La tranquillita’ di poter dire: “Non lo so e non mi importa”.
Con la crisi europea che persiste e i mercati internazionali
che ormai iniziano a subire l’effetto “contagio” (nell’ultimo
mese sia Wall Street, sia i mercati emergenti, hanno
corretto notevolmente dai massimi), gli investitori si pongono
ovviamente molte domande.
Siamo alla fine del Bull Market? E’ iniziato un nuovo “Orso”?
E’ solo una correzione? Cosa accadra’ all’euro? All’economia
europea? A quella mondiale?
Ogni evento che tocca questi aspetti puo’ modificare notevolmente
la performance dei mercati e quindi degli investimenti di ognuno.
In questo clima di incertezza, come scegliere su cosa investire
e quando investire?
Jason Zweig, un importante giornalista finanziario che ha
scritto per diverse importanti testate come TIME Magazine e
MONEY, usa spesso due frasi che ci aiutano a risolvere
il dilemma: “I don’t know, I don’t care”. Non lo so e non mi
importa”.
Jason Zweig e’ un forte sostenitore dell’indicizzazione, cioe’
dell’uso di fondi indice o ETF. Secondo Zweig, comprando
interi indici rappresentativi di interi mercati, si risolve il problema
della “sfera di cristallo”. Si sa che si otterra’ la performance
dell’intero mercato. Non di piu’, non di meno.
A mio avviso, questa strategia puo’ essere ulteriormente
raffinata, migliorando i rendimenti, riducendo il rischio
e continuando a poter dire: “Non lo so e non mi importa”.
Questo e’ quanto facciamo all’interno del servizio premium
Trend e Strategie di Investimento con uno dei nostri portafogli,
il Lazy Portfolio.
Il Lazy portfolio è un portafoglio automatico. Niente previsioni,
niente analisi macroeconomiche. Il portafoglio ha una propria
asset allocation e la mantiene a prescindere da ciò che succede.
Ogni anno, il portafoglio viene ribilanciato. Se un asset cresce
mentre un altro scende, si vende un po’ del primo e si compra
un po’ del secondo, in modo da riportare le percentuali al
livello originario.
Le varie classi di investimento sono detenute tramimite l’uso
di ETF che replicano interi indici e la diversificazione tra
asset class permette, come detto, di ridurre il rischio, migliorare
i rendimenti e dire “Non lo so e non mi importa”.
Il Lazy Portfolio non guadagnera’ tutti gli anni. Anche lui
avra’ le sue annati di perdite sostanziose. Non battera’ sempre
il mercato. Ma e’ una strategia basata su rigorose ricerche
accademiche e testato nella realta’ che, indipendentemente
da cigni neri, crisi e mercati “Orso” ha, nel lungo termine,
altissime probabilità di performare meglio della media di
mercato e, soprattutto, di performare bene in assoluto.
Da inizio anno, il Lazy Portfolio e’ in rialzo del 4,19%, mentre
il benchmark, rappresentato dall’indice europeo DJ Eurostoxx50,
è in ribasso del 16%.
Cosa aspettarsi dopo il piano europeo
Nell’ultimo week-end, i ministri delle finanze dei paesi europei si
sono riuniti per fronteggiare la crisi che sta interessando l’Europa e
la sua valuta, l’euro.
Dall’incontro, terminato domenica in tarda notte, è uscito un piano
dalle dimensioni rilevanti. Circa 500 miliardi di euro che i paesi potrebbero
stanziare qualora ci fossero nuovi “attacchi speculativi” come quelli visti
contro la Grecia, altri 220 miliardi potenzialmente stanziabili dal FMI
e, infine, l’impegno della BCE di acquistare titoli di stato sul mercato
qualora ce ne fosse bisogno.
Dopo questo piano, salutato con euforia dalle Borse che lunedì hanno
tutte registrato rialzi record, cosa aspettarsi? Cosa è cambiato?
In primis, diciamo che come sempre è difficile prevedere il futuro ed
è difficile capire se quanto successo le scorse settimane fosse un eccesso
dei mercati e/o quanto, invece, sia veramente debole l’Europa.
Una cosa è certa, l’area ha molti problemi strutturali. La competitività è in
diminuzione, la crescita sempre molto lenta, molti debiti pubblici sono un peso
insostenibile per diversi paesi.
Il piano elaborato nell’ultimo week-end puo rappresentare una temporanea
assicurazione per i mercati, ma non va certo a risolvere questi problemi
strutturali.
L’intervento eventuale della BCE sul mercato, poi, potrebbe generare
distorsioni nel corretto prezzamento dei titoli dei singoli paesi sul mercato
e potrebbe alimentare l’inflazione, oltre che mantenere l’euro ancora debole.
Senza considerare che non sono convinto che i paesi dell’euro abbiano
veramente questa “potenza di fuoco” (500 miliardi di euro) da mettere
in campo.
Abbiamo visto le acque calmarsi e questo era sicuramente importante, ma
la crisi europea è tutt’altro che superata.
Come difendersi.
Come puo’ difendersi un investitore?
Ne ho già parlato negli ultimi post.
Uno dei modi migliori è di essere ben diversificati a livello internazionale.
I ribassi delle Borse hanno incrinato il trend rialzista dei mercati azionari
europei, ma non quello di Wall Street e di diversi mercati emergenti.
A livello internazionale credo che il Bull Market ciclico non sia ancora
terminato, quindi una buona esposizione su Nord America, Asia e mercati
emergenti dovrebbe continuare a pagare bene.
Inoltre, una certa diversificazione valutaria puo’ aiutare a difendersi dalla
debolezza dell’euro. Come scritto nell’ultimo post, il dollaro nel lungo
termine ha mille problemi, ma nell’immediato sembra un buon rifugio
per gli investitori internazionali.
Infine, oro ed azioni aurifere dovrebbero dare un’ottima protezione. In euro,
il metallo giallo sta aggiornando continuamente i suoi massimi.
Come sempre, le crisi spaventano, ma sono spesso anche fonte di buone
opportunità.
Nel marasma degli ultimi giorni, ecco un “porto sicuro”
Dopo mesi di calma sui mercati, in questi giorni sta
tornando altissima la volatilità.
Le Borse europee sono in forte discesa nelle ultime
giornate (ma già gli scricchiolii c’erano dalle scorse settimane),
con l’Italia e la Spagna che stanno pesantemente sottoperformando
il DAX tedesco. Ma anche i titoli di stato sono sotto pressione.
I titoli della Grecia, del Portogallo, della Spagna e dell’Italia sono
in forte discesa e i rendimenti in salita.
Le Borse americane tengono un po’ di più e per noi europei, se
fossimo investiti in titoli USA, andrebbe ancora meglio perchè il
forte apprezzamento del dollaro ridurrebbe l’entità della discesa.
In questa situazione, molti si chiedono dove investire.
Beh, abbiamo gia’ anticipato che i mercati USA e, in generale,
con valuta locale legata al dollaro o comunque in apprezzamento
sull’euro (questo comprende molti paesi emergenti) sono preferibili
rispetto a quelli europei. E, per chi vuole investire in Europa, investimenti
sul DAX sono da preferire rispetto ai mercati dei paesi piu’ sotto
pressione.
Sul reddito fisso, anche qui se si vuole rimanere in area euro occorre
andare sui titoli tedeschi. Rendono poco, ma in questi giorni sono
stati molto stabili.
C’è comunque un investimento che, in questo marasma generale,
si sta rivelando ancora una volta un “Safe Heaven”. Ovviamente,
si tratta dell’oro.
Nel 2008, mentre tutto scendeva, l’oro fu uno dei pochi investimenti
a chiudere l’anno in positivo (e una volta convertito in euro andò
ancora meglio).
Anche questa volta, l’oro sta tenendo molto bene. Nonostante il rafforzamento
del dollaro, la quotazione del metallo giallo sta tenendo benissimo. E denominato
in euro, l’oro sta aggiornando continuamente i suoi massimi.
Molti continuano a non spiegarsi e a non capire gli investimenti sull’oro. L’oro
non paga dividendi, non presenta trimestrali, non aumenta i suoi “earning”.
L’oro sta lì, è un metallo di scarso uso industriale. E tuttavia, dalla notte dei
tempi, è ritenuto elemento ideale per preservare valore.
E anche questa situazione lo sta mostrando. Per un investitore europeo, nelle
ultime settimane non c’è stato nulla di meglio che detenere oro. Ritengo che
la cosa sia destinata a continuare.
Il leader del commercio elettronico
Nell’ultimo post ho scritto dell’anniversario della Bolla Tecnologica,
con il Nasdaq che dieci anni fa raggiungeva i suoi massimi storici
prima di implodere. Dieci anni dopo, i livelli di questo indice sono
enormemente inferiori rispetto ad allora.
Ho anche scritto, pero’, che i titoli che lo compongono, in questi
dieci anni, non si sono tutti ridimensionati, ne sono tutti falliti.
Al contrario, alcuni di essi sono diventati (o si sono confermati)
leader del loro settore e producono ogni anni utili e flussi di
cassa che fanno invidia a molte società di altri settori.
Uno di questi è sicuramente Amazon, che all’interno del nostro
servizio premium Trend e Strategie di Investimento è stato inserito
in portafoglio a fine giugno 2009 e da allora ha guadagnato il 70%.
Non solo, ma questo +70% è il rendimento in dollari. Per noi
investitori europei che determiniamo il valore dei nostri investimenti
in euro, il progresso nella valuta europea è ancora maggiore e
raggiunge il +78%.
Amazon è il leader mondiale del commercio elettronico e tramite il
suo sito vende di tutto. Molti pensano ad Amazon come “retailer”
di libri, perché questo è il prodotto con cui ha iniziato ormai più
di un decennio fa, ma oggi questo colosso vende anche videogames,
DVD, musica, articoli sportivi, computer ed elettronica, prodotti per
giardinaggio, abbigliamento, gioielli e molte altre cose.
Amazon ha poi puntato molto sull’editoria digitale, con il suo reader
Kindle che ha avuto molto successo. Con questo reader, è possibile
acquistare le versioni elettroniche dei libri, risparmiando così i costi
di trasporto, oltre che poter archiviare biblioteche di migliaia di libri
senza occupare i relativi spazi fisici.
In questo momento (ma anche al tempo in cui l’avevamo inserita in
portafoglio), i multipli della società non identificano proprio una situazione
di sottovalutazione. Il titolo quota 66 volte gli utili. Ma si tratta di multipli
innanzitutto più bassi rispetto a quelli di 10 anni fa e poi la società è una
vera “growth stock” con un vantaggio competitivo notevole.
I numeri parlano da soli. Negli ultimi cinque anni, l’EPS è cresciuto del
34% l’anno. La società ha un buon ROE (22%) ed ogni anno gran parte
dei suoi utili si trasformano in “free cash flow”, dato che la società deve
investire annualmente un capitale veramente minimo per mantenere le sue
“operations” o espanderle, dato che non sono richiesti investimenti in
impianti, macchinari, scaffalature o superfici fisiche. Il vantaggio rispetto
ai retailers tradizionali è evidente. Mentre questi per servire nuovi clienti
o aggiungere nuovi articoli devono fare investimenti fisici, Amazon per
fare tutto questodeve al massimo potenziare un po’ la sua infrastruttura
tecnologica per sostenere l’eventuale maggior traffico. A mio avviso,
Amazon è destinata a diventare un colosso tra tutti i retailers. Non solo
tra quelli on-line (dove è già leader), ma anche tra i tradizionali.
I numeri non solo sono molto buoni, ma sembrano destinati a migliorare
ulteriormente. Le stime per il 2011 parlano di un EPS di circa 3,80$ per azione.
Ai prezzi attuali, vorrebbe dire un P/E più sostenibile, pari a 35.
Continuo ad avere molta fiducia in Amazon, visto che i mesi scorsi ci ha
ben ripagato. Naturalmente molti si chiedono se dopo questa lunga cavalcata
puo’ essere ancora un buon investimento. Certo le potenzialità non sono
quelle di 10-12 mesi fa quando il titolo, come tutti, era reduce dal grande
“Bear Market” del 2008 e quotava quindi prezzi e multipli più economici rispetto
ad oggi. Tuttavia, piazzando ed eventualmente rispettando un’ampia stop-loss
per proteggersi da eventuali e repentine discese, credo che il titolo possa
ancora ripagare bene.
L’anniversario della Grande Bolla
Due settimane fa è stato il decimo anniversario di una delle più
grandi bolle della storia. Anzi, sicuramente la più grande.
In un periodo, quello attuale, dove si parla di crisi, recessione, addirittura
depressione, crash dei mercati, ecc…, questa bolla sembra lontana non
dieci anni, ma secoli da noi.
Eppure, “solo” dieci anni fa, il Nasdaq toccava quota 5000 punti.
Per rendere l’idea di quanto sia implosa la bolla, si consideri che ai
minimi di marzo 2009, il Nasdaq quotava 1300 punti.
Dieci anni fa, sicuramente, si raggiunsero degli eccessi. Tuttavia, non
va dimenticato che al tempo questa bolla aveva le sue giustificazioni.
Sul finire degli anni ‘90, l’economia era molto robusta, la disoccupazione ai
minimi, la crescita era elevata e continua, eventuali crisi momentanee
e locali (come la crisi finanziaria asiatica del ‘98) erano brillantemente
superate, c’era grande fiducia in Greenspan come supervisore del
sistema finanziario americano e, di conseguenza, internazionale.
Internet e la tecnologia aggiungevano euforia a questa situazione, portando
le quotazioni agli estremi.
All’apice della bolla, si era disposti a pagare qualsiasi prezzo per titoli appena
quotata, che non facevano ancora utili e, alcuni, avevano anche vendite irrisorie.
Il tempo, come sempre, ha riportato alla realtà. La bolla è implosa ed il
Nasdaq ha raggiunto livelli enormemente più bassi. Come detto, ai minimi
del 2009 arrivò anche a quota 1300 punti ed ora, anche dopo l’elevato rialzo
degli ultimi 12 mesi, siamo a quota 2400 punti, cioè sotto del 50% rispetto
ai picchi del 2000.
Ad un rialzo del 10% annuo composto (una buona progressione), ci vorrebbero
ancora 7 anni e mezzo per ritornare ai livelli di allora.
La cosa interessante, comunque, è che mentre il Nasdaq si è dimezzato,
le aziende che lo compongono hanno continuato nel loro lavoro, espandendosi,
crescendo, migliorando fatturato, utili e cash flow.
Aziende come Cisco, Oracle, Intel, Microsoft e tante altre, sono oggi più di allora
leader dei loro settori, alcune hanno posizioni di quasi monopolio ed ogni anno
producono montagne di cash flow, sono prive di debiti e piene di liquidità.
Allora c’era un eccesso verso l’alto. Oggi puo’ esserci un eccesso verso il basso.
A parere del sottoscritto, il Nasdaq nasconde oggi ottime opportunità e i titoli
tecnologici sono tra quelli con i migliori fondamentali.
In un prossimo post, vedremo proprio uno di questi titoli che è stato, nell’ultimo
anno, uno dei migliori “performer” all’interno del nostro servizio premium
Trend e Strategie di Investimento.
Considerazioni “contrarian” - Parte 2 - Perché il Giappone puo’ essere un’opportunità
Nel precedente post, ho scritto che, in ottica contraria, uno dei
migliori momenti per vendere un investimento è quando tutti ne
parlano, mentre uno dei migliori momenti per comprare è
quando nessuno consiglia di comprare un investimento.
Sinceramente, in questo momento non trovo un altro investimento
di cui si parli meno rispetto al Giappone.
Da un punto di vista fondamentale, la sottovalutazione è evidente,
con i titoli della Borsa che trattano mediamente ad 1.4 volte il book
value.
In termini di risultati, lo scorso anno l’indice giapponese Nikkei225
raggiunse il minimo, ad un livello inferiore al picco dell’89 dell’80%.
Ancora oggi, nonostante l’ottimo rally, l’indice giapponese è ancora
sotto del 70% rispetto al suo picco storico di fine anni ‘90.
Tre elementi interessanti sul Giappone:
1 – Il nuovo governo giapponese è intenzionato a ridurre la burocrazia,
favorire le piccole e medie imprese e rilanciare la crescita economica.
Anche negli anni ‘80, in America, il nuovo Bull Market fu favorito da una
nuova amministrazione, vedremo se sarà la stessa cosa per il Giappone.
2 – Gli investitori istituzionali hanno per lungo tempo ignorato il Giappone,
date anche le scarse performance. Generalmente i “Tori” partono con
pochi volumi e quindi, anche nel caso giapponese, potrebbe iniziare senza
la larga partecipazione degli istituzionali. Ma se si verificherà nei prossimi
mesi ed anni un’extra-performance rispetto agli altri mercati, gli istituzionali
arriveranno, fornendo ulteriore liquidità al mercato.
3 – I cittadini giapponesi da tempo sono fuori dal loro mercato domestico,
visti i migliori risultati ottenibili sui listini esteri e, tendenzialmente, sono carichi
di bond. Anche qui, se l’indice domestico dovesse ripartire, molti tornerebbero
ad investire in casa, fornendo ulteriori risorse al rialzo.
Negli ultimi tempi il Giappone ha iniziato a sovraperformare gli indici europei.
Ritengo il Giappone, in questo momento, uno dei migliori mercati da
monitorare e su cui iniziare ad investire. All’interno del nostro servizo
premium Trend e Strategie di Investimento abbiamo già iniziato da qualche
mese una posizione sul Giappone tramite un ETF e per il momento i risultati
sono piuttosto buoni.
Considerazioni “contrarian” - Parte 1 - Perché la Cina puo’ essere rischiosa come investimento
Uno dei migliori momenti per vendere un investimento è sicuramente
quando tutti ne parlano.
Quando questo accade, è probabile che tutti vogliano questo
investimento ed il prezzo tende quindi ad essere piuttosto alto.
Gli esempi del passato, ovviamente, sono innumerevoli: tecnologia nel
2000, real estate a metà anni 2000, petrolio a metà del 2008.
Ovviamente, il corollario di questo è che un investimento puo’ essere
comprato bene e a prezzi bassi quando nessuno ne parla.
Questa considerazione puo’ essere impiegata guardando a due aree
dell’azionario che si presentano, attualmente, abbastanza agli “antipodi”
come sentiment: da un lato la Cina, dall’altro il Giappone.
La Cina è da tutti considerata come la potenza del futuro, un paese
che cresce a ritmi elevatissimi che fanno invidia a tutto il mondo e che,
anche durante la crisi del 2008 e 2009, ha continuato a crescere discretamente.
La Cina sembra che difficilmente possa avere problemi con la sua economia
e, quindi, con il suo mercato borsistico. Il paese non solo cresce a ritmi impressionanti,
ma è anche un grandissimo esportatore ed è pieno di riserve di valuta estera,
soprattutto titoli USA, che potrebbe usare in caso di bisogno.
Tuttavia, questo non necessariamente elimina i rischi.
Michael Pettis, professore alla Columbia University ed ex-operatore di Wall Street,
ha individuato nella storia altri due paralleli con la situazione cinese che non sono
terminati affatto bene. Il primo furono gli USA degli anni ‘20, il secondo proprio
il Giappone negli anni ‘80.
In questi periodi, entrambi i paesi erano grandi esportatori, pieni di riserve in
valuta, con una economia ed un mercato azionario cresciuto enormemente nel
periodo precedente. Ed entrambe queste economie avevano un’altra cosa in comune
con la Cina attuale: la creazione di un volume spaventoso di credito nel periodo
precedente.
Questa espansione creditizia portò alla creazione di un eccesso di capacità
produttiva che in seguito non riuscì ad essere pienamente utilizzata. Il tutto terminò
con le “Lost Decade” in entrambi questi paesi (in Giappone si ebbe una caduta più
modesta ma più lunga).
Questo ovviamente non significa che la Cina seguirà lo stesso percorso. Tuttavia,
oggi c’è una notevole tendenza a non vedere rischi in Cina grazie alla robusta crescita
e alle notevoli riserve estere. La storia degli USA degli anni ‘20 e del Giappone negli
anni ‘80 mostra che questo non garantisce nulla.
Passando dall’economia al mercato azionario, vediamo in primis che c’è troppa
confidenza sulla Borsa cinese. In secondo luogo, anche un grande sostenitore della
Cina come Jim Rogers ha recentemente affermato che non sta più comprando azioni
cinesi (per l’esattezza, ha detto che non sta comprando da diversi mesi, ma comunque
non sta nemmeno vendendo).
Infine, consideriamo che negli ultimi mesi la Borsa cinese sembra avere meno forza
e sta sottoperformando altri mercati.
Potrebbero essere segnali di indebolimento? Difficile da dire. Fatto è che in questo
momento non esagererei nell’esposizione sulla Cina. Non dico nemmeno di eliminare
completamente i propri investimenti su questo paese, ma meglio operarvi tramite
qualche ETF diversificato che, insieme alla Cina, detenga anche altri paesi emergenti.
Ad esempio, all’interno del servizio premium Trend e Strategie di Investimento abbiamo
una posizione sull’ETF Ishares MSCI Emerging Markets che è sì esposto sulla Cina,
ma anche su Brasile, Russia, India ed altri paesi emergenti.
Per contro, da un punto di vista “contrarian”, il Giappone puo’ essere piuttosto
interessante. Vedremo il perché nel prossimo post.
