La sostenibilita’ del debito nazionale
Con la situazione europea che è sempre al centro del
recente dibattito sia economico, sia relativo ai mercati
finanziari, si parla molto del debito degli stati sovrani e
della loro sostenibilita’.
Credo che piu’ o meno tutti sappiano del debito pubblico
e del suo rapporto con il PIL, di come questo rapporto
sia molto elevato in Italia, piu’ alto di quasi tutti gli altri
paesi al mondo, eccetto il Giappone.
Negli ultimi anni, pero’ c’e’ anche una nuova attenzione al
debito totale, cioe’ al debito pubblico + debito privato,
sempre in rapporto al PIL. Il concetto e’ che anche il
debito privato e’ rilevante per valutare la solvibilita’ di un
paese, poiche’ un elevato indebitamento dei privati rischia
comunque di generare situazioni di crisi finanziarie.
Su questo fronte, grazie allo scarso idebitamento privato, l’Italia
ne esce molto meglio.
Avere dati precisi sugli stock debito pubblico + debito privato
e’ abbastanza difficile, perche’ mentre il debito pubblico risulta
dai dati della contabilita’ nazionale, il debito privato puo’ essere
conteggiato in diversi modi. Inoltre, diverse fonti riportano
spesso numeri diversi.
Questi sono comunque alcuni dati sul rapporto debito aggregato/PIL
aggiornati a fine 2008:
Italia: 134% (104% pubblico + 30% debito famiglie)
USA: 166% (66% pubblico + 100% debito famiglie)
Francia: 113% (65% pubblico + 48% famiglie)
Germania: 122% (64% pubblico + 58% famiglie)
UK: 144% (44% pubblico + 100% famiglie)
Altri paesi come Spagna, Irlanda e Olanda hanno numeri simili
al nostro paese, ma sempre con una forte incidenza del debito delle
famiglie.
Molti ritengono che, considerando il basso livello del debito privato,
tutto sommato il nostro indebitamento non e’ eccessivamente rischioso
ed e’ sostenibile al pari di altri paesi.
Personalmente, non ne sono convintissimo.
Non vi e’ dubbio che un basso debito privato sia una cosa positiva.
Tuttavia, questo non rende meno pericoloso l’alto debito pubblico.
Questo, a mio avviso, per due motivi:
1 - il debito privato e’ piu’ facilmente abbattibile: quando l’economia
va male, si riducono gli stipendi o si fatica a mantenere o trovare lavoro,
le famiglie riescono piu’ facilmente rispetto allo stato a ridurre il proprio
debito rinunciando ad acquisti o spese ed incrementando i risparmi. Certo, non
sono contente, ma i sacrifici da un punto di vista personale si possono fare,
specialmente se i debiti venivano contratti per spese superflue. In USA si
sta gia’ registrando, dall’inizio della crisi, una riduzione della propensione
all’indebitamento. Anche perche’ spesso la riduzione e’ una strada obbligata,
dato che banche e finanziarie possono tendere a restringere il credito.
Per lo stato, invece, procedere alla riduzione e’ molto piu’ complesso e
sicuramente l’aggiustamento e’ meno rapido. In piu’, in periodi di crisi, la
popolazione pretende dallo stato manovre anticicliche di sostegno ai
redditi o ai consumi. Manovre che di certo non alleviano il debito pubblico,
anzi.
2 - attingere dai privati per ridurre il debito pubblico e’ politicamente
molto difficile: qualora ci sia la necessita’ di ridurre il debito pubblico, si
puo’ pensare che in un paese con basso debito privato si puo’ attingere
da quest’ultimo settore per ribilanciare il primo. Ma non e’ cosi’ semplice.
Manovre che vadano ad incidere pesantemente sulla finanza privata tendono
ad essere abbastanza impopolari politicamente e di non facile attuazione.
Concludendo, sicuramente il debito aggregato e’ un valido indicatore della salute
finanziaria di un paese. Un indicatore se non altro piu’ completo del solo debito
pubblico.
Tuttavia, e’ importante anche analizzare la composizione del debito e sicuramente
la componente “pubblica” e’ quella piu’ costante e difficile da abbattere, mentre
quella privata e’ piu’ elastica. Paesi con alto debito pubblico potrebbero avere
maggiori difficolta’ rispetto ad altri con debito aggregato maggiore ma debito
pubblico minore.
Potrebbe essere l’investimento del decennio?
Gia’ qualche tempo fa in un post ho parlato del Giappone che,
a mio avviso, potava essere un buon investimento nei prossimi
anni.
Vediamo come sta andando il paese e il suo mercato.
Negli ultimi 6 mesi il Giappone ha retto perfettamente il confronto
con la Borsa americana ed entrambe hanno stracciato il mercato
europeo.
Personalmente, inizio a pensare che il Giappone possa essere il nuovo
“trade of the decade”, cioè l’investimento dei prossimi 10 anni. Esattamente
come lo fu l’oro a partire da fine anni 90.
E sebbene stiamo parlando di due asset completamente diversi, a livello
di sentiment ci sono molte similitudini.
A fine anni ‘90, eravamo in piena bolla tecnologica. Tutti guardavano ad
internet, all’informatica, alle nuove meraviglie della tecnologia, alle biotecnologie.
Nessuno parlava di oro, che, dopo aver raggiunto il top nei primi anni ‘80,
nei due decenni successivi non fece altro che scendere.
Di lì a qualche mese, il Nasdaq crollò, l’economia entrò in recessione
e Greenspan mise in atto un’enorme politica monetaria espansiva, mandando
i tassi all’1%. Il mercato prese presto atto che questa politica avrebbe portato
maggiore inflazione e l’oro fu presto visto come asset a protezione contro la
cattiva gestione monetaria.
Come si dice, il resto è storia. L’oro da circa 300$ l’oncia è arrivato agli attuali
1.200$. Ovviamente, il guadagno non è stato solo contro il dollaro, ma anche
contro l’euro e le altre valute cartacee.
Che cos’ha il Giappone in comune con questa storia?
Beh, come detto, attualmente il “sentiment” sul paese del Sol Levante
non è molto diverso da quello dell’oro di fine anni ‘90. Oggi quando si
parla di azionario credo che il Giappone sia l’area meno considerata del
globo. Si parla spesso di Cina, India, Brasile, area del Pacifico e lo si
fa a ragione, perché queste sono le aree a maggiore crescita. E anche
personalmente, come ben sapete, “sponsorizzo” queste aree poiché le
ritengo potenzialmente molto remunerative se confrontate con Europa
e USA e non a caso una parte rilevante del nostro portafoglio è concentrato
sui mercati emergenti.
Tuttavia, è fuori dubbio che i prezzi delle azioni di questi paesi sconti
già una parte della crescita.
Il Giappone sicuramente non registrerà i tassi di crescita dei paesi
emergenti, tuttavia le quotazioni sono già scontatissime. Alcuni titoli
del listino quotano sotto il book value, altri addirittura sotto la liquidità
disponibile.
La maggior parte dei “money manager” di tutto il mondo è fuori da
Giappone ormai da diversi anni e gli stessi giapponesi si sono
allontanati dal loro mercato domestico viste le delusioni degli ultimi 20
anni e hanno puntato, invece, o sui più sicuri bond, o sui più redditizi
mercati esteri.
Se il trend sul Giappone dovesse partire, il flusso di nuovo denaro
che potrebbe riversarsi su questa Borsa potrebbe dare un’accelerazione
al rialzo.
Una delle maggiori preoccupazioni sul Giappone è il suo debito pubblico,
che è il più alto del mondo. Su questo, effettivamente, non c’è nulla da
dire.
Tuttavia, il debito pubblico giapponese va considerato in modo un po’
diverso rispetto, ad esempio, a quello italiano o a quello americano.
Il Giappone ha ancora sovranità monetaria. Questo significa che,
all’occorrenza, la Banca Centrale puo’ stampare moneta e acquistare
i titoli di stato senza che eventuali mancate sottoscrizioni sul mercato
portino ad un eccessivo aumento dei tassi.
Ovviamente ciò potrebbe generare inflazione, tuttavia al momento questo
non sembra un problema per il paese, visto che da decenni lotta contro la
deflazione dei prezzi.
Una cosa di questo genere non puo’ essere fatta ad esempio dai paesi
europei, che devono passare per la BCE, che potrebbe avere obiettivi
monetari diversi rispetto a quelli dei singoli paesi.
Questa politica, però, puo’ essere messa in atto dagli USA. Rispetto
all’America, tuttavia, il Giappone ha il vantaggio che buona parte del suo
debito è detenuto dai cittadini giapponesi e non dall’estero. Anzi, la Banca
Centrale è anche piena di valuta straniera. Da questo punto di vista, il
Giappone è molto meno dipendente dall’estero per le sue finanze.
Concludendo, il Giappone ha sicuramente il “peso” del suo debito
pubblico, tuttavia la sua Borsa è economica come multipli, è abbastanza
ignorato dai money manager e dal grande pubblico ed un trend positivo
sembra essere partito, visto che sta sovraperformando gli altri mercati.
Generalmente, questi tre ingredienti sono una solida base per il
successo. Vedremo.
Ancora sul piano salva-euro
Nell’ultimo post ho scritto sul piano europeo di sostegno
all’euro e ai paesi dell’area in difficolta’ presentato lo scorso
week-end.
Viste anche alcune domande che mi sono arrivate, vediamo
di capire meglio il piano e le conseguenze.
Il piano si basa su tre pilastri:
1 - 500 miliardi messi a disposizione dagli stati tramite prestiti
bilaterali ai paesi che eventualmente dovessero trovarsi in
difficolta’.
2 - altri 220 miliardi messi eventualmente a disposizione, in
caso di necessita’, dal FMI
3 - intervento della BCE sul mercato per acquistare titoli di
stato di paesi a rischio.
Tutto il piano, in questo momento, rappresenta comunque piu’
che altro un progetto, visto che nei fatti dei 500 miliardi previsti
al punto 1 solo 60 sono stati effettivamente resi disponibili e
sono i famosi miliardi di sostegno alla Grecia. Per gli altri
440, e’ previsto semplicemente che “saranno resi disponibili”,
ma da chi e se effettivamente ci sara’ la possibilita’ di metterli
sul piatto e’ ancora tutto da verificare (ed io sono abbastanza
scettico).
L’aspetto, invece, piu’ importante da considerare e’ proprio il
punto 3, il punto di cui forse i media hanno meno parlato.
La BCE, all’occorrenza, potra’ intervenire sul mercato per acquistare,
e quindi di fatto sostenere, i titoli di stato dei paesi a rischio. Su
questo intervento, non e’ stato posto alcun limite.
In sostanza, quindi, va ribadito che per ora il piano rappresenta
piu’ che altro un intento, mentre la maggiore “potenza di fuoco”
di tutto il piano sta proprio nell’intervento della BCE.
In altri termini, e’ molto probabile che tutto possa risolversi, per lo
piu’, in una grande e massiccia espansione di liquidita’ in area
euro.
L’andamento della valuta europea sembra prendere atto di questo.
Infatti, mentre le Borse hanno brindato al piano da lunedì, l’euro
dopo l’impennata iniziale è tornato a scendere e si trova ora
sotto il livello di venerdì scorso, prima cioè che il piano fosse
implementato e reso noto.
Cosa aspettarsi dopo il piano europeo
Nell’ultimo week-end, i ministri delle finanze dei paesi europei si
sono riuniti per fronteggiare la crisi che sta interessando l’Europa e
la sua valuta, l’euro.
Dall’incontro, terminato domenica in tarda notte, è uscito un piano
dalle dimensioni rilevanti. Circa 500 miliardi di euro che i paesi potrebbero
stanziare qualora ci fossero nuovi “attacchi speculativi” come quelli visti
contro la Grecia, altri 220 miliardi potenzialmente stanziabili dal FMI
e, infine, l’impegno della BCE di acquistare titoli di stato sul mercato
qualora ce ne fosse bisogno.
Dopo questo piano, salutato con euforia dalle Borse che lunedì hanno
tutte registrato rialzi record, cosa aspettarsi? Cosa è cambiato?
In primis, diciamo che come sempre è difficile prevedere il futuro ed
è difficile capire se quanto successo le scorse settimane fosse un eccesso
dei mercati e/o quanto, invece, sia veramente debole l’Europa.
Una cosa è certa, l’area ha molti problemi strutturali. La competitività è in
diminuzione, la crescita sempre molto lenta, molti debiti pubblici sono un peso
insostenibile per diversi paesi.
Il piano elaborato nell’ultimo week-end puo rappresentare una temporanea
assicurazione per i mercati, ma non va certo a risolvere questi problemi
strutturali.
L’intervento eventuale della BCE sul mercato, poi, potrebbe generare
distorsioni nel corretto prezzamento dei titoli dei singoli paesi sul mercato
e potrebbe alimentare l’inflazione, oltre che mantenere l’euro ancora debole.
Senza considerare che non sono convinto che i paesi dell’euro abbiano
veramente questa “potenza di fuoco” (500 miliardi di euro) da mettere
in campo.
Abbiamo visto le acque calmarsi e questo era sicuramente importante, ma
la crisi europea è tutt’altro che superata.
Come difendersi.
Come puo’ difendersi un investitore?
Ne ho già parlato negli ultimi post.
Uno dei modi migliori è di essere ben diversificati a livello internazionale.
I ribassi delle Borse hanno incrinato il trend rialzista dei mercati azionari
europei, ma non quello di Wall Street e di diversi mercati emergenti.
A livello internazionale credo che il Bull Market ciclico non sia ancora
terminato, quindi una buona esposizione su Nord America, Asia e mercati
emergenti dovrebbe continuare a pagare bene.
Inoltre, una certa diversificazione valutaria puo’ aiutare a difendersi dalla
debolezza dell’euro. Come scritto nell’ultimo post, il dollaro nel lungo
termine ha mille problemi, ma nell’immediato sembra un buon rifugio
per gli investitori internazionali.
Infine, oro ed azioni aurifere dovrebbero dare un’ottima protezione. In euro,
il metallo giallo sta aggiornando continuamente i suoi massimi.
Come sempre, le crisi spaventano, ma sono spesso anche fonte di buone
opportunità.
Un secondo “riparo” in questa crisi europea
La scorsa settimana ho scritto di un “porto sicuro” durante
questa tempesta finanziaria che nelle ultime settimane ha
investito le Borse, soprattutto quelle dell’area euro, a causa
della crisi della Grecia.
Questo porto sicuro è l’oro, che denominato in euro sta
registrando continui rialzi.
Oggi vediamo un altro riparo contro questa tempesta. Preferisco
chiamarlo riparo anzichè “porto sicuro” perché a mio avviso
è meno solido dell’oro e nel lungo termine potrebbe avere
problemi strutturali. Tuttavia, nell’immediato è una buona difesa.
Questo riparo è il dollaro.
Ricapitoliamo brevemente la situazione dell’area euro.
La Grecia ha avuto bisogno di un aiuto notevole per coprire il suo
fabbisogno finanziario. Gran parte di questo aituo è arrivato dagli
altri paesi europei ed il resto dal Fondo Monetario Internazionale.
In cambio degli aiuti, la Grecia dovrà implementare misure di forte
austerità e riequilibrio dei conti.
Personalmente, non credo che la Grecia riuscirà a generare le risorse
per ripagare questi debiti, ma al momento le previsioni non sono
rilevanti e lasciano il tempo che trovano, visto che ci muoviamo in
un terreno storicamente del tutto inesplorato.
Il punto rilevante è che, vada come vada, l’euro si è rivelato molto
meno solido di quanto sembrasse.
La Germania non riuscirà a tappare tutti gli eventuali “buchi” che si
creeranno nell’area, visto che dopo la Grecia anche il Portogallo
potrebbe aver bisogno di sostegno. Poi forse la Spagna e, chissà,
magari un domani l’Italia. Mentre per Grecia e Portogallo, date le
dimensioni, è possibile fare qualcosa, per la Spagna sarebbe molto
difficile, mentre per l’Italia praticamente impossibile, dato che parliamo
della terza economia dell’area euro, non molto più piccola rispetto alle
prime due (Francia e Germania).
Strutturalmente, l’euro ha una grande debolezza ed è destinato a svalutarsi.
Detto questo, è il caso di guardare l’altra faccia. Chi beneficerà della debolezza
dell’euro?
Ovviamente il dollaro.
Qui non bisogna fare errori e confusione. Il dollaro ha un’economia sottostante,
quella USA, che è ugualmente piena di problemi. Anche in America, alcuni
stati sono pressoché in bancarotta, il governo ha un deficit notevole e il debito
sta salendo. Ma in questo momento ci sono due cose che giocano a favore
del dollaro rispetto all’euro.
In primo luogo, il dollaro ha dietro la FED, che puo’ stampare quanto vuole.
L’America ha bisogno di finanziare 10 miliardi di dollari di deficit? La FED puo’
stampare quei soldi. Ci saranno poi problemi di inflazione, ma comunque possono
essere stampati tutti i dollari necessari.
Anche la BCE puo’ farlo (lo sta facendo e continuerà a farlo), ma con più
difficoltà. Non è detto che i tedeschi saranno sempre disposti ad accettare
una maggiore inflazione a causa della svalutazione della moneta dovuta ai
problemi di altri stati. E, ugualmente, potrebbero essere poco disposti ad
accettarlo altri paesi relativamente virtuosi (Olanda, Austria e, in parte, la
stessa Francia).
Secondo, il dollaro è la valuta di riserva mondiale. Negli ultimi anni, l’euro stava
togliendo una parte di questo ruolo al dollaro. Ma con i problemi attuali della
valuta europea, è probabile che “l’immagine” del dollaro ne uscirà rafforzata e
riguadagnerà, da questo punto di vista, buona parte di quanto perso negli scorsi
anni.
Detto tutto questo, il dollaro è stato un ottimo investimento in questo 2010, un
ottimo riparo. E probabilmente continuerà ad esserlo. Nel nostro servizio premium
Trend e Strategie di Investimento siamo dentro ormai da fine 2009. Non è, ovviamente,
la mia scelta numero uno come “riparo”, quella è l’oro, ma è la scelta numero due
e in un portafoglio diversificato c’è spazio per entrambi.
Nel marasma degli ultimi giorni, ecco un “porto sicuro”
Dopo mesi di calma sui mercati, in questi giorni sta
tornando altissima la volatilità.
Le Borse europee sono in forte discesa nelle ultime
giornate (ma già gli scricchiolii c’erano dalle scorse settimane),
con l’Italia e la Spagna che stanno pesantemente sottoperformando
il DAX tedesco. Ma anche i titoli di stato sono sotto pressione.
I titoli della Grecia, del Portogallo, della Spagna e dell’Italia sono
in forte discesa e i rendimenti in salita.
Le Borse americane tengono un po’ di più e per noi europei, se
fossimo investiti in titoli USA, andrebbe ancora meglio perchè il
forte apprezzamento del dollaro ridurrebbe l’entità della discesa.
In questa situazione, molti si chiedono dove investire.
Beh, abbiamo gia’ anticipato che i mercati USA e, in generale,
con valuta locale legata al dollaro o comunque in apprezzamento
sull’euro (questo comprende molti paesi emergenti) sono preferibili
rispetto a quelli europei. E, per chi vuole investire in Europa, investimenti
sul DAX sono da preferire rispetto ai mercati dei paesi piu’ sotto
pressione.
Sul reddito fisso, anche qui se si vuole rimanere in area euro occorre
andare sui titoli tedeschi. Rendono poco, ma in questi giorni sono
stati molto stabili.
C’è comunque un investimento che, in questo marasma generale,
si sta rivelando ancora una volta un “Safe Heaven”. Ovviamente,
si tratta dell’oro.
Nel 2008, mentre tutto scendeva, l’oro fu uno dei pochi investimenti
a chiudere l’anno in positivo (e una volta convertito in euro andò
ancora meglio).
Anche questa volta, l’oro sta tenendo molto bene. Nonostante il rafforzamento
del dollaro, la quotazione del metallo giallo sta tenendo benissimo. E denominato
in euro, l’oro sta aggiornando continuamente i suoi massimi.
Molti continuano a non spiegarsi e a non capire gli investimenti sull’oro. L’oro
non paga dividendi, non presenta trimestrali, non aumenta i suoi “earning”.
L’oro sta lì, è un metallo di scarso uso industriale. E tuttavia, dalla notte dei
tempi, è ritenuto elemento ideale per preservare valore.
E anche questa situazione lo sta mostrando. Per un investitore europeo, nelle
ultime settimane non c’è stato nulla di meglio che detenere oro. Ritengo che
la cosa sia destinata a continuare.
L’anniversario della Grande Bolla
Due settimane fa è stato il decimo anniversario di una delle più
grandi bolle della storia. Anzi, sicuramente la più grande.
In un periodo, quello attuale, dove si parla di crisi, recessione, addirittura
depressione, crash dei mercati, ecc…, questa bolla sembra lontana non
dieci anni, ma secoli da noi.
Eppure, “solo” dieci anni fa, il Nasdaq toccava quota 5000 punti.
Per rendere l’idea di quanto sia implosa la bolla, si consideri che ai
minimi di marzo 2009, il Nasdaq quotava 1300 punti.
Dieci anni fa, sicuramente, si raggiunsero degli eccessi. Tuttavia, non
va dimenticato che al tempo questa bolla aveva le sue giustificazioni.
Sul finire degli anni ‘90, l’economia era molto robusta, la disoccupazione ai
minimi, la crescita era elevata e continua, eventuali crisi momentanee
e locali (come la crisi finanziaria asiatica del ‘98) erano brillantemente
superate, c’era grande fiducia in Greenspan come supervisore del
sistema finanziario americano e, di conseguenza, internazionale.
Internet e la tecnologia aggiungevano euforia a questa situazione, portando
le quotazioni agli estremi.
All’apice della bolla, si era disposti a pagare qualsiasi prezzo per titoli appena
quotata, che non facevano ancora utili e, alcuni, avevano anche vendite irrisorie.
Il tempo, come sempre, ha riportato alla realtà. La bolla è implosa ed il
Nasdaq ha raggiunto livelli enormemente più bassi. Come detto, ai minimi
del 2009 arrivò anche a quota 1300 punti ed ora, anche dopo l’elevato rialzo
degli ultimi 12 mesi, siamo a quota 2400 punti, cioè sotto del 50% rispetto
ai picchi del 2000.
Ad un rialzo del 10% annuo composto (una buona progressione), ci vorrebbero
ancora 7 anni e mezzo per ritornare ai livelli di allora.
La cosa interessante, comunque, è che mentre il Nasdaq si è dimezzato,
le aziende che lo compongono hanno continuato nel loro lavoro, espandendosi,
crescendo, migliorando fatturato, utili e cash flow.
Aziende come Cisco, Oracle, Intel, Microsoft e tante altre, sono oggi più di allora
leader dei loro settori, alcune hanno posizioni di quasi monopolio ed ogni anno
producono montagne di cash flow, sono prive di debiti e piene di liquidità.
Allora c’era un eccesso verso l’alto. Oggi puo’ esserci un eccesso verso il basso.
A parere del sottoscritto, il Nasdaq nasconde oggi ottime opportunità e i titoli
tecnologici sono tra quelli con i migliori fondamentali.
In un prossimo post, vedremo proprio uno di questi titoli che è stato, nell’ultimo
anno, uno dei migliori “performer” all’interno del nostro servizio premium
Trend e Strategie di Investimento.
