Quantitative Easing 2.0
In un vecchio articolo di circa un mese fa, scrissi sul tema del
rendimento del debito. In particolare, questa è la parte che ci
interessa:
“Il debito, in linea teorica, viene contratto per coprire spese ed
investimenti che dovrebbero contribuire al miglioramento delle
condizioni economiche nel paese. In altri termini, per creare la prosperità.
Fino a che la prosperità aumenta e il debito non va fuori controllo, la
cosa puo’ continuare e, per certi versi, si puo’ dire che il debito non e’ troppo
alto anche quando si trova ad una percentuale rilevante sul PIL prodotto.
Quando, però, gli impieghi del debito non sono particolarmente remunerativi,
le cose si fanno difficili. A livello di economia nazionale, dire che gli impieghi
del debito non sono remunerativi equivale a dire che essi non generano più
sufficiente crescita. Se la ricchezza prodotta non cresce adeguatamente e i
debiti si accumulano, il loro “servizio” (cioè il pagamento di interessi)
diventa progressivamente meno sostenibile.
In molti paesi occidentali sta accadendo proprio questo. La recente crisi
ha portato non ad un ristagno, bensì addirittura ad una contrazione del PIL.
Di conseguenza, la sostenibilità dei debiti è divenuta più problematica”.
Storicamente, lo sviluppo, la crescita, arriva dagli investimenti privati. Gli investimenti
pubblici creano importanti sistemi di supporto (come infrastrutture, spesa sociale, ecc…),
ma difficilmente di per se sono motori della crescita. Inoltre, è spesso molto alta la
probabilità che gli investimenti pubblici finiscano per essere improduttivi.
Contemporaneamente all’aumento dei debiti pubblici, stiamo assistendo ad
un deleverage sul fronte privato.
Il fatto che aumenti il debito pubblico per finanziare la relativa spesa, mentre cala
quello destinato a imprese e privati che, oltre ai consumi, finisce col finanziare anche
investimenti, non è affatto positivo. O meglio, di per se il calo del debito privato,
visto gli alti livelli raggiunti, non è un male, ma è il debito pubblico in aumento
che è preoccupante.
Difficilmente, quindi, si potrà innescare un circolo virtuoso su queste basi. Molto
probabilmente, serviranno nuovi stimoli. Questo, mi porta a trattare il tema di un
possibile nuovo stimolo monetario, che su molti siti e testate economiche e finanziarie
viene definito “Quantitative Easing 2.0”, per segnalare che segue quello messo in atto
tra il 2008 e il 2009.
Anche Jim Grant, una delle voci più ascoltate in campo finanziario ed editore della
pubblicazione “Grant’s Interest Rate Observer” vede come inevitabile il Quantitative
Easing 2.0. Se sarà come quello del 2008/2009 o se sarà il doppio, dice Grant, è
abbastanza irrilevante. Quel che è certo è che ci sarà, poiché è l’unica opzione dei
banchieri centrali.
Oro e metalli preziosi, di conseguenza, dovrebbero continuare a trovare supporto
dall’espansione monetaria.
L’oro è in bolla?
Domanda, questa, che ci siamo fatti in passato, ma che, con l’oro che continua a
salire ormai da anni, è bene di tanto in tanto rifarci e fare l’analisi della situazione.
Consideriamo oggi due bolle, quella dell’oro degli anni ‘70 e del Nasdaq degli anni
‘90 e mettiamola in confronto con l’andamento attuale dell’oro.
Negli anni ‘70 l’oro ha moltiplicato il capitale iniziale di un ipotetico investitore di
ben 18 volte, mentre il Nasdaq lo moltiplicò per 10.
Attualmente, il rialzo dell’oro è poco superiore al 300% rispetto ai livelli di partenza,
quindi ci sarebbe ancora molta strada da fare se, come anche io credo, questo rialzo
dell’oro si concluderà alla fine a livelli di vera bolla.
Dopo circa 9 anni di percorso, l’attuale salita dell’oro è ancora dietro a quanto fatto
dalle altre due bolle.
Inoltre, entrambe queste bolle dopo un rialzo costante e regolare sono esplose proprio
tra il nono e il decimo anno, raggiungendo le loro vette più alte per poi deflagare. Se la
storia è di qualche guida, potremmo non essere lontani dalla fase finale di questo rialzo
dove i prezzi inizieranno ad accelerare in modo esponenziale.
Lungo il percorso ci saranno sicuramente correzioni, ma l’analisi storica sembra
essere di buon auspicio.
Nel marasma degli ultimi giorni, ecco un “porto sicuro”
Dopo mesi di calma sui mercati, in questi giorni sta
tornando altissima la volatilità.
Le Borse europee sono in forte discesa nelle ultime
giornate (ma già gli scricchiolii c’erano dalle scorse settimane),
con l’Italia e la Spagna che stanno pesantemente sottoperformando
il DAX tedesco. Ma anche i titoli di stato sono sotto pressione.
I titoli della Grecia, del Portogallo, della Spagna e dell’Italia sono
in forte discesa e i rendimenti in salita.
Le Borse americane tengono un po’ di più e per noi europei, se
fossimo investiti in titoli USA, andrebbe ancora meglio perchè il
forte apprezzamento del dollaro ridurrebbe l’entità della discesa.
In questa situazione, molti si chiedono dove investire.
Beh, abbiamo gia’ anticipato che i mercati USA e, in generale,
con valuta locale legata al dollaro o comunque in apprezzamento
sull’euro (questo comprende molti paesi emergenti) sono preferibili
rispetto a quelli europei. E, per chi vuole investire in Europa, investimenti
sul DAX sono da preferire rispetto ai mercati dei paesi piu’ sotto
pressione.
Sul reddito fisso, anche qui se si vuole rimanere in area euro occorre
andare sui titoli tedeschi. Rendono poco, ma in questi giorni sono
stati molto stabili.
C’è comunque un investimento che, in questo marasma generale,
si sta rivelando ancora una volta un “Safe Heaven”. Ovviamente,
si tratta dell’oro.
Nel 2008, mentre tutto scendeva, l’oro fu uno dei pochi investimenti
a chiudere l’anno in positivo (e una volta convertito in euro andò
ancora meglio).
Anche questa volta, l’oro sta tenendo molto bene. Nonostante il rafforzamento
del dollaro, la quotazione del metallo giallo sta tenendo benissimo. E denominato
in euro, l’oro sta aggiornando continuamente i suoi massimi.
Molti continuano a non spiegarsi e a non capire gli investimenti sull’oro. L’oro
non paga dividendi, non presenta trimestrali, non aumenta i suoi “earning”.
L’oro sta lì, è un metallo di scarso uso industriale. E tuttavia, dalla notte dei
tempi, è ritenuto elemento ideale per preservare valore.
E anche questa situazione lo sta mostrando. Per un investitore europeo, nelle
ultime settimane non c’è stato nulla di meglio che detenere oro. Ritengo che
la cosa sia destinata a continuare.
L’anniversario della Grande Bolla
Due settimane fa è stato il decimo anniversario di una delle più
grandi bolle della storia. Anzi, sicuramente la più grande.
In un periodo, quello attuale, dove si parla di crisi, recessione, addirittura
depressione, crash dei mercati, ecc…, questa bolla sembra lontana non
dieci anni, ma secoli da noi.
Eppure, “solo” dieci anni fa, il Nasdaq toccava quota 5000 punti.
Per rendere l’idea di quanto sia implosa la bolla, si consideri che ai
minimi di marzo 2009, il Nasdaq quotava 1300 punti.
Dieci anni fa, sicuramente, si raggiunsero degli eccessi. Tuttavia, non
va dimenticato che al tempo questa bolla aveva le sue giustificazioni.
Sul finire degli anni ‘90, l’economia era molto robusta, la disoccupazione ai
minimi, la crescita era elevata e continua, eventuali crisi momentanee
e locali (come la crisi finanziaria asiatica del ‘98) erano brillantemente
superate, c’era grande fiducia in Greenspan come supervisore del
sistema finanziario americano e, di conseguenza, internazionale.
Internet e la tecnologia aggiungevano euforia a questa situazione, portando
le quotazioni agli estremi.
All’apice della bolla, si era disposti a pagare qualsiasi prezzo per titoli appena
quotata, che non facevano ancora utili e, alcuni, avevano anche vendite irrisorie.
Il tempo, come sempre, ha riportato alla realtà. La bolla è implosa ed il
Nasdaq ha raggiunto livelli enormemente più bassi. Come detto, ai minimi
del 2009 arrivò anche a quota 1300 punti ed ora, anche dopo l’elevato rialzo
degli ultimi 12 mesi, siamo a quota 2400 punti, cioè sotto del 50% rispetto
ai picchi del 2000.
Ad un rialzo del 10% annuo composto (una buona progressione), ci vorrebbero
ancora 7 anni e mezzo per ritornare ai livelli di allora.
La cosa interessante, comunque, è che mentre il Nasdaq si è dimezzato,
le aziende che lo compongono hanno continuato nel loro lavoro, espandendosi,
crescendo, migliorando fatturato, utili e cash flow.
Aziende come Cisco, Oracle, Intel, Microsoft e tante altre, sono oggi più di allora
leader dei loro settori, alcune hanno posizioni di quasi monopolio ed ogni anno
producono montagne di cash flow, sono prive di debiti e piene di liquidità.
Allora c’era un eccesso verso l’alto. Oggi puo’ esserci un eccesso verso il basso.
A parere del sottoscritto, il Nasdaq nasconde oggi ottime opportunità e i titoli
tecnologici sono tra quelli con i migliori fondamentali.
In un prossimo post, vedremo proprio uno di questi titoli che è stato, nell’ultimo
anno, uno dei migliori “performer” all’interno del nostro servizio premium
Trend e Strategie di Investimento.
Considerazioni “contrarian” - Parte 2 - Perché il Giappone puo’ essere un’opportunità
Nel precedente post, ho scritto che, in ottica contraria, uno dei
migliori momenti per vendere un investimento è quando tutti ne
parlano, mentre uno dei migliori momenti per comprare è
quando nessuno consiglia di comprare un investimento.
Sinceramente, in questo momento non trovo un altro investimento
di cui si parli meno rispetto al Giappone.
Da un punto di vista fondamentale, la sottovalutazione è evidente,
con i titoli della Borsa che trattano mediamente ad 1.4 volte il book
value.
In termini di risultati, lo scorso anno l’indice giapponese Nikkei225
raggiunse il minimo, ad un livello inferiore al picco dell’89 dell’80%.
Ancora oggi, nonostante l’ottimo rally, l’indice giapponese è ancora
sotto del 70% rispetto al suo picco storico di fine anni ‘90.
Tre elementi interessanti sul Giappone:
1 – Il nuovo governo giapponese è intenzionato a ridurre la burocrazia,
favorire le piccole e medie imprese e rilanciare la crescita economica.
Anche negli anni ‘80, in America, il nuovo Bull Market fu favorito da una
nuova amministrazione, vedremo se sarà la stessa cosa per il Giappone.
2 – Gli investitori istituzionali hanno per lungo tempo ignorato il Giappone,
date anche le scarse performance. Generalmente i “Tori” partono con
pochi volumi e quindi, anche nel caso giapponese, potrebbe iniziare senza
la larga partecipazione degli istituzionali. Ma se si verificherà nei prossimi
mesi ed anni un’extra-performance rispetto agli altri mercati, gli istituzionali
arriveranno, fornendo ulteriore liquidità al mercato.
3 – I cittadini giapponesi da tempo sono fuori dal loro mercato domestico,
visti i migliori risultati ottenibili sui listini esteri e, tendenzialmente, sono carichi
di bond. Anche qui, se l’indice domestico dovesse ripartire, molti tornerebbero
ad investire in casa, fornendo ulteriori risorse al rialzo.
Negli ultimi tempi il Giappone ha iniziato a sovraperformare gli indici europei.
Ritengo il Giappone, in questo momento, uno dei migliori mercati da
monitorare e su cui iniziare ad investire. All’interno del nostro servizo
premium Trend e Strategie di Investimento abbiamo già iniziato da qualche
mese una posizione sul Giappone tramite un ETF e per il momento i risultati
sono piuttosto buoni.
Considerazioni “contrarian” - Parte 1 - Perché la Cina puo’ essere rischiosa come investimento
Uno dei migliori momenti per vendere un investimento è sicuramente
quando tutti ne parlano.
Quando questo accade, è probabile che tutti vogliano questo
investimento ed il prezzo tende quindi ad essere piuttosto alto.
Gli esempi del passato, ovviamente, sono innumerevoli: tecnologia nel
2000, real estate a metà anni 2000, petrolio a metà del 2008.
Ovviamente, il corollario di questo è che un investimento puo’ essere
comprato bene e a prezzi bassi quando nessuno ne parla.
Questa considerazione puo’ essere impiegata guardando a due aree
dell’azionario che si presentano, attualmente, abbastanza agli “antipodi”
come sentiment: da un lato la Cina, dall’altro il Giappone.
La Cina è da tutti considerata come la potenza del futuro, un paese
che cresce a ritmi elevatissimi che fanno invidia a tutto il mondo e che,
anche durante la crisi del 2008 e 2009, ha continuato a crescere discretamente.
La Cina sembra che difficilmente possa avere problemi con la sua economia
e, quindi, con il suo mercato borsistico. Il paese non solo cresce a ritmi impressionanti,
ma è anche un grandissimo esportatore ed è pieno di riserve di valuta estera,
soprattutto titoli USA, che potrebbe usare in caso di bisogno.
Tuttavia, questo non necessariamente elimina i rischi.
Michael Pettis, professore alla Columbia University ed ex-operatore di Wall Street,
ha individuato nella storia altri due paralleli con la situazione cinese che non sono
terminati affatto bene. Il primo furono gli USA degli anni ‘20, il secondo proprio
il Giappone negli anni ‘80.
In questi periodi, entrambi i paesi erano grandi esportatori, pieni di riserve in
valuta, con una economia ed un mercato azionario cresciuto enormemente nel
periodo precedente. Ed entrambe queste economie avevano un’altra cosa in comune
con la Cina attuale: la creazione di un volume spaventoso di credito nel periodo
precedente.
Questa espansione creditizia portò alla creazione di un eccesso di capacità
produttiva che in seguito non riuscì ad essere pienamente utilizzata. Il tutto terminò
con le “Lost Decade” in entrambi questi paesi (in Giappone si ebbe una caduta più
modesta ma più lunga).
Questo ovviamente non significa che la Cina seguirà lo stesso percorso. Tuttavia,
oggi c’è una notevole tendenza a non vedere rischi in Cina grazie alla robusta crescita
e alle notevoli riserve estere. La storia degli USA degli anni ‘20 e del Giappone negli
anni ‘80 mostra che questo non garantisce nulla.
Passando dall’economia al mercato azionario, vediamo in primis che c’è troppa
confidenza sulla Borsa cinese. In secondo luogo, anche un grande sostenitore della
Cina come Jim Rogers ha recentemente affermato che non sta più comprando azioni
cinesi (per l’esattezza, ha detto che non sta comprando da diversi mesi, ma comunque
non sta nemmeno vendendo).
Infine, consideriamo che negli ultimi mesi la Borsa cinese sembra avere meno forza
e sta sottoperformando altri mercati.
Potrebbero essere segnali di indebolimento? Difficile da dire. Fatto è che in questo
momento non esagererei nell’esposizione sulla Cina. Non dico nemmeno di eliminare
completamente i propri investimenti su questo paese, ma meglio operarvi tramite
qualche ETF diversificato che, insieme alla Cina, detenga anche altri paesi emergenti.
Ad esempio, all’interno del servizio premium Trend e Strategie di Investimento abbiamo
una posizione sull’ETF Ishares MSCI Emerging Markets che è sì esposto sulla Cina,
ma anche su Brasile, Russia, India ed altri paesi emergenti.
Per contro, da un punto di vista “contrarian”, il Giappone puo’ essere piuttosto
interessante. Vedremo il perché nel prossimo post.
Perché la curva dei rendimenti è un ottimo indicatore della recessione
Nell’ultimo post abbiamo visto come la “Yield Curve” sia un ottimo indicatore,
forse il migliore visto il suo “track record” quasi perfetto, per capire quando
ci avviciniamo ad una recessione e quando, invece, ne stiamo per uscire.
Oggi cerchiamo di capire perché questo indicatore è capace di
segnalarci tutto ciò.
Il motivo sta nella politica monetaria che, in un regime di “fiat money”
(cioè moneta cartacea non garantita da asset reali), è determinante
nell’indirizzare i livelli di attività economica.
Il punto di partenza è una curva positiva, con tassi a breve bassi e
tassi a lungo più elevati. In questa situazione, abbiamo un’economia
che cresce, sostenuta dalla politica espansiva delle banche centrali che,
manovrando i tassi a breve, li tengono bassi.
I tassi a lungo termine, invece, non sono sotto il diretto controllo delle
banche centrali ma si formano sul mercato. Il mercato, in questa fase, si
aspetta un’inflazione più alta in futuro per via dell’espansione monetaria attuale.
Più avanti, l’inflazione inizia effettivamente ad emergere e le banche centrali
iniziano a far venir meno la loro politica espansiva aumentando i tassi. La cosa
va avanti per un po’, ma ad un certo punto, il mercato inizia a recepire che,
venendo meno l’espansione monetaria, l’economia inizierà a soffrire in futuro.
Mentre le banche centrali sono ancora impegnate ad alzare i tassi
preoccupate dall’inflazione, il mercato porta i tassi a lungo sempre
più in basso, fino a che arrivano persino sotto i tassi a breve. Di lì a
qualche mese, la recessione anticipata dal mercato si materializza.
A questo punto, si riparte. Le banche centrali hanno ora una nuova
preoccupazione: non più l’inflazione, ma la crescita economica. I tassi non
vengono più alzati e si inizia lentamente ad abbassarli. Se la crisi è poi
grave come quella del 2008, i tagli sono molto forti e violenti.
Alla fine si tornerà al punto visto all’inizio: i tassi a breve molto bassi,
mentre il mercato inizia ad anticipare l’inflazione futura e quindi i tassi a
lungo termine salgono. In genere, tempo qualche mese, la recessione finisce
e parte un nuovo ciclo espansivo.
La Scuola Austriaca dell’economia aveva individuato già da tempo questo
fenomeno indicandolo con il nome di “Boom and Bust” dovuto al ciclo del
credito nell’ambito dell’Austrian Business Cycle.
Come detto nell’ultimo post, se la storia è di qualche guida come generalmente
è, dovremmo essere quasi sicuramente fuori dalla recessione. In ogni caso,
tenere gli occhi aperti non guasta.
