Economia globale

Vincere incertezza e volatilita’ con i metalli preziosi

Siamo reduci da alcune delle giornate piu’ volatili degli
ultimi anni. Anzi, forse di tutta la storia dei mercati.

L’Europa sta affrontando la sua piu’ grave crisi finanziaria,
laquale potrebbe mettere a rischio la stessa sopravvivenza
dell’euro, mentre gli USA per la prima volta hanno perso la
tripla A.

Anche se ora le acque si sono un po’ calmate (ed era ora!),
le fondamenta dell’attuale sistema finanziario sono tutt’altro
che solide e sono diverse (e giustificate) le preoccupazioni
per i prossimi mesi. L’autunno potrebbe essere molto movimentato.

In questa fase di incertezza, i chiari vincitori sono i metalli
preziosi, dato che storicamente questi investimenti sono visti
come “safe heaven” nei momenti difficili.

In particolare, l’oro ha ora fatto nuovi massimi ed ha rotto
importanti resistenze.

Il metallo giallo sta attirando l’attenzione di molti. Per la prima
volta nella sua storia ha superato il prezzo del platino, che pure
sta andando piuttosto bene.

In questo momento, ci sono persino diverse voci che rilanciano per
un nuovo gold standard, visto che molti si sono accorti che le “fiat
valute” sono troppo instabili e possono essere “prodotte”, quindi
inflazionate, con estrema facilita’.

L’oro, invece, essendo una riserva di valore “fisica”, non ha questo
problema. Molti governi e banche centrali di paesi piccoli e grandi
stanno aumentando l’importazione di oro per diversificare ulteriormente
le loro riserve.

Il portafoglio del nostro servizio premium Trend e Strategie di Investimento
e’ da sempre molto investito in oro e suggerisco a tutti di tenere una
buona allocazione su questo metallo anche per i prossimi mesi.

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Italia a rischio?

E’ indubbio che da qualche mese i mercati abbiano iniziato a “scommettere”
contro l’Italia. Lo spread tra il rendimento dei BTP e quello del Bund,
entrambi a 10 anni, ha raggiunto nelle scorse settimane livelli record
ben oltre i 300 punti base.

Un record storico e, per capirne la portata, si consideri che, durante i
periodi più difficili della crisi greca del 2010, tale spread fu pari a
circa 150 punti base.

Secondo il Financial Times, gli hedge funds stanno direttamente shortando
i titoli di debito italiano.

Infine, i CDS sul nostro paese sono, ugualmente, a livelli record.

E’ quindi chiaro che l’Italia è ormai a rischio.

L’Italia non è un paese come la Grecia o il Portogallo. L’Italia è un
“peso massimo”. Relativamente al debito, è il terzo peso massimo al mondo
dopo USA e Giappone ed il primo tra quelli che non possono fronteggiare
problematiche finanziarie tramite la stampa diretta della moneta necessaria,
eventualmente, ad assorbire i titoli non sottoscritti dal mercato.

Infatti, avendo adottato l’euro, il paese non ha quella che si chiama
“sovranità monetaria”.

L’Italia dovrà quindi affrontare questa crisi agendo esclusivamente sul
fronte delle finanze pubbliche e contando, forse. sull’eventuale sostegno
istituzionale della UE e della BCE.

Dico sostegno istituzionale perche’ è improbabile pensare a piani di aiuti
simili a quelli visti per Grecia, Portogallo ed Irlanda. Infatti, nessun
paese (anche fosse la Germania), anzi nemmeno nessun “consorzio” di paesi,
avrebbe le risorse per sostenere il nostro paese.

L’analisi tecnica non lascia presumere nulla di buono. Secondo i grafici,
il BTP dovrebbe scendere ancora.

L’Italia, date le sue dimensioni, puo’ far saltare l’intera area euro e
porre un serio pericolo per l’intero sistema finanziario internazionale.

Massima attenzione, quindi, agli sviluppi su questo fronte.

E se si vogliono detenere in portafoglio titoli di stato per la parte
“sicura” del proprio portafoglio, meglio guardare ai titoli tedeschi o
olandesi. I rendimenti sono quelli che sono, ma in questo momento la
“sicurezza” è forse più importante.

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Se il prezzo del petrolio scendesse?

Da quando questo blog è partito (parliamo del 2004 sottoforma di
newsletter), tra i temi d’investimento abbiamo sempre
avuto una costante, e cioè un prezzo del petrolio sostanzialmente alto
ed in salita, con una parentesi, piuttosto breve temporalmente, del crollo tra
la seconda parte del 2008 e l’inizio 2009. Crollo a cui, però, è seguito un robusto
rebound.

Qualche settimana fa il petrolio scese un po’, dopo un forte rialzo in
concomitanza con la guerra in Libia.

Il prezzo del greggio tutto sommato sostenuto è ormai una costante che
molti investitori considerano scontata, ma cosa succederebbe se il
prezzo scendesse ed il ribasso fosse un nuovo trend?

Il prezzo del petrolio è un “peso” reale per le economie occidentali.

Si stima, solo per gli USA, che 10$ sul prezzo (in più o in meno) generi
una differenza nella crescita del PIL di 0.5 punti percentuali.

Un calo importante del prezzo del petrolio, quindi, può avere un ruolo
di vero e proprio stimolo, al pari di un nuovo QE, la cui “terza edizione”
sembra ora abbastanza improbabile.

Non dimentichiamoci che il petrolio è una materia prima molto politica
e che in molti enti ed agenzie internazionali che in qualche modo possono
influenzare il greggio (ad esempio l’IEA – International Energy
Agency) il peso americano è notevole e questo “peso” potrebbe spingere
per avere prezzi più bassi.

Questa ovviamente non è una certezza e, come sempre, quello che
seguiremo sarà il trend. Solo in questo modo potremo capire veramente
quale sarà la direzione.

Ma iniziare a considerare la possibilità di una netta inversione di tendenza
è un esercizio che può tornarci utile.

E in caso di ribasso del prezzo del petrolio, chi ne guadagnerà di più?

A mio avviso, i paesi emergenti.

Infatti, è verso questi paesi che si è spostata e si sta ancora spostando la
produzione industriale e sono questi paesi che stanno vedendo i consumi
energetici in aumento. L’aumento del petrolio dell’ultimo periodo, insieme
all’aumento delle materie agricole, è stata una delle principali cause
di una preoccupante inflazione. Il calo del greggio, al contrario, potrebbe
liberare varie risorse e spingere verso una ripresa della crescita economica
che, nell’ultimo anno, è stata rivista un po’ in calo.

Vedremo nei prossimi mesi…

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E’ probabile una nuova recessione?

Alcuni dati che segnalano un rallentamento dell’economia
mondiale possono portare alcuni a pensare se questi non
siano solo i primi segnali di una prossima possibile recessione.

C’è un indicatore che più di ogni altro è stato in grado, in passato,
di pronosticare l’arrivo di una recessione.

Questo indicatore, dal dopoguerra in , ha previsto 10 recessioni e,
di queste, 9 si avverarono. L’unica volta che sbagliò fu oltre 40 anni
fa, mentre non è mai capitato che una recessione sia arrivata senza
che questo indicatore non la segnalasse.

L’indicatore è molto semplice e chiunque può tenerlo sotto controllo.

E’ sufficiente avere il dato dei tassi di interesse a breve (nello
specifico, il Treasury ad un anno) e quello a lungo (Treasury a 10 anni).

Quando i tassi a breve termine sono superiori a quelli a lungo, allora
una recessione è prevista e, come visto dall’attendibilità dell’indicatore,
questa è anche molto probabile.

In condizioni normali, il rendimento del decennale deve essere
sempre superiore rispetto a quello di un bond a breve. Il contrario
è una situazione anomala, non naturale.

Ma la Banca Centrale controlla il costo del denaro a breve e,
quindi, i rendimenti dei titoli a scadenza ravvicinata inevitabilmente
risentono delle decisioni sul tema.

Quando l’inflazione inizia a salire oltre il previsto, la Banca Centrale
inizia ad alzare il costo del denaro, finendo spesso per alzarlo troppo
e, così, i tassi a breve salgono oltre quelli a lungo termine.

La cosa positiva è che in questo momento siamo molto lontani dal
segnale di una possibile recessione. Il rendimento del Treasury a
12 mesi è dello 0,15%, mentre il decennale si trova al 3,07%.

L’indicatore ci segnala che c’è ancora diverso spazio per l’attuale
ripresa economica. Vedremo.

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Come proteggersi dalla crisi greca

Domani è un giorno molto importante per quanto riguarda
la crisi greca, perchè sarà votato il piano di austerità nel paese
ellenico che è la base affinché l’Europa estenda il suo piano
di aiuti.

Sono in molti a chiedersi quali possano essere le ripercussioni
della situazione greca sul proprio portafoglio.

Se la Grecia fallisse, come reagirebbero le Borse? Quali sarebbero
le conseguenze per il comparto obbligazionario?

Di seguito c’è, sostanzialmente, la mia idea.

Le crisi accadono ciclicamente. Dagli anni ’70 al 2008, se ne possono
contare almeno una quindicina, tra Bolla del Nasdaq, crisi petrolifera
degli anni ’70, crash del 1987, crisi subprime, crisi dei mercati asiatici,
ecc…

Esse sono, sostanzialmente, pressoché impossibili da prevedere
con costanza.

Chiunque può intravvedere una crisi ed anticiparla. Diverso è, però,
anticiparne molte con costanza.

Pertanto, il miglior modo per proteggersi dalle crisi non è tanto di provare
a prevederle, bensì la cosa da fare è avere un piano e seguirlo.

Un piano che determini in primis l’asset allocation, in coerenza con quello
che è il proprio grado di rischio.

Se non ci si espone ad un rischio che non si è in grado di reggere, allora
saremo in grado di sopportare le conseguenze impreviste di queste crisi
e non verremo sopraffatti da esse.

La crisi greca potenzialmente potrebbe creare un nuovo “meltdown” simile
a quello creato dal fallimento Lehman quasi tre anni fa.

Ma noi non siamo in grado di prevedere quanto sarà grave la crisi e le
conseguenze che, eventualmente, scaturiranno. Pertanto, la cosa migliore
è di fare ciò che è alla nostra portata, cioè elaborare un buon piano di
investimento coerentemente con il nostro grado di rischio. A quel punto,
dovremmo essere adeguatamente protetti contro le crisi.

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Quando inizieranno i rialzi dei tassi della FED?

Attualmente, molte banche centrali al mondo hanno iniziato ad
alzare i tassi dopo che questi erano stati portati ai minimi durante
la crisi del 2008.

Persino la BCE, dove molti paesi dell’area hanno una crescita
molto bassa e, anzi, rischiano una prossima recessione (non
ultima l’Italia), ha fatto un rialzo negli ultimi mesi.

L’unica (insieme al Bank of Japan, per ovvi motivi) delle grandi
banche centrali che non ha seguito questa linea è la FED, che
ancora continua a tenere i tassi prossimi allo zero e non sembra
intenzionata a rialzarli.

Il fatto che la FED inizi, eventualmente, ad aumentare i tassi nei
prossimi mesi è molto importante.

Infatti, storicamente, nonostante quanto si possa pensare, quando
la FED alza i tassi i mercati azionari reagiscono molto bene.

Negli ultimi 20 anni, le fasi di aumento dei tassi sono state accompagnate
da performance positive del mercato azionario.

Nel corso degli anni ’90, il grande Bull Market dal 1994 al 2000 ha
visto i tassi della FED salire molto in prima battuta per poi stabilizzarsi.

Allo stesso modo, il mercato Toro del 2003-2007 è stato accompagnato
da tassi in rialzo da parte della FED.

Il motivo è molto semplice.

Nei periodi di ribasso dei mercati, che generalmente anticipano un
po’ le fasi di recessione, la FED taglia il costo del denaro nel tentativo
di dare nuova linfa all’economia e sostenere i mercati con l’espansione
della liquidità.

Quando, invece, la FED smette di abbassare il costo del denaro, allora
dà al mondo il segnale che il peggio è passato e questa cosa è molto
apprezzata dai mercati che, quindi, reagiscono molto bene.

Il tutto finché la FED non esagera con i rialzi, data la struttura dell’economia.

A quel punto, con i tassi a breve troppo alti rispetto ai rendimenti dei
progetti di investimento intrapresi, molti di questi ultimi iniziano a
fallire, con conseguente nuova fase di recessione e nuovo ciclo di ribasso
dei tassi.

Pertanto, se la FED inizierà a rialzare i tassi, la cosa potrebbe essere
vista positivamente e potrebbe segnalare che il mercato azionario ha
ancora davanti a se un periodo positivo.

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Solo l’inflazione puo’ risolvere il problema del debito pubblico

Da diversi mesi, si sta ponendo il problema dei debiti pubblici
dell’area euro.

Ovviamente, il paese sotto maggiore osservazione e’ la Grecia.

Portogallo e Irlanda sono altri due paesi a rischio e di recente
si stanno avanzando dubbi anche su Spagna e Italia.

Si stanno proponendo diverse idee su come risolvere questi
problemi e, giustamente, molto si concentra sul tema del
rigore fiscale.

Ma a mio avviso, pensare di risolvere il problema dei debiti
pubblici con il solo rigore fiscale e’ alquanto irrealistico.

Con debito pubblico oltre il 100%, ma anche al 70-80%, il peso
degli interessi, seppur bassi, diventa una zavorra eccessiva per
ogni economia matura che non può più crescere del 5-6% annuo.

Il rigore fiscale e di bilancio è sicuramente utile, anzi essenziale,
per evitare luna spirale negativa, ma di per se non potrà mai permettere
di riportare il debito a livelli più bassi.

Solo il mix crescita ed inflazione può riuscirci.

Non potendo contare troppo sulla prima componente, la seconda
diventa inevitabile.

Chi gestisce la finanza a livello sia di stati, sia a livello internazionale,
è consapevole di questo. Infatti, l’inflazione è già un dato di fatto.

La leva che permette l’aumento dei prezzi, cioè la creazione di moneta,
è già fortemente usata, in particolare negli USA.

Gli attuali debiti pubblici, è un dato di fatto, sono sostanzialmente impagabili
e difficilmente ridimensionabili, considerando anche le resistenze politiche.

E storicamente, gli alti debiti pubblici, generalmente presenti durante o
subito dopo le guerre, sono stati risolti con alti tassi di inflazione.

Questa volta, a mio avviso, non sarà diverso.

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