se hanno
raggiunto un top o un bottom, se il trend è al rialzo o al ribasso.
La maggior parte di questi operatori, compresi i “grandi” e dotati
di notevoli mezzi tecnologici ed informativi, non traggono grande profitto
da tutto ciò. Basta considerare che i grandi gestori di fondi, mediamente, non
riescono a battere il benchmark.
Pertanto, statistiche alla mano, è preferibile essere “pigri” e non perdere
molto tempo dietro a tutto questo. Si compra un portafoglio ben diversificato
(quindi un ETF su indici importanti) e lo si tiene per sempre. Nel
lungo termine, l’inflazione da un lato e la crescita degli utili dall’altro
spingeranno i valori nominali dell’indice verso l’alto.
Questa è la tipica strategia Buy and Hold che, in diversi periodi del passato,
ha prodotto eccellenti risultati battendo diversi sistemi di market timing.
Tuttavia, questa strategia ha un “contro”. Mentre è vero che nel lunghissimo
termine (non solo 10 anni, ma 20-30 e più anni) le azioni tendono a salire e
a far meglio di tutti gli altri investimenti, nel breve le oscillazioni
sono notevoli e gli esempi sono a noi molto vicini. Basta ricordare il 2008,
oppure il triennio 2000-2002.
In questi frangenti, non tutti riescono a guardare in modo impassibile il proprio
capitale perdere il 20-30% o anche più senza battere ciglio.
In altri termini, la volatilità del Buy and Hold puo’ essere notevole.
A mio avviso, esiste un altro modo di essere “pigri”. Un modo molto più
intelligente e che permettere di fare meglio del Buy and Hold riducendo anche
la volatilità.
Si tratta della strategia che sta dietro al nostro “Lazy Portfolio”, uno
dei portafogli presenti nel nostro servizio premium
Trend e Strategie di Investimento.
La strategia è molto semplice e si basa su asset allocation + ribilanciamento
annuale.
Poiché è dimostrato che i rendimenti di un portafoglio dipendono in primo
luogo dall’asset allocation, la prima cosa da fare nell’implementare la nostra
strategia è definire tale allocazione.
Il Lazy Portfolio destina il 60% del proprio capitale alle azioni. Si tratta
della classe di investimento che nel lungo termine rende di più, quindi è giusto
che abbia la porzione principale, altrimenti i rendimenti non
sarebbero soddisfacenti.
Poiché non è possibile sapere in anticipo quali azioni fanno meglio, il Lazy Portfolio
tenta di detenerne tutte le classi. Abbiamo quindi azioni europee ed americane,
giapponsi e dei mercati emergenti, large cap e small cap.
Come abbiamo detto, però, le azioni sono volatili e quindi il Lazy Portfolio
cerca di smorzare un po’ la volatilità detenendo, per il restante 40%, asset non
troppo correlati con l’azionario.
Pertanto, troviamo anche un 30% di obbligazioni (divise 1/3 in titoli di stato
a breve, 1/3 bond dei mercati emergenti, 1/3 bond inflation linked), un 5%
di azioni su real estate e un 5% di metalli preziosi (oro).
Non sempre questi asset si mostrano totalmente scorrelati (ad esempio, nel
2008 azioni, bond emergenti e real estate hanno avuto un andamento
simile), ma molto spesso questo accade.
Definita l’asset allocation, il pilastro principale ed irrinunciabile è il ribilanciamento
annuale. Non potendo sapere con esattezza quando le varie classi di investimento
raggiungono il loro top o il loro bottom, ad un intervallo regolare si prende il
portafoglio, si guarda la percentuale di presenza di ogni investimento e, se si è
modificata rispetto a quella originaria, la si riporta a tale livello.
Nel servizio premium, ho inserito il Lazy Portfolio a partire dall’8 settembre 2008.
Al 31/12/2009, la performance era del +3,45%. Nello stesso periodo, un ETF
sull’indice europeo (strategia Buy and Hold) aveva fatto -2,56%). Ben 6 punti di
differenza.
Nel 2009, essere “pigri” ha pagato bene. E credo che continuerà a pagare molto
bene.
Il Lazy Portfolio non batterà il mercato tutti gli anni, ma diverse statistiche americane
rilevano che lo battono nel lungo termine e, soprattutto, fa comunque molto bene
con minore volatilità.
Il caso Dubai puo’ essere un pericolo per i nostri portafogli?
Più o meno sette giorni fa, si è diffusa la notizia
della difficoltà da parte della rete di società
statali del Dubai di fronteggiare i loro impegni
finanziari. In particolare, le difficoltà sono
della Dubai World, una holding company
dell’emirato che opera diversi business
nella regione (costruzioni, logistica, servizi
finanziari, risorse naturali).
La Dubai World ha ottenuto, negli anni scorsi,
finanziamenti per circa 34 miliardi di dollari su
un totale di 100 miliardi prestati complessivamente
alle società dell’emirato. Ed ora che la Dubai World
si trova in difficoltà, si teme che la cosa possa
riversarsi a cascata anche sulle altre società
dell’emirato.
Non solo, ma diversi analisti internazionali
ritengono che questo possa poi generare una reazione
a catena sui mercati. Alcuni analisti di Bank of
America ritengono addirittura che la reazione a
catena possa essere simile a quella dell’Argentina
nei primi anni 2000 o della Russia a fine anni ’90.
Per noi piccoli e medi investitori cosa puo’
significare questo? C’è veramente il rischio
di una reazione a catena?
Ovviamente, il futuro è ignoto, tuttavia non
credo che le dimensioni di questi impegni
finanziari siano tali, di per se, da mettere a
rischio i mercati finanziari dei paesi occidentali.
Dopo la notizia, gli indici europei la scorsa settimana
hanno reagito molto male (l’America era chiusa),
ma nel giro di qualche giorno hanno prontamente
recuperato i massimi.
In questo momento, gli indici azionari reagiscono
maggiormente a notizie di carattere economico.
Il livello di disoccupazione, le vendite al dettaglio
o la produzione industriale muovono gli indici
molto di più delle difficoltà di qualche emirato.
E 100 miliardi di dollari a livello complessivo
sono ben poca cosa rispetto ad altri tipi di
rischi che possono esplodere.
Gli elementi a mio avviso da tenere sotto
osservazione nei prossimi mesi o anni
che possono muovere gli indici molto di più
del Dubai sono questi:
1 – derivati: ancora oggi le banche e i fondi
hedge hanno in pancia volumi stratosferici
di derivati spesso fuori bilancio. Se dovesse
esplodere la bolla dei derivati, 100 miliardi
di dollari sembreranno bruscolini;
2 – finanziamenti su carte di credito: sappiamo
tutti che i mutui sono stati la miccia che ha generato
la crisi del 2008. I finanziamenti tramite carte
di credito possono essere, potenzialmente,
un’altra miccia;
3 – debiti sovrani: i principali governi occidentali
si sono impegnati in interventi e spese che aumenteranno
i deficit statali. Saranno sostenibili questi deficit?
Difficile dirlo, ma certamente un eventuale impennata
dei tassi rappresenta un rischio notevole. Anche in
questo caso, le cifre in ballo sono spaventose;
4 – ripresa economica: gli stimoli all’economia durante
la crisi sono stati enormi, quasi senza precedenti. Se
neanche così l’economia riprenderà a marciare, allora
saranno problemi.
Ricapitolando, il caso Dubai puo’ essere motivo per
una correzione sui mercati (abbastanza dovuta), ma
di per se non sarà, credo, sufficiente per invertire il
trend rialzista partito a marzo.
Ci sono, invece, altri rischi molto più rilevanti che
andranno monitorati maggiormente in futuro.
Questi possono creare molti più problemi rispetto
alle difficoltà di un lontano emirato.
Dei temi di investimento interessanti da qui a fine anno
Non è mai facile trovare un buon tema
di investimento in grado di sovraperformare
il mercato.
Sebbene il mercato sia ben lungi
dall’essere perfettamente efficiente come
ritengono i sostenitori della “Teoria
dell’efficienza del mercato”, non vi è
dubbio che esso presenta un elevato grado
di efficienza. Pertanto, anche quando si
trova un tema di investimento che
sembra molto promettente per un periodo
futuro, c’è sempre l’elevata probabilità che
i prezzi incorporino già queste aspettative.
Così, molto spesso, è bene concentrarsi
sull’Asset Allocation detenendo strumenti
finanziari poco costosi (come ad esempio
gli ETF) per replicare alcuni indici tra i più
importanti nelle diverse classi di investimento
(cioè indici azionari, obbligazionari, ecc…).
Detto questo e sottolineato il fatto che
la parte “core” di ogni portafoglio dovrebbe
essere dedicato all’indicizzazione, ci sono
comunque alcuni temi di investimento che
si presentano importanti da analizzare.
Questi temi possono rappresentare una
buona base per la parte del portafoglio
che si decide di investire in modo “attivo”,
oppure semplicemente per decidere se
aumentare o diminuire determinate classi
di investimento anche nell’ambito del
proprio portafoglio indicizzato.
Di seguito, alcuni temi che io ritengo abbastanza
interessanti da qui a fine anno.
1 – Discesa dell’obbligazionario di stato.
In questo 2009 l’obbligazionario statale non è stato
un grandissimo investimento sia in valore
assoluto, sia confrontato con l’azionario. Ma
soprattutto, non è stato un grande investimento
se confrontato con quanto ha fatto nel 2008,
quando ha messo a segno quasi una performance
a doppia cifra in particolare nelle scadenze
più lunghe.
A mio avviso, a fine 2008 i titoli di stato erano
piuttosto sopravvalutati e la scarsa performance
di questo 2009 non ha “eroso” questa sopravvalutazione,
anche perché non abbiamo certo assistito a dei
crolli, bensì solo a dei bassi rendimenti o piccole
perdite, a seconda delle scadenze.
I bilanci pubblici dei grandi paesi sviluppati,
siano essi gli USA o i grandi paesi europei, sono
stati messi sotto pressione dalla crisi e gli impegni
presi continueranno a metterli sotto pressione
negli anni a venire. Tassi bassi come in questo
momento, a mio avviso, non cono compatibili
con questo deterioramento delle finanze pubblico.
Di conseguenza, un investimento in titoli di stato a
lungo continuerà ad essere, a mio avviso, poco
remunerativo.
2 – Mercati emergenti e commodity.
Continuo a ritenere i mercati azionari dei paesi
emergenti preferibili a quelli dei paesi maturi.
E’ vero che questi mercati sono cresciuti
molto, ma è anche vero che essi avevano
perso molto nel precedente “Bear Market”.
Ed in definitiva, la condizione strutturale
delle aziende dei paesi emergenti è spesso
migliore di quella dei paesi maturi, con un
mercato di consumo in sviluppo, bassi
costi di produzione e governi non particolarmente
esosi dal punto di vista fiscale. I tassi di
profitto e la loro crescita rispecchiano questa
diversità strutturale.
Per cio che riguarda le commodity, esse hanno
subito una carneficina durante il Bear Market
del 2008. Se si pensa al petrolio, c’è ancora
un margine di crescita del 100% prima di
arrivare al picco del 2008. Certo, quello
era un livello probabilmente di “bolla”,
ma non dimentichiamo che nel mentre
le banche centrali hanno inflazionato al
massimo dal punto di vista monetario.
3 – Oro e Azioni aurifere
L’ultima parte del punto 2 ci introduce
a questa classe di investimento. Niente più
dell’oro risponde bene alle politiche
inflazioniste delle banche centrali. Ora l’oro
si sta avvicinando alla soglia psicologica dei
1.000$ ed ha provato a superarla nelle ultime
giornate. Se dovesse superare questa resistenza,
le potenzialità di apprezzamento sarebbero
notevoli e le azioni aurifere dovrebbero addirittura
amplificare il rialzo.
In ogni caso, mai il detto “non è tutt’oro cio’
che luccica” è stato appropriato. Non è la prima
volta negli ultimi due anni che l’oro approccia
questa resistenza di 1.000$ e tutte le volte è
stato respinto. Nell’ultima edizione di
Trend e Strategie di Investimento ho scritto che
dobbiamo seguire bene il movimento su questa zona,
perchè se dovesse essere respinto anche questa
volta, dovremo allora iniziare a prendere atto
che forse non ci sono ragioni fondamentali
perché il metallo quoti sopra 1.000$.
Questi tre temi sono a mio avviso piuttosto
importanti da seguire. Sottopesare l’azionario,
privilegiare sull’azionario i mercati emergenti,
tenere qualcosa legato alle commodity, all’oro
e alle azioni aurifere (ma monitorando bene
queste ultime due classi di investimento), si
dovrebbero ottenere buoni risultati.
Non tutti gli emergenti sono uguali (Parte 2)
Dopo aver visto la situazione attuale di
due dei quattro paesi BRIC, cioè India
e Russia, vediamo oggi la situazione di
Brasile e Cina.
Tra i quattro paesi del BRIC, ritengo
Brasile e Cina i due paesi più promettenti
per le ragioni che ora andremo a vedre.
Brasile: una buona crescita.
Il Brasile è stato una storia di successo in
questo decennio. La crescita è stata intorno
a 5% medio negli anni scorsi e si attesterà
intorno all’1,6% nel 2009. Livelli più bassi
di quelli visti per l’India (ma migliori di quelli
della Russia).
Le commodity hanno sicuramente sostenuto
la crescita brasiliana gli anni scorsi, ma al contrario
della Russia il paese ha retto anche alla crisi del
2008 e alla caduta dei prezzi delle risorse naturali.
In particolare, la banca centrale brasiliana ha
tenuto i tassi piuttosto alti negli anni scorsi e quando
è arrivata la crisi essa ha potuto abbassare ampiamente
i tassi così da far tenere la domanda interna.
Le basi dell’economia brasiliana sembrano buone
e in un portafoglio growth-oriented un investimento
sul Brasile non dovrebbe mancare.
Cina: il motore dell’economia mondiale.
La Cina è stato il vero successo degli ultimi anni
ed è candidata sicuramente ad essere uno dei principali
protagonisti del futuro, raggiungendo un’importanza
vicina a quella degli USA e dell’Europa.
Nel 2009 la crescita è stimata intorno al 6%. Le riserve
accumulate sono enormi e quindi i margini di
manovra del governo cinese per stimolare l’economia
in caso di crisi sono enormi. Non a caso, i piani
approvati nell’ultimo anno sono stati notevoli.
Ricapitolando, tra i paesi del BRIC il vero vincitore,
per ora, è la Cina, che dovrebbe essere presente nei
portafogli orientati alla crescita. Anche il Brasile è una
realtà, sebbene i successi non siano per ora paragonabili
a quelli cinesi. L’India merita di essere tenuta sotto
osservazione, poiché le potenzialità sono notevoli ma ci
sono anche molte incognite. Infine, la Russia è stata per
ora una delusione; buona per cavalcare i rialzi delle
commodity, ma niente di più.
Questo non significa che per un profitto di breve
termine un investimento sulla Russia non sia
buono. In questo rimbalzo delle Borse, che per
i mercati emergenti è iniziato a novembre 2008
mentre per i mercati maturi a marzo 2009, la
Russia è stato uno dei mercati che ha fatto
meglio, facendo oltre il 100% e battendo
anche la Cina.
Tuttavia, in un portafoglio di lungo periodo
senza troppe modifiche ed interventi, la
Cina è a mio avviso (e per ora) la prima
scelta ed il Brasile la seconda.
Non tutti gli emergenti sono uguali (Parte 1)
E la cosa è abbastanza ovvia. Così
come non tutti i paesi sviluppati presentano
i medesimi tassi di crescita, di situazione
delle finanze pubbliche, di prospettive
di lungo termine, così anche i mercati
emergenti si presentano diversi al loro
interno.
Fatto è che questi mercati sono sempre
più importanti e sebbene le capitalizzazioni
non sono ancora a livello delle Borse
dei paesi maturi (su tutte quella americana),
una cosa è certa: durante le fasi di
rialzo è qui che si fanno i profitti maggiori.
Una testimonianza dell’importanza sempre
maggiore di questi mercati l’abbiamo avuta
anche recentemente. I mercati maturi hanno
toccato un primo minimo a novembre 2008
e poi hanno aggiornato questo minimo a
marzo 2009, scendendo sotto i livelli del
2008. Nello stesso periodo, comunque, i
mercati emergenti non hanno confermato
e dopo aver toccato i minimi tra ottobre
e novembre 2008, a marzo 2009 erano
sopra quei minimi.
Uno si aspetterebbe che siano i mercati
maturi a guidare, invece sappiamo tutti
come è andata. dopo i minimi di marzo
è iniziato ovunque un grande rally. Da
questo punto di vista, è stato il movimento
dei mercati emergenti, che hanno rifiutato
di confermare i maturi verso il basso, ad
anticipare poi il successivo rally globale.
Come detto, comunque, non tutti gli emergenti
sono uguali. In questa ed in una successiva edizione,
passeremo in rassegna i quattro emergenti
principali, i così detti paesi BRIC (Brasile,
Russia, India e Cina).
Iniziamo oggi con i paesi che personalmente
ritengo meno promettenti, per poi vedere
in una prossima edizione gli altri due più
promettenti.
Russia: paese promettente, ma rimasto tale.
La Russia, dopo aver sfiorato la bancarotta sul finire
degli anni ’90, ha invertito la marcia e all’inizio del nuovo
millennio era sicuramente una promessa. Purtroppo,
ad oggi essa rimane tale e più passa il tempo più c’è il
rischio che la promessa venga delusa.
La Russia ha sicuramente fatto dei passi avanti, in
particolare nel ridurre il suo debito estero e nel divenire
un creditore netto, tuttavia ciò è dovuto solo ed
esclusivamente alle immense risorse naturali di cui dispone.
Quando le materie prime si sono mosse bene, la
Russia ha fatto altrettanto. Ma non appena i prezzi delle
risorse naturali si sono contratti, la Russia è andata in notevole
difficoltà.
Secondo il FMI, il PIL nel 2009 scenderà del 6,50% e non
tornerà a crescere nemmeno nel 2010.
Ancora, nel lungo termine, la Russia affronta anche un declino
della popolazione, il che non è affatto positivo.
Per ora, la Russia non è certo una storia di “crescita”. Essa
rimane un modo per “cavalcare” un rialzo dei
prezzi del petrolio e delle altre materie prime, ma
niente di più.
India: il problema della classe politica e della burocrazia.
L’India è stata sicuramente una storia interessante nel corso degli
ultimi anni, in particolare come centro di delocalizzazione dei
servizi del mondo anglosassone. Essa è ben presente nell’industria
del software e dell’informatica in genere, cioè di settori ad alto
valore aggiunto e dalle notevoli prospettive.
Detto questo, la crescita indiana sta mostrando segni di rallentamento.
Per il 2009, le stime sono vicine al 5%. In particolare, la classe
politica sembra piuttosto immobile e negli ultimi anni le riforme si
sono fermate.
Senza riforme e una burocrazia più snella, difficilmente la crescita
potrà tornare a salire e con una crescita del 3,4 o anche 5%,
difficilmente il paese riuscirà a portare in breve tempo molta gente
fuori dalla povertà.
L’India rimane un notevole punto di domanda, ma è comunque
un paese che va tenuto sotto osservazione.
Come investire in questo rally
Ci eravamo lasciati circa un paio di
settimane fa con un post in cui scrivevo
che le azioni, da un punto di vista
fondamentale, erano piuttosto economiche
e quindi un rally poteva essere nell’aria.
Dopo quel post, non c’è stato subito un rimbalzo.
Abbiamo vissuto, anzi, una settimana piuttosto
dura, dove i precedenti minimi sono stati addirittura
sfondati e sembrava un vero e proprio “Armageddon”.
Tuttavia, dopo quella settimana, è effettivamente
iniziato un bel rally, che per molti versi sembra
un rally sano che puo’ durare almeno qualche mese.
Le valutazioni tecniche e fondamentali contano.
Spesso si sente parlare di macroeconomia, di
dati economici che escono brutti, di possibile
recessione. Ma il mercato, come dico spesso,
è una “discounting machine” e quando i dati escono
spesso sono già incorporati nelle quotazioni.
Così, a volte più che osservare i dati macro è importante
guardare i fondamentali delle aziende e il linguaggio
dei mercati, cioè i prezzi che si formano.
Sui livelli minimi di un paio di settimane fa, l’indice
italiano aveva un “dividend yield” superiore al 7%
e livelli simili si registravano per i mercati europei.
I rapporti P/E erano (e restano) storicamente
bassissimi.
Se anche a seguito della recessione in corso
gli utili diminuissero notevolmente e i dividendi
venissero tagliati in modo sostanzioso, il risultato
sarebbe comunque un insieme di valutazioni non
troppo alte.
Dal punto di vista tecnico, poi, i mercati avevano raggiunto
un livello di distanza dalla media mobile di lungo periodo
(200 giorni o 40 settimane) estremamente alto e la cosa
in genere non dura mai troppo a lungo.
In altri termini, per la regola della probabilità, un rally era
semplicemente più probabile di un calo prolungato.
A mio avviso, se per paura si è rimasti fuori, non è troppo
tardi per salire a bordo di questo rialzi che per lo meno
dovrebbe durare fino alla fine dell’anno.
Da un punto di vista selettivo, a mio avviso gli investimenti
migliori ora sono i paesi che hanno corretto di più nel
corso dell’anno, cioè investimenti sui paesi emergenti. Quindi,
un altro investimento che a me piace moltissimo sono i titoli
che pagano alti dividendi. Oggi, nel solo indice italiano, ci
sono business che sono quantomeno stabili se non in
crescita e rendono, con il solo dividendo, oltre il 7-8%.
Due di essi sono entrati nel portafoglio generale del nostro
servizio premium Trend e Strategie di Investimento. Vedremo
più avanti se ci saranno altri titoli di questo tipo interessanti.