Richard Russell sul futuro dell’economia.
Verso la fine di maggio, nel pieno della crisi europea
e della correzione delle Borse, il “veterano” tra i
“newsletter writers” Richard Russell usci’ con un articolo
il cui titolo, tradotto, recitava cosi’: “Vendete tutto e
raccogliete quanta più liquidità possibile. Entro la
fine dell’anno, non sarete in grado di riconoscere il
vostro paese“.
Il paese a cui si riferiva nell’articolo era ovviamente l’America,
ma di riflesso se ci dovesse essere un cambiamento cosi’
rilevante negli USA, di sicuro il resto del mondo non ne
sarebbe immune.
Russell andava avanti a spiegare la sua idea riportando, a grandi
linee, le seguenti parole: “Se, come stiamo assistendo, i dati
economici che stanno uscendo sono sempre relativamente
positivi e segnalano un miglioramento nell’economia, come
mai gli indici sono ormai più bassi rispetto ai massimi di fine
aprile? Come mai ormai da quasi un mese stiamo assistendo
ad un progressivo deterioramento sui mercati? Se leggo
bene i mercati, questo deterioramento anticipa un reversal
dell’economia, oltre che altri notevoli problemi“.
Russell basava la sua analisi sui segnali che gli arrivavano dai
mercati. Il Dow Jones Industrial e Dow Jones Transportation
avevano dato il segnale ribassista sull’azionario, quindi a suo avviso
il trend primario è ora ribassista e quindi, poiché i mercati anticipano
l’economia reale, qualche peggioramento importante non è affatto
escluso.
Nell’edizione del nostro servizio premium Trend e Strategie di Investimento
del 31 maggio, commentavo l’articolo di Russell.
Scrivevo allora che quanto riportava Russell è in linea di massima vero. I
mercati tendono sempre ad anticipare l’economia reale e, quindi, se i mercati
hanno dato un segnale ribassista, allora effettivamente potrebbe essere che
ci aspettano tempi duri piu’ avanti. Scrivevo anche che ritengo Russell uno
dei migliori analisti e sicuramente quello con maggiore esperienza, quindi
quanto scrive va sempre tenuto in considerazione.
Tuttavia, scrivevo anche che, a mio avviso, il suo tono poteva essere troppo
allarmistico.
Certo, non e’ da escludere che un deterioramento veramente grave possa
colpire l’economia. Non e’ poi da escludere un’implosione dell’euro e
non sono da escludere anche tante altre cose negative.
Tuttavia, spesso i segnali ribassisti sui mercati si sono poi rivelati falsi
segnali, oppure sono stati segnali di breve durata. Di conseguenza, a mio
avviso ritenevo che uscire completamente dall’azionario possa essere un
errore.
Per la precisione, riportavo che: “Certo, se dovessero accadere eventi
che porteranno ad un grande deterioramento della situazione economica
le azioni ne risentiranno più di tutti. Ma a meno che non venga azzerato
il sistema capitalistico con conseguente eliminazione della proprietà privata
dei mezzi di produzione, come accadde in Russia dopo la rivoluzione
bolscevica, la classe di investimento delle azioni ha sempre mostrato
anche una notevole capacità di “recovery” dopo un calo.
Basti pensare che un investimento fatto sulla Borsa tedesca o giapponese
a fine anni ‘30, prima dello scoppio della WWII, sarebbe stato quasi
azzerato alla fine della guerra, ma nei 20-30 anni successivi, con
Germania e Giappone che furono i “best performer”, l’investimento iniziale
avrebbe prima recuperato tutte le perdite, quindi fornito un rendimento del
tutto simile a quello di altri paesi come gli USA e persino meglio dell’UK.
Quindi, non bisogna rinunciare alle azioni all’interno del proprio portafoglio,
se non si vuole perdere la performance fornita da questa classe di
investimento“.
In conclusione, la base del rendimento del proprio portafoglio e’ dato, in primo
luogo, dall’asset allocation. E’ quindi necessaria un’allocazione sulle azioni per
trarre profitto dalle ottime performance di questa classe di investimento nei
periodi positivi o di miglioramento, ma e’ anche necessario tenere una quota
di obbligazioni di vario tipo e di liquidita’ per stabilizzare il proprio portafoglio
e abbassarne la volatilita’.
Critiche alla Lettera degli Economisti
Negli ultimi giorni circola la famosa “Lettera degli
Economisti”, una lettera sottoscritta da 100 economisti
e professori universitari italiani dove si indicano i
rischi che le manovre restrittive per fronteggiare i
deficit intraprese in questo periodo possano portare
per il futuro. Nella stessa, si indicano anche alcune
soluzioni proposte. Questa lettera ha avuto diversa
diffusione su internet e di essa si e’ anche parlato
in alcuni programmi TV e sulla stampa, ottenendo una
certa attenzione mediatica.
La lettera ha una tipica impostazione keynesiana, se non,
in certi passaggi, addirittura moderatamente marxista e a
mio avviso non comprende affatto le cause della crisi ed
e’ assolutamente errata dal punto di vista delle soluzioni.
Molti hanno gia’ portato una critica alla stessa, quindi non
ritengo necessario analizzarla punto per punto. Tuttavia,
ritengo utile segnalare alcune critiche effettuate, critiche
che invito a leggere.
La lettera originale e’ la seguente:
http://www.letteradeglieconomisti.it/
Questa è una prima critica portata da Marco Bollettino:
La critica si concentra su alcuni punti, confutando gli stessi
e indicando come le soluzioni siano errate.
Altra critica sia punto per punto che generale la troviamo sempre
su Usemlab:
e ancora:
Infine, questa è invece una critica molto breve ma che nella sua immediatezza coglie
l’errore di fondo dei 100 economisti. Il pezzo e’ di Andrea Mingardi e riportata
anche su Il sole 24 Ore:
http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=9345
Buona lettura.
I motivi della forza del dollaro
Nel corso dell’anno, ho scritto più volte del dollaro
e di come, ad inizio anno, esso fosse a mio avviso
sottovalutato contro l’euro e poteva quindi essere
un buon investimento in questo 2010.
In seguito, con lo scoppio della crisi europea, ho
ribadito che una parziale diversificazione sulla
valuta USA poteva essere un buon modo per
proteggersi.
Ma vediamo di capire quali sono stati i fondamentali
che hanno permesso alla moneta americana di recuperare
nei confronti dell’euro e anche di altre valute internazionali.
E’ subito necessaria una premessa. La valuta USA in questo
momento non è sottostante di una economia particolarmente
forte e robusta.
Molti si concentrano ora sulla crisi europea e sicuramente a
ragione, perchè l’Unione ha molti problemi strutturali.
Ma l’economia USA non e’ messa particolarmente meglio.
Il deficit e’ molto alto e il debito sta crescendo notevolmente,
molto più di quanto stia accadendo in Europa. Molti stati
federali sono ugualmente in difficoltà finanziaria e anche i
problemi del sistema bancario e finanziario sono tutt’altro che
risolti. Infine, la disoccupazione resta ancora piuttosto elevata.
Premesso, quindi, che l’economia USA non è particolarmente in
salute, vediamo quale è la motivazione del rafforzamente del dollaro.
Valuta di riserva mondiale.
Ad oggi, ogni paese di piccole o medie dimensioni, ogni paese
emergente anche grande (Cina o India) ed ogni operatore
privato che vogliano diversificare le proprie riserve valutarie ha
davanti a se tre grandi aree economiche tra cui scegliere: quella
americana, rappresentata appunto dal dollaro, quella europea
rappresentata dall’euro e quella giapponese, rappresentata dallo
yen.
L’area giapponese e’ ora sempre meno importante, visto che da
un paio di decenni lo yen è continuamente in calo e, inoltre, il
Giappone e’ un’economia molto più piccola rispetto ad USA
ed UE.
Restano quindi dollaro ed euro e con quest’ultimo che e’
in evidente difficoltà addirittura relativamente alla sua tenuta,
è chiaro che la maggior parte degli operatori si rifugiano
sul dollaro. Inoltre, la valuta americana è storicamente la
valuta di riserva mondiale.
E’ proprio questo status che, in questo 2010, ha consentito al
dollaro di recuperare terreno nei confronti dell’euro.
Continuera?
Ovviamente, fino a che i problemi europei continueranno il trend
è destinato a perdurare. Tuttavia, se l’Europa dovesse riuscire
a tamponare la situazione, la corsa del dollaro potrebbe rallentare.
Personalmente, credo che dopo questa lunga corsa chi ha ben
guadagnato possa portare a casa una parte dei profitti liquidando
parzialmente le proprie posizioni. Tuttavia, non ritengo sia ancora
il momento di lasciare completamente il dollaro, visto che un avvitamento
della situazione europea porterebbe a nuove accelerazioni del biglietto
verde.
La sostenibilita’ del debito nazionale
Con la situazione europea che è sempre al centro del
recente dibattito sia economico, sia relativo ai mercati
finanziari, si parla molto del debito degli stati sovrani e
della loro sostenibilita’.
Credo che piu’ o meno tutti sappiano del debito pubblico
e del suo rapporto con il PIL, di come questo rapporto
sia molto elevato in Italia, piu’ alto di quasi tutti gli altri
paesi al mondo, eccetto il Giappone.
Negli ultimi anni, pero’ c’e’ anche una nuova attenzione al
debito totale, cioe’ al debito pubblico + debito privato,
sempre in rapporto al PIL. Il concetto e’ che anche il
debito privato e’ rilevante per valutare la solvibilita’ di un
paese, poiche’ un elevato indebitamento dei privati rischia
comunque di generare situazioni di crisi finanziarie.
Su questo fronte, grazie allo scarso idebitamento privato, l’Italia
ne esce molto meglio.
Avere dati precisi sugli stock debito pubblico + debito privato
e’ abbastanza difficile, perche’ mentre il debito pubblico risulta
dai dati della contabilita’ nazionale, il debito privato puo’ essere
conteggiato in diversi modi. Inoltre, diverse fonti riportano
spesso numeri diversi.
Questi sono comunque alcuni dati sul rapporto debito aggregato/PIL
aggiornati a fine 2008:
Italia: 134% (104% pubblico + 30% debito famiglie)
USA: 166% (66% pubblico + 100% debito famiglie)
Francia: 113% (65% pubblico + 48% famiglie)
Germania: 122% (64% pubblico + 58% famiglie)
UK: 144% (44% pubblico + 100% famiglie)
Altri paesi come Spagna, Irlanda e Olanda hanno numeri simili
al nostro paese, ma sempre con una forte incidenza del debito delle
famiglie.
Molti ritengono che, considerando il basso livello del debito privato,
tutto sommato il nostro indebitamento non e’ eccessivamente rischioso
ed e’ sostenibile al pari di altri paesi.
Personalmente, non ne sono convintissimo.
Non vi e’ dubbio che un basso debito privato sia una cosa positiva.
Tuttavia, questo non rende meno pericoloso l’alto debito pubblico.
Questo, a mio avviso, per due motivi:
1 - il debito privato e’ piu’ facilmente abbattibile: quando l’economia
va male, si riducono gli stipendi o si fatica a mantenere o trovare lavoro,
le famiglie riescono piu’ facilmente rispetto allo stato a ridurre il proprio
debito rinunciando ad acquisti o spese ed incrementando i risparmi. Certo, non
sono contente, ma i sacrifici da un punto di vista personale si possono fare,
specialmente se i debiti venivano contratti per spese superflue. In USA si
sta gia’ registrando, dall’inizio della crisi, una riduzione della propensione
all’indebitamento. Anche perche’ spesso la riduzione e’ una strada obbligata,
dato che banche e finanziarie possono tendere a restringere il credito.
Per lo stato, invece, procedere alla riduzione e’ molto piu’ complesso e
sicuramente l’aggiustamento e’ meno rapido. In piu’, in periodi di crisi, la
popolazione pretende dallo stato manovre anticicliche di sostegno ai
redditi o ai consumi. Manovre che di certo non alleviano il debito pubblico,
anzi.
2 - attingere dai privati per ridurre il debito pubblico e’ politicamente
molto difficile: qualora ci sia la necessita’ di ridurre il debito pubblico, si
puo’ pensare che in un paese con basso debito privato si puo’ attingere
da quest’ultimo settore per ribilanciare il primo. Ma non e’ cosi’ semplice.
Manovre che vadano ad incidere pesantemente sulla finanza privata tendono
ad essere abbastanza impopolari politicamente e di non facile attuazione.
Concludendo, sicuramente il debito aggregato e’ un valido indicatore della salute
finanziaria di un paese. Un indicatore se non altro piu’ completo del solo debito
pubblico.
Tuttavia, e’ importante anche analizzare la composizione del debito e sicuramente
la componente “pubblica” e’ quella piu’ costante e difficile da abbattere, mentre
quella privata e’ piu’ elastica. Paesi con alto debito pubblico potrebbero avere
maggiori difficolta’ rispetto ad altri con debito aggregato maggiore ma debito
pubblico minore.
Potrebbe essere l’investimento del decennio?
Gia’ qualche tempo fa in un post ho parlato del Giappone che,
a mio avviso, potava essere un buon investimento nei prossimi
anni.
Vediamo come sta andando il paese e il suo mercato.
Negli ultimi 6 mesi il Giappone ha retto perfettamente il confronto
con la Borsa americana ed entrambe hanno stracciato il mercato
europeo.
Personalmente, inizio a pensare che il Giappone possa essere il nuovo
“trade of the decade”, cioè l’investimento dei prossimi 10 anni. Esattamente
come lo fu l’oro a partire da fine anni 90.
E sebbene stiamo parlando di due asset completamente diversi, a livello
di sentiment ci sono molte similitudini.
A fine anni ‘90, eravamo in piena bolla tecnologica. Tutti guardavano ad
internet, all’informatica, alle nuove meraviglie della tecnologia, alle biotecnologie.
Nessuno parlava di oro, che, dopo aver raggiunto il top nei primi anni ‘80,
nei due decenni successivi non fece altro che scendere.
Di lì a qualche mese, il Nasdaq crollò, l’economia entrò in recessione
e Greenspan mise in atto un’enorme politica monetaria espansiva, mandando
i tassi all’1%. Il mercato prese presto atto che questa politica avrebbe portato
maggiore inflazione e l’oro fu presto visto come asset a protezione contro la
cattiva gestione monetaria.
Come si dice, il resto è storia. L’oro da circa 300$ l’oncia è arrivato agli attuali
1.200$. Ovviamente, il guadagno non è stato solo contro il dollaro, ma anche
contro l’euro e le altre valute cartacee.
Che cos’ha il Giappone in comune con questa storia?
Beh, come detto, attualmente il “sentiment” sul paese del Sol Levante
non è molto diverso da quello dell’oro di fine anni ‘90. Oggi quando si
parla di azionario credo che il Giappone sia l’area meno considerata del
globo. Si parla spesso di Cina, India, Brasile, area del Pacifico e lo si
fa a ragione, perché queste sono le aree a maggiore crescita. E anche
personalmente, come ben sapete, “sponsorizzo” queste aree poiché le
ritengo potenzialmente molto remunerative se confrontate con Europa
e USA e non a caso una parte rilevante del nostro portafoglio è concentrato
sui mercati emergenti.
Tuttavia, è fuori dubbio che i prezzi delle azioni di questi paesi sconti
già una parte della crescita.
Il Giappone sicuramente non registrerà i tassi di crescita dei paesi
emergenti, tuttavia le quotazioni sono già scontatissime. Alcuni titoli
del listino quotano sotto il book value, altri addirittura sotto la liquidità
disponibile.
La maggior parte dei “money manager” di tutto il mondo è fuori da
Giappone ormai da diversi anni e gli stessi giapponesi si sono
allontanati dal loro mercato domestico viste le delusioni degli ultimi 20
anni e hanno puntato, invece, o sui più sicuri bond, o sui più redditizi
mercati esteri.
Se il trend sul Giappone dovesse partire, il flusso di nuovo denaro
che potrebbe riversarsi su questa Borsa potrebbe dare un’accelerazione
al rialzo.
Una delle maggiori preoccupazioni sul Giappone è il suo debito pubblico,
che è il più alto del mondo. Su questo, effettivamente, non c’è nulla da
dire.
Tuttavia, il debito pubblico giapponese va considerato in modo un po’
diverso rispetto, ad esempio, a quello italiano o a quello americano.
Il Giappone ha ancora sovranità monetaria. Questo significa che,
all’occorrenza, la Banca Centrale puo’ stampare moneta e acquistare
i titoli di stato senza che eventuali mancate sottoscrizioni sul mercato
portino ad un eccessivo aumento dei tassi.
Ovviamente ciò potrebbe generare inflazione, tuttavia al momento questo
non sembra un problema per il paese, visto che da decenni lotta contro la
deflazione dei prezzi.
Una cosa di questo genere non puo’ essere fatta ad esempio dai paesi
europei, che devono passare per la BCE, che potrebbe avere obiettivi
monetari diversi rispetto a quelli dei singoli paesi.
Questa politica, però, puo’ essere messa in atto dagli USA. Rispetto
all’America, tuttavia, il Giappone ha il vantaggio che buona parte del suo
debito è detenuto dai cittadini giapponesi e non dall’estero. Anzi, la Banca
Centrale è anche piena di valuta straniera. Da questo punto di vista, il
Giappone è molto meno dipendente dall’estero per le sue finanze.
Concludendo, il Giappone ha sicuramente il “peso” del suo debito
pubblico, tuttavia la sua Borsa è economica come multipli, è abbastanza
ignorato dai money manager e dal grande pubblico ed un trend positivo
sembra essere partito, visto che sta sovraperformando gli altri mercati.
Generalmente, questi tre ingredienti sono una solida base per il
successo. Vedremo.
Ancora sul piano salva-euro
Nell’ultimo post ho scritto sul piano europeo di sostegno
all’euro e ai paesi dell’area in difficolta’ presentato lo scorso
week-end.
Viste anche alcune domande che mi sono arrivate, vediamo
di capire meglio il piano e le conseguenze.
Il piano si basa su tre pilastri:
1 - 500 miliardi messi a disposizione dagli stati tramite prestiti
bilaterali ai paesi che eventualmente dovessero trovarsi in
difficolta’.
2 - altri 220 miliardi messi eventualmente a disposizione, in
caso di necessita’, dal FMI
3 - intervento della BCE sul mercato per acquistare titoli di
stato di paesi a rischio.
Tutto il piano, in questo momento, rappresenta comunque piu’
che altro un progetto, visto che nei fatti dei 500 miliardi previsti
al punto 1 solo 60 sono stati effettivamente resi disponibili e
sono i famosi miliardi di sostegno alla Grecia. Per gli altri
440, e’ previsto semplicemente che “saranno resi disponibili”,
ma da chi e se effettivamente ci sara’ la possibilita’ di metterli
sul piatto e’ ancora tutto da verificare (ed io sono abbastanza
scettico).
L’aspetto, invece, piu’ importante da considerare e’ proprio il
punto 3, il punto di cui forse i media hanno meno parlato.
La BCE, all’occorrenza, potra’ intervenire sul mercato per acquistare,
e quindi di fatto sostenere, i titoli di stato dei paesi a rischio. Su
questo intervento, non e’ stato posto alcun limite.
In sostanza, quindi, va ribadito che per ora il piano rappresenta
piu’ che altro un intento, mentre la maggiore “potenza di fuoco”
di tutto il piano sta proprio nell’intervento della BCE.
In altri termini, e’ molto probabile che tutto possa risolversi, per lo
piu’, in una grande e massiccia espansione di liquidita’ in area
euro.
L’andamento della valuta europea sembra prendere atto di questo.
Infatti, mentre le Borse hanno brindato al piano da lunedì, l’euro
dopo l’impennata iniziale è tornato a scendere e si trova ora
sotto il livello di venerdì scorso, prima cioè che il piano fosse
implementato e reso noto.
Cosa aspettarsi dopo il piano europeo
Nell’ultimo week-end, i ministri delle finanze dei paesi europei si
sono riuniti per fronteggiare la crisi che sta interessando l’Europa e
la sua valuta, l’euro.
Dall’incontro, terminato domenica in tarda notte, è uscito un piano
dalle dimensioni rilevanti. Circa 500 miliardi di euro che i paesi potrebbero
stanziare qualora ci fossero nuovi “attacchi speculativi” come quelli visti
contro la Grecia, altri 220 miliardi potenzialmente stanziabili dal FMI
e, infine, l’impegno della BCE di acquistare titoli di stato sul mercato
qualora ce ne fosse bisogno.
Dopo questo piano, salutato con euforia dalle Borse che lunedì hanno
tutte registrato rialzi record, cosa aspettarsi? Cosa è cambiato?
In primis, diciamo che come sempre è difficile prevedere il futuro ed
è difficile capire se quanto successo le scorse settimane fosse un eccesso
dei mercati e/o quanto, invece, sia veramente debole l’Europa.
Una cosa è certa, l’area ha molti problemi strutturali. La competitività è in
diminuzione, la crescita sempre molto lenta, molti debiti pubblici sono un peso
insostenibile per diversi paesi.
Il piano elaborato nell’ultimo week-end puo rappresentare una temporanea
assicurazione per i mercati, ma non va certo a risolvere questi problemi
strutturali.
L’intervento eventuale della BCE sul mercato, poi, potrebbe generare
distorsioni nel corretto prezzamento dei titoli dei singoli paesi sul mercato
e potrebbe alimentare l’inflazione, oltre che mantenere l’euro ancora debole.
Senza considerare che non sono convinto che i paesi dell’euro abbiano
veramente questa “potenza di fuoco” (500 miliardi di euro) da mettere
in campo.
Abbiamo visto le acque calmarsi e questo era sicuramente importante, ma
la crisi europea è tutt’altro che superata.
Come difendersi.
Come puo’ difendersi un investitore?
Ne ho già parlato negli ultimi post.
Uno dei modi migliori è di essere ben diversificati a livello internazionale.
I ribassi delle Borse hanno incrinato il trend rialzista dei mercati azionari
europei, ma non quello di Wall Street e di diversi mercati emergenti.
A livello internazionale credo che il Bull Market ciclico non sia ancora
terminato, quindi una buona esposizione su Nord America, Asia e mercati
emergenti dovrebbe continuare a pagare bene.
Inoltre, una certa diversificazione valutaria puo’ aiutare a difendersi dalla
debolezza dell’euro. Come scritto nell’ultimo post, il dollaro nel lungo
termine ha mille problemi, ma nell’immediato sembra un buon rifugio
per gli investitori internazionali.
Infine, oro ed azioni aurifere dovrebbero dare un’ottima protezione. In euro,
il metallo giallo sta aggiornando continuamente i suoi massimi.
Come sempre, le crisi spaventano, ma sono spesso anche fonte di buone
opportunità.
