Ancora su inflazione e deflazione: quale è il pericolo maggiore?

Uno degli argomenti che maggiormente tengono banco da
quando è scoppiata la crisi è se avremo inflazione o deflazione
nei prossimi anni.

La mia linea generale è che nessuno può prevedere il futuro
e che entrambe le posizioni hanno ragioni da vendere e
possono concretizzarsi.

Tuttavia, se devo prendere una posizione netta, ritengo
l’inflazione ancora più probabile della deflazione, poiché
l’espansione monetaria a livello globale attuata dalle banche centrali
finirà con l’avere il suo peso sui prezzi di asset, beni alla
produzione e beni al consumo.

Non tutti gli asset (ritengo ad esempio l’immobiliare con poche
potenzialità di apprezzamento) e non tutti i beni aumenteranno
di prezzo, ma comunque ritengo lo faranno la maggioranza di essi.

Ad oggi, sebbene i sostenitori della deflazione dicano che stanno
avendo ragione, sono comunque i sostenitori dell’inflazione che
stanno indovinando la previsione. Le statistiche rilevano infatti,
quasi ovunque, un’inflazione moderata, ma comunque presente.

Ricordo che dal punto di vista dei prezzi al consumo per
deflazione si intende una diminuzione degli stessi.
Questa cosa l’abbiamo vissuta solo per qualche mese durante
la fine del 2008 e i primi mesi del 2009, ma ad oggi è stata
sostanzialmente una parentesi tanto in Europa quanto negli USA.

Quello che abbiamo avuto dopo, invece, è stato appunto un
moderato aumento dei prezzi al consumo. Ed un aumento dei
prezzi è pur sempre inflazione.

Come investitori, la cosa che più ci interessa non è tanto se
prevarrà l’inflazione o la deflazione, bensì come proteggerci e,
magari, trarre profitto da questi due fenomeni.

Nel prossimo post che scrivero’ tra qualche giorno vedremo uno
strumento particolarmente interessante, a mio avviso, per proteggerci
dall’inflazione ma che, date le condizioni attuali, puo’ far bene anche
in caso di deflazione.

Recessione o depressione?

Da diverso tempo c’è un dibattito in cui si discute se quanto stiamo
vivendo sia una recessione “normale” o qualcosa di peggio, cioè una
vera e propria depressione.

Vediamo oggi quali sono gli argomenti relativi al fatto che questa, in
realtà, sia una depressione piuttosto che una recessione.

Il primo argomento relativo alla depressione è ovviamente la
disoccupazione.

Attualmente, in America la disoccupazione per la popolazione lavorativa
dei maschi adulti (25-64 anni) ha toccato un livello superiore a quello
della crisi dell’82, picco del dopoguerra, mentre la disoccupazione per
i giovani tocca addirittura il 25%.

Che questa sia più una depressione puo’ essere poi indicato dal fatto
che il costo per il Governo dello stimolo continua ad essere elevato.
Nelle scorse settimane, la Casa Bianca ha alzato la sua previsione circa
il budget 2011, che vedrà un deficit di 1,4 trilioni, dai precedenti
1,267 trilioni.

Ancora, dopo quasi due anni dall’inizio della crisi la FED sta ancora
cercando misure di stimolo monetario. E, intanto, nel 2010 altre 103
banche sono sostanzialmente fallite e il credito bancario continua a
contrarsi.

Tutti segnali, questi, che la crisi è ancora lontana dall’essere superata e
che effettivamente quella che stiamo vivendo può essere persino una
depressione. Sicuramente, la crisi maggiore dai tempi del ‘29.

La notizia positiva, a livello di mercati, è che mentre dal punto di vista
nominale le quotazioni azionarie si sono ben riprese dopo i minimi del
2008/2009, dal punto di vista reale (quotazioni azionarie / prezzo dell’oro)
i prezzi sono notevolmente più bassi rispetto al 2007 o al picco,
sempre in termini reali, del 2000.

Cosa, questa, dovuta in parte ai ribassi dei corsi azionari, in parte al forte
apprezzamento dell’oro, che continua a mantenersi elevato, anticipando
quello che in precedenti post ho chiamato “Quantitative Easing 2.0”,
cioè un nuovo forte stimolo monetario.

A proposito di oro, negli ultimi due anni gli investitori hanno acquistato oro
ad un livello record, depositando poi lo stesso presso le banche commerciali
(direttamente o tramite ETF/ETC che detengono fisico). Le banche commerciali,
essendo piene di oro, potrebbero iniziare ad usare questo asset come nuovo
collaterale. L’uso dell’oro come collaterale per le operazioni finanziarie potrebbe
rappresentare un nuovo motivo per l’apprezzamento.

Quantitative Easing 2.0

In un vecchio articolo di circa un mese fa, scrissi sul tema del
rendimento del debito. In particolare, questa è la parte che ci
interessa:

“Il debito, in linea teorica, viene contratto per coprire spese ed
investimenti che dovrebbero contribuire al miglioramento delle
condizioni economiche nel paese. In altri termini, per creare la prosperità.

Fino a che la prosperità aumenta e il debito non va fuori controllo, la
cosa puo’ continuare e, per certi versi, si puo’ dire che il debito non e’ troppo
alto anche quando si trova ad una percentuale rilevante sul PIL prodotto.

Quando, però, gli impieghi del debito non sono particolarmente remunerativi,
le cose si fanno difficili. A livello di economia nazionale, dire che gli impieghi
del debito non sono remunerativi equivale a dire che essi non generano più
sufficiente crescita. Se la ricchezza prodotta non cresce adeguatamente e i
debiti si accumulano, il loro “servizio” (cioè il pagamento di interessi)
diventa progressivamente meno sostenibile.

In molti paesi occidentali sta accadendo proprio questo. La recente crisi
ha portato non ad un ristagno, bensì addirittura ad una contrazione del PIL.
Di conseguenza, la sostenibilità dei debiti è divenuta più problematica”.

Storicamente, lo sviluppo, la crescita, arriva dagli investimenti privati. Gli investimenti
pubblici creano importanti sistemi di supporto (come infrastrutture, spesa sociale, ecc…),
ma difficilmente di per se sono motori della crescita. Inoltre, è spesso molto alta la
probabilità che gli investimenti pubblici finiscano per essere improduttivi.

Contemporaneamente all’aumento dei debiti pubblici, stiamo assistendo ad
un deleverage sul fronte privato.

Il fatto che aumenti il debito pubblico per finanziare la relativa spesa, mentre cala
quello destinato a imprese e privati che, oltre ai consumi, finisce col finanziare anche
investimenti, non è affatto positivo. O meglio, di per se il calo del debito privato,
visto gli alti livelli raggiunti, non è un male, ma è il debito pubblico in aumento
che è preoccupante.

Difficilmente, quindi, si potrà innescare un circolo virtuoso su queste basi. Molto
probabilmente, serviranno nuovi stimoli. Questo, mi porta a trattare il tema di un
possibile nuovo stimolo monetario, che su molti siti e testate economiche e finanziarie
viene definito “Quantitative Easing 2.0”, per segnalare che segue quello messo in atto
tra il 2008 e il 2009.

Anche Jim Grant, una delle voci più ascoltate in campo finanziario ed editore della
pubblicazione “Grant’s Interest Rate Observer” vede come inevitabile il Quantitative
Easing 2.0. Se sarà come quello del 2008/2009 o se sarà il doppio, dice Grant, è
abbastanza irrilevante. Quel che è certo è che ci sarà, poiché è l’unica opzione dei
banchieri centrali.

Oro e metalli preziosi, di conseguenza, dovrebbero continuare a trovare supporto
dall’espansione monetaria.

Se BP dovesse fallire?

Credo che più o meno tutti siano a conoscenza della catastrofe ecologica
causata da BP a largo delle coste del Golfo del Messico.

Le conseguenze sul fronte ecologico sono disastrose e molti media
ne parlano. Qui, occupandoci di finanza, vediamo di fare una breve, sommaria
e anche ipotetica analisi circa le eventuali conseguenze nel mondo finanziario
qualora la compagnia petrolifera fosse chiamata ad un risarcimento incapace
di onorare.

Anche sul fronte finanziario, queste conseguenze non sarebbero certo piacevoli.

In primis, BP è sì una società petrolifera, ma nei suoi rapporti con decine di
migliaia di imprese essa è anche erogatrice di cediti i cui volumi e quantità che
hanno poco da invidiare alle maggiori banche, il tutto tramite la sua divisione
“trading & finance”. Il fallimento di BP genererebbe l’assenza improvvisa di un
altro grande player del settore del credito e quindi la mancanza di un’altra fonte
di erogazione.

Ma questo, forse, è l’aspetto meno importante.

BP è, ovviamente, anche finanziata da banche e istituti di credito di tutto il mondo.
La sua eventuale insolvenza metterebbe in difficoltà molti di questi istituti, con
reazioni a catena difficili da immaginare.

Infine, c’è il problema derivati che, come sempre, rischia di essere quello di maggiore
entità. In primis, il debito di BP non è affatto da escludere che possa essere stato
usato come base per vari derivati. Le major petrolifere sono generalmente “clienti”
molto ben considerati dagli istituti bancari, dato il grande volume di asset tangibili
in loro possesso. Il loro merito creditizio è quindi particolarmente alto se ben gestite
dal punto di vista finanziario e il loro debito è facilmente utilizzabile come sottostante
per derivati OTC.

Inoltre, la stessa BP è un player importante nel settore derivati come controparte
degli istituti (le major petrolifere operano con i derivati del petrolio e del gas naturale
per stabilizzare magari i prezzi di vendita).

Il venir meno della controparte nei contratti in corso o il venir meno del sottostante
puo’, anche in questo caso, generare effetti difficilmente prevedibili, ma sicuramente
molto rilevanti.

Personalmente credo che BP non verrà fatta fallire, anche se nulla va escluso
(caso Lehman docet).

Qualora, però, dovesse avverarsi questa eventualità, gli effetti sarebbero piuttosto
pesanti per tutto il sistema finanziario.

La crisi del debito dei governi

Non c’è dubbio che la crisi del debito dei governi è stato uno
dei problemi che ha attirato maggiormente l’attenzione negli
ultimi mesi, in particolare da quando la situazione di alcuni
paesi europei ha suscitato molti dubbi ed incertezze.

Il debito, in linea teorica, viene contratto per coprire spese ed
investimenti che dovrebbero contribuire al miglioramento delle
condizioni economiche nel paese. In altri termini, per creare la
prosperità.

Fino a che la prosperità aumenta e il debito non va fuori controllo,
la cosa puo’ continuare e, per certi versi, si puo’ dire che il debito
non e’ troppo alto anche quando si trova ad una percentuale
rilevante sul PIL prodotto.

Quando, però, gli impieghi del debito non sono particolarmente
remunerativi, le cose si fanno difficili. A livello di economia nazionale,
dire che gli impieghi del debito non sono remunerativi equivale a dire
che essi non generano più sufficiente crescita. Se la ricchezza prodotta
non cresce adeguatamente e i debiti si accumulano, il loro “servizio”
(cioè il pagamento di interessi) diventa progressivamente meno sostenibile.
In molti paesi occidentali sta accadendo proprio questo. La recente crisi
ha portato non ad un ristagno, bensì addirittura ad una contrazione
del PIL. Di conseguenza, la sostenibilità dei debiti è divenuta più
problematica.

Senza una ripresa della crescita sostenuta, abbastanza improbabile
in questo momento se non altro perché le grandi economie occidentali
non possono più crescere continuamente al 4-5%, i debiti pubblici hanno,
con buona probabilità, raggiunto un livello troppo alto e andranno
ridimensionati.

Le politiche fiscali di risanamento messe in piedi da diversi paesi europei
vanno su questa strada.

Probabilmente questo è solo l’inizio. E, con buona probabilità, anche gli
USA, che durante il G20 hanno spinto per politiche di rilancio della
crescita, presto o tardi dovranno fare i conti con il loro debito, che sta
diventando sempre meno sostenibile.

Jim Rogers sull’euro

In una recente intervista, il finanziere Jim Rogers, ex-partner di
Soros ai tempi del Quantum Fund, e attualmente presidente
della Rogers Holdings, ha espresso la sua idea sull’euro.

Rogers ha dichiarato che sta comprando euro, anche se a suo
avviso l’Unione Monetaria Europea è destinata ad implodere.

A suo avviso, la distruzione della moneta non avverrà in pochi
mesi, ma richiederà tempo, dai 10 ai 15 anni. In questo periodo,
ci saranno forti cali, seguiti da periodi di ripresa.

Negli ultimi tempi, il sentiment è divenuto troppo negativo sull’euro
ed è tempo di un rimbalzo per la moneta unica.

Ho scritto questo breve articolo nell’edizione di Trend e Strategie di Investimento
del 28 giugno 2009. Addirittura qualche tempo prima di tale data, suggerii di
uscire da un nostro investimento su dollari USA che molto bene aveva fatto
da inizio anno.

A distanza di qualche settimana, bisogna dire che, come del resto spesso
accade, Jim Rogers aveva visto bene ed anche noi abbiamo preservato
i nostri guadagni fatti sul dollaro USA. Dollaro USA che era salito moltissimo
ed in modo molto repentino e necessitava (e probabilmente necessita ancora)
di un po’ di pausa.

Personalmente, quindi, condivido l’idea di Jim Rogers. Per ora credo che la
salita del dollaro contro euro sia conclusa. In futuro, vedremo.

Posto pubblico: non piu’ cosi’ sicuro

Un tempo il posto pubblico era senza dubbio considerato
particolarmente sicuro. In Italia senza dubbio lo era e lo
sappiamo bene, ma anche nel resto d’Europa era cosi’ e
persino negli USA.

Ora non piu’. Proprio dai dati americani ci arriva questa
conferma. Dal 2008 ad oggi, oltre 231.000 posti pubblici
sia a livello federale che degli Stati locali sono stati tagliati,
di cui 22.000 solo nell’ultimo mese.
La maggior parte dei tagli hanno riguardato insegnanti, poliziotti,
pompieri e impiegati nei servizi sociali.

E probabilmente non e’ finita, visto che circa 19 Stati hanno
pianificato di ridimensionare gli organici.

Personalmente, non ho i dati riguardo all’Europa, ma non
credo che la situazione, a livello di trend, sia molto diversa.

I governi occidentali, su entrambe le sponde dell’Atlantico, sono
da un lato obbligati a riequilibrare i bilanci pubblici, ormai fortemente
sotto pressione, mentre dall’altro debbono fare i conti con entrate
fiscali in caduta.

Di conseguenza, debbono tagliare il più possibile e, ovviamente,
i posti pubblici sono tra i piu’ sacrificabili.

Nonostante questo, gli effetti sui bilanci non sono ancora particolarmente
buoni.

Probabilmente, ci saranno altri tagli in vista. I governi occidentali hanno
raggiunto un punto di notevole espansione in quanto a dimensione
e probabilmente non e’ piu’ possibile andare oltre.

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