Archive for febbraio, 2012

Il prezzo dell’oro nel 2012: tre rischi reali

Il prezzo dell’oro nel 2012: tre rischi reali

Di Adrian Ash – BullionVault

I nostri lettori più assidui sanno che l’oro può rendere le crisi in
qualche modo divertenti. I sostenitori del bull dell’oro sono stati così
tranquilli negli ultimi anni, che qualcuno avrà gioito al crollo dei
prezzi del 20% avvenuto a fine 2011.

“Riteniamo che il picco avverrà verso la fine di quest’anno o forse durante
la prima metà dell’anno prossimo” ha dichiarato Neil Meader, direttore di
ricerche per GFMS, la società di consulenza sui metalli preziosi acquisita
dalla Thomson-Reuters nel 2011.

L’elemento che scatenerà l’ascesa finale dell’oro e quindi il declino?
“Qualsiasi indicazione data ai mercati che gli sbilanci struttuali e i
vari problemi che le valute stanno affrontando appartengono al passato, e
che ci stiamo muovendo verso una fase successiva rispetto alla crisi
finanziaria in corso” ha dichiarato Meader intervistato da TheStreet,
dopo il lancio avvenuto martedì scorso a New York del Gold Survey Update,
l’ultimo report di GFMS.
A prescindere dal rischio insito nella previsione, gli investitori in oro
dovrebbero essere contenti che uno dei fornitori di dati ed analisi più
autorevoli al mondo stia prendendo in considerazione l’eventualità che
il bull dell’oro finisca. Tale vento sarà comunque inevitabile, e quindi
non può che essere saggio considerarlo in maniera razionale.

In particolare, continua Meader, “un segnale manifesto al quale si dovrà
fare attenzione è il rialzo dei tassi di interesse. I tassi di interesse
bassi sono una condizione necessaria affinché gli investimenti in oro
siano appetibili.”
Il punto è che il rischio di tassi di interesse più alti durante il
2012 sembra essere allo stesso livello dei tassi stessi, ovvero a zero.
Anche nei casi in cui il costo del denaro o il rendimento sui depositi
sia positivo, non è così se si conta l’inflazione. E come noi di
BullionVault non ci stanchiamo di ripetere, è quel tasso (il tasso di
interesse reale al netto dell’inflazione) che conta veramente quando
si considera il ciclo di domanda e offerta dell’oro.

Movimento del prezzo dell’oro in USD al netto dell’inflazione

1970-1980 0,41% + 806%
1980-1990 5,03% – 61%
1990-2000 3,57% – 47%
2000 – 2011 1,66% + 303%

Si nota quindi che gli investitori tendono a preferire l’investimento
in oro quando i conti deposito non stanno al passo con l’inflazione.
Ecco spiegata l’ascesa decennale del prezzo dell’oro, non solo contro
il dollaro ma contro tutte le valute. Il grafico in alto, che si
riferisce al Global Gold Index (GGI), lo mostra chiaramente.

Il Global Gold Index misura il prezzo dell’oro contro un paniere
costituito dalle dieci valute che sottendono le dieci economie più
importanti al mondo. Le proporzioni sono soppesate, quindi il dollaro
ha la percentuale maggiore, poi viene l’euro, lo yuan, lo yen, la
sterlina e così via. Il GGI è crescito di 5 volte negli scorsi dieci
anni, tanto quanto l’index S&P delle 500 compagnie più importanti
negli USA. Diversamente dallo S&P 500 però, l’oro non era già
cresciuto di 5 volte nei 15 anni precedenti.

La storia insegna che i bull market non durano all’infinito. GFMS
hanno notato che “il prezzo dell’oro prima o poi cambierà direzione”.
Lasciando per un attimo da parte l’ipotesi di una fine prossima del
bull dell’oro, ecco tre elementi che chi ha deciso di investire in
oro deve tener d’occhio durante il 2012:

1. L’Europa
L’oro offre un’assicurazione unica contro il default o la svalutazione,
perché non può essere creato o distrutto e, purché lo si possegga
fisicamente, non dipende dall’affidabilità di nessuno. A breve termine,
però, una contrazione del credito potrebbe avvantaggiare il dollaro e
creare una crisi di liquidità sul mercato dei derivati, inclusi i
futures sull’oro. Ripetendo l’impatto del crollo di Lehman nel 2008,
la contrazione del credito in Europa durante la seconda metà del 2011
ha provocato il collasso di MF Global, che a sua volta ha causato la
caduta delle posizioni speculative del mercato dei futures dell’oro
negli Stati Uniti. Questo tipo di situazioni influiscono negativamente
sul prezzo dell’oro nel breve termine, anche se la richiesta di oro
da investimento (lingotti e monete) continua a salire per timori legati
alla situazione politica e monetaria.

2. La Cina
Il gigante asiatico sembra essere solo un bene per il prezzo dell’oro.
Diversamente dalle previsioni sia nostre che della GFMS, la Cina non
ha superato l’India nel 2009 e probabilmente rimarrà al numero due per
quanto riguarda la richiesta di oro fisico anche durante il 2012. Si
consideri però che diversamente dagli investitori occidentali, la
richiesta d’oro dei privati in Cina mostra un chiaro e significativo
collegamento positivo con la crescita economica (e nessuno sa ancora
quale potrebbe essere l’effetto di una contrazione del credito sulla
domanda in quella che è stata finora la nazione più avida di oro fisico).
La nostra previsione è che un credito limitato non favorirà l’oro.
La risposta di Pechino potrebbe favorirlo, però, se il 2008-2009 è
un’indicazione significativa.

3. Volatilità
Forte nel 2011, la volatilità del prezzo dell’oro è stata comunque
contenuta rispetto a quella del mercato azionario americano. Si tratta
di una magra consolazione, per chi ha acquistato oro sperando di dormire
sonni tranquilli. Possedere oro fisico significa evitare rischi legati
al credito, non legati al prezzo. Questo è il vantaggio rispetto a molti
prodotti finanziari di oggi, ma chi ha scelto di custodire la propria
ricchezza nell’oro fisico, sappia che la crescente volatilità è
notoriamente un deterrente per gli acquisti privati in India, la nazione
di maggiore richiesta al mondo. Le importazioni sono cadute dell’8% in
volume durante il 2011, a causa di un quasi-collasso negli ultimi 3 mesi.
C’è anche un chiaro rischio che, dopo una crescita continua anno dopo
anno dal 2001, la volatilità del prezzo possa dissuadere anche gli
investitori occidentali. Dopotutto l’oro dovrebbe essere un porto sicuro
in ogni condizione, ma nella seconda metà del 2011 ha mancato tale
obiettivo, nonostante il suo valore sia triplicato negli ultimi cinque
anni.

Le considerazioni che abbiamo fatto oggi basteranno per tener svegli
per quanlche notte chi ha comprato oro. Per quanto riguarda domani,
ci sono tanti altre minaccie alla propria ricchezza di cui preoccuparsi.
È molto improbabile che l’incremento dei tassi di interesse e dei
rendimenti sui conti deposito possa essere uno di questi.

Pubblicato da Bullion Vault

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Oro, una corsa lunga 10 anni

Da oggi iniziamo una collaborazione con la sezione italiana di
BullionVault, uno degli operatori più importanti nel settore del
trading di oro fisico.

Molto spesso, in passato, a chi mi chiedeva come comprare oro fisico
ho suggerito di farlo tramite Bullion Vault, a mio avviso uno degli
operatori migliori per acquistare e detenere oro fisico ad un costo
basso.

Da oggi pubblicheremo, di tanto in tanto, dei contenuti editoriali
provenienti da Bullion Vault. Buona lettura.

Oro: una corsa lunga 10 anni

Di Adrian Ash – BullionVault

Gli anni dopo la crisi del 2008 hanno visto il prezzo dell’oro raddoppiare.
I titoli di giornale a questo riguardo si sono moltiplicati e di pari passo
gli investimenti in oro. La crisi nel frattempo, va avanti e muta. Non si
dimentichi però che dal 2001 al 2007 l’oro era già triplicato di valore: se
l’aumento di prezzo era da leggere come un allarme per quello che sarebbe
accaduto a breve, è lecito domandarsi cosa significhi il forte rialzo avvenuto
nel 2011 fino ad oggi.

Molti elementi sono stati chiamati in causa per spiegare il bull dell’oro
degli ultimi dieci anni: il prezzo stesso dell’oro, svalutato all’inizio della
scorsa decade, gli eventi destabilizzanti dell’undici settembre, lo scoppio
della bolla .com, la crescita del debito americano. Il prezzo dell’oro è oggi
ben al di sopra della media storica, sia come bene di consumo che come
investimento. Le presidenziali statunitensi del prossimo anno potrebbero vedere
l’oro come uno degli elementi politici chiave, proprio mentre alcune voci
chiedono (per quanto vanamente) che si ritorni al sistema aureo. Per il momento
l’oro rimane un fenomeno esclusivamente monetario, e non politico. Questo è
confermato dalla scarsa reazione del prezzo dell’oro nei momenti della crisi
in Ossezia, nel 2008, e durante la più recente Primavera araba.

In questa ottica si comprende l’influenza dell’annuncio delle Banche centrali
avvenuto nel 1999 con il quale si impegnavano a limitare le vendite complessive
di oro sui mercati ufficiali, e a dare un preavviso di quando sarebbe avvenuta
la vendita. Ricordiamo che le vendite delle Banche centrali europee sono state
per molti anni un’importante risorsa sul mercato internazionale dell’oro.

Per quanto riguarda la produzione, le industrie minerarie hanno raggiunto nel
2010 un record che ha raggiunto un solo precedente nel 2001. Fino all’anno
scorso la richiesta veniva quindi soddisfatta dai flussi provenienti dalla
raccolta di oro usato. La richiesta di oro fisico è in crescita sopratutto in
Asia, basti pensare che durante il 2010 la domanda combinata di Cina e India,
ovvero le due nazioni con la maggiore richiesta al mondo, è stata il doppio
della domanda combinata di Europa, Medio Oriente e Nord America. La crescita
economica nei due paesi asiatici spinge i privati a risparmiare: l’oro da
investimento, in proporzione agli altri strumenti di risparmio, ha più che
raddoppiato dal 2001, raggiungendo il 2%. Chiunque si aspetti una sorta di
goldmania tra gli investitori americani o europei, sta probabilmente guardando
nel continente sbagliato.

Già dal 2005, diversi analisti avevano previsto che la crescita dei salari
in Asia avrebbe modificato le abitudini di consumo e introdotto nuovi servizi
finanziari. Il ruolo dell’oro però non è cambiato: conserva un significato
religioso e simbolico profondo sopratutto nel subcontinente indiano, mentre
in Cina, dove non ha connotazioni strettamente religiose, è considerato un
acquisto di buon auspicio. La liberalizzazione del mercato dell’oro in Cina,
cominciata nel 2002 con l’apertura del Shanghai Gold Exchange, segna un passo
importante e dimostra che Pechino intende favorire la diversificazione dei
risparmi attraverso il metallo giallo. Si rimane in attesa dei dati delle
nuove acquisizioni della Banca Popolare Cinese, ma il consumo dei privati in
Cina è altrettanto importante, tanto che la domanda complessiva dei privati
in Cina negli ultimi due anni è pari alle riserve nazionali.

Per quanto molte ragioni per investire in oro possano essere differenti per
un risparmiatore orientale e occidentale, c’è un fattore critico in comune:
i rendimenti reali negativi dei conti correnti e risparmio. Gli interessi
offerti dalle banche sono anche il comune denominatore tra questo bull
dell’oro e quello degli anni ’70. Se i propri soldi perdono valore anno dopo
anno, ci si trova costretti a trovare qualcosa di più affidabile per
conservare il potere d’acquisto: l’alternativa ovvia è l’oro, grazie alla
sua tradizione di 5.000 anni come strumento per conservare intatto il valore
dei propri risparmi. L’appeal dell’oro cresce man mano che gli strumenti di
investimento basati sul debito si indeboliscono.

Due crolli dei mercati azionari, e lo scoppio della bolla immobiliare negli
Stati Uniti hanno aiutato l’oro a brillare ancora di più. Un ulteriore
elemento a favore è stato l’ingresso degli ETF, che ha reso estremamente
semplice l’esposizione al prezzo dell’oro, agevolando sopratutto i fondi di
investimento USA che non possono acquistare direttamente il metallo fisico.

L’affermazione che l’oro sia in una bolla circola almeno dal 2009, e da
allora il prezzo è salito di $1000 all’oncia. Se si considera l’andamento
del prezzo dell’oro dal punto di vista dell’analisi tecnica, si noterà che
il prezzo dell’oro non presenta movimenti straordinari. Durante gli ultimi
40 anni, la crescita anno su anno rimane comunque al di sotto della lettura
“2-sigma” che ha caratterizzato le principali bolle: quella del mercato
azionario in Giappone, quella del Nasdaq e la più recente che ha riguardato
il mercato immobiliare statunitense.

È bene ricordare che le porzioni dedicate all’oro nei portafogli di
investimento rimangono ai minimi storici, sopratutto se paragonate ai due
momenti di depressione economica del ventesimo secolo, quando preservare
il capitale (e non il profitto) divenne la priorità. A metà degli anni ’30
e a metà degli anni ’80 l’oro era rispettivamente un quinto e un quarto
della ricchezza finanziaria globale. Oggi siamo a circa il 4%. Negli Stati
Uniti la percentuale dell’ultimo decennio conta per circa l’1%.

In che modo le cose potrebbero cambiare durante il 2012? Tra il 1980 e il
2000 l’oro ha perso più dei 4/5 del potere d’acquisto, e ciò è avvenuto
nonostante l’inflazione crescesse di oltre il 10%. La differenza con la
situazione attuale era che i bond governativi USA pagavano in media un
ritorno reale del 4% e in Inghilterra i conti bancari garantivano rendimenti
in percentuali ancora più alte di quelle dell’inflazione. Ciò che ha fermato
la corsa dell’oro durante l’ultimo bull sembra quindi ancora molto lontano,
né lo scenario di crisi e incertezza che ha portato il prezzo ai livelli di
oggi sembra doversi sistemare nel prossimo futuro.

(Articolo già apparso sul Financial Times Advisor)

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Roubini vede 4 rischi

Nouriel Roubini, che divenne famoso per aver previsto
la crisi subprime (non fu l’unico, non fu il primo,
fu sicuramente colui che vendette meglio la previsione),
e’ tornato a parlare dell’economia globale.

Su questo argomento, il “guru” vede quattro grandi rischi:

1 – L’eurozona è in recessione ed anche profonda. In primo
luogo, la recessione è pressochè ovunque nei paesi periferici,
ma ora inizia a presentarsi anche in Francia e Germania

2 – La Cina e il resto dell’Asia stanno rallentando. E stanno
calando sia le importazioni, sia, soprattutto, le esportazioni.

3 – L’America sta andando sorprendentemente bene, ma c’è
il rischio che questi dati positivi siano al picco.
Le restrizioni fiscali aumenteranno nel 2012 e 2013 e
questo sicuramente avrà un impatto, probabilmente negativo,
sull’economia.

4- Stanno aumentando i rischi geopolitici in Medio Oriente,
in particolare tra Iran ed Israele. Il rischio di conflitto
armato è, secondo Roubini, basso, ma questa escalation potrebbe
avere effetti negativi sull’economia.

Tutti questi quattro punti possono essere sostanzialmente
condivisibili.

Come investitori, tuttavia, ricordate che un’economia debole
non necessariamente significa un mercato Orso sui mercati.

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Perchè i mercati sono saliti a gennaio?

L’inizio di gennaio è stato davvero folgorante per i
mercati e molti indici gsono fortemente in rialzo.

Il nostro indice domestico, molto colpito nel 2011, a
gennaio ha guadagnato oltre 8 punti.

Sicuramente un rimbalzo dopo le forti discese iniziate
in estate e, forse, qualcosa di positivo per il futuro.

Ricordo che tra novembre e dicembre, in piena crisi
dell’euro, mi sono arrivate molte mail che mi chiedevano
se non fosse il caso da uscire da tutto visto quello
che stava accadendo.

Nei limiti del possibile, io ho sempre cercato di rassicurare
e di suggerire di tenere duro, a patto di avere in
portafoglio i giusti titoli.

Quello che vedevo osservando i mercati, era una situazione
europea molto grave, ma questo era conseguenza della natura
stessa dell’area euro e delle moneta unica. Una moneta nata
con delle storture e situazioni del genere erano inevitabili
e probabilmente altre simili, o anche peggiori, ne avremo in
futuro.

Ma tendenzialmente, vedevo una crisi locale.

Altre aree hanno sicuramente subito l’influsso della crisi
europea (del resto, in aggregato l’UE è la prima potenza economica
al mondo), tuttavia mi sembrava che, nonostante tutto, la
recessione non le avrebbe colpite troppo.

Gli USA non dovrebbero andare in recessione nel 2012. Anzi, i
dati usciti venerdì sui posti di lavoro sembrano addirittura
suggerire un rafforzamento dell’economia.

I paesi emergenti, invece, stanno rallentando. Ma non in modo
disastroso. Almeno per ora.In questa situazione, tenere gli
investimenti in paesi fuori dell’area euro avrebbe comunque
dovuto ripagare bene. Anzi, quella fase di ribasso poteva
persino essere occasione per qualche nuovo investimento.

Attualmente, questa politica ha dato buoni frutti.

Nell’Asset Allocation Dinamica del nostro servizio premium
Trend e Strategie di Investimento, ben 14 posizioni su 15 sono
in attivo. E l’unica che non lo è, si torva sostanzialmente
in parità.

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Un buon mercato internazionale in cui investire

Questo e’ sicuramente un buon momento per le Borse.

Ma se si volesse scegliere la Borsa di qualche singolo
paese per investire, quale scegliere?

Tra i vari mercati internazionali, in questo momento vedo
piuttosto positivamente l’Australia.

Perchè questo?

Per una serie di ragioni.

Una delle maggiori è che il dividend yield delle azioni
australiane si sta ora avvicinando al 5%. Un livello che
non si vedeva dagli anni ’90 (ad eccezione di un breve
periodo nel 2009 in occasione del fortissimo Bear Market).

In tutti gli investimenti del mondo, è molto difficile trovare
uno yield del 5%. Non pagano il 5% i titoli di stato
di quasi nessun paese sicuro (per intenderci i paesi AAA o AA),
non l’indice S&P500, non gli indici europei, nonostante il forte c
alo di questa estate.

In genere il capitale si sposta dove è trattato meglio e con uno
yield del 5%, l’Australia è uno dei paesi al mondo che lo sta
trattando meglio.

Inoltre, il rapporto P/E dell’indice australiano è a livelli
bassi dal punto di vista storico.

All’interno di Trend e Strategie di Investimento da molto tempo
siamo investiti su un ETF che ha l’Australia come componente
principale e mi aspetto che questo ETF possa correre ancora molto.

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Il Nasdaq è ai massimi degli ultimi 11 anni

Con il rialzo dello scorso venerdì, il Nasdaq ha raggiunto
i massimi degli ultimi 11 anni.

Infatti, il precedente top raggiunto alla vigilia della crisi
del 2008 è stato superato. Ora restano i massimi della bolla
tecnologica precedente al Bear Market del 2001, ma quelli per
ora sono piuttosto lontani.

La rottura dei precedenti massimi può segnalare che un nuovo
Bull Market è in formazione?

Presto per dirlo.

Magari è una falsa rottura, ma sicuramente è incoraggiante.

Del resto, le aziende del Nasdaq sono posizionate benissimo.

Hanno un grande vantaggio competitivo nei rispettivi settori,
realizzano utili elevatissimi e in crescita e, soprattutto,
sono ricchissimi di cash e liquidità.

Personalmente, avevo visto queste buone caratteristiche già
da qualche tempo e per questo avevo aggiunto nel portafoglio
portafoglio del nostro servizio premium Trend e Strategie di Investimento
un ETF sul Nasdaq.

I risultati sono stati fino ad ora ottimi, dato che su questo ETF
siamo in progresso di ben 30 punti percentuali.

E, a mio avviso, le valutazioni sono ancora più che buone, quindi
non dovrebbe essere troppo tardi per entrare, anche se probabilmente
i “soldi facili” sono già stati fatti.

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Le azioni americani sono piuttosto economiche ora.

Le azioni americane, secondo i tradizionali parametri di
valutazione P/E, P/Book Value e Dividend yield, sono ai
livelli più bassi dal 1990.

All’inizio del 2012, il rapporto P/E è intorno a quota 13,
inferiore alla media storica degli ultimi 80 anni (che è
intorno a 15) ed inferiore ai multipli che ci sono stati
negli ultimi 20 anni.

Ovviamente sto parlando del rapporto P/E dell’anno, non quello
avente come divisore del rapporto gli utili medi degli ultimi
10 anni, che in ottica di lungo periodo e di cicli secolari
è forse più significativo.

In ogni caso, anche il semplice rapporto P/E può essere interessante
da valutare.

Per ritornare da questo livello di circa 13 alla media storica di 15,
l’indice S&P500 dovrebbe raggiungere quota 1.484 punti.

Ma non finisce qui.

Il rapporto P/BV (BV = Book Value, cioè patrimonio netto) è ora
pari a 2,03, inferiore rispetto alla media storica dagli anni ’70
ad oggi, che è 2,43. Per tornare in linea con le valutazioni medie
per quanto riguarda questo parametro, l’indice S&P500 dovrebbe
raggiungere 1.491 punti.

Infine, ora il dividend yield dell’indice S&P500 è superiore al
rendimento del Treasury decennale. Ad eccezione di una breve
parentesi nel 2009, questa cosa non accade dal 1960. Anche qui,
per ritornare ad un dividend yield pari al rendimento decennale
del titolo del Tesoro USA le quotazioni dovrebbero raggiungere
1.410 punti.

Ora, il punto non è se l’indice potrà arrivare a 1.410 punti o
a 1.491 punti. L’indice potrebbe pure perdere il 20% dai livelli
attuali. Il punto è che le tradizionali misure di valutazione
mostrano che il mercato azionario in questo momento non è
particolarmente caro e ha ancora un discreto “upside”

La cosa a cui si deve prestare attenzione, a questo punto, è
se i livelli attuali di utili, dividendi e book value delle
società, non siano a livelli di picco.

Dopo soli due anni dalla recessione del 2009, a mio avviso è
troppo presto per dire che siamo in fase di picco.

Certo, l’Europa quest’anno entrerà, molto probabilmente, in
recessione e quindi sul fronte europeo la ripresa può dirsi
esaurita. Ma molte altre aree del mondo non dovrebbero entrare
in recessione e, soprattutto, non dovrebbero farlo gli USA.

Quindi gli utili societari delle corporations, che operano a
livello internazionale, dovrebbero tenere discretamente e
potrebbero crescere ancora.

I mercati sono un gioco di probabilità. Nulla ci dice che non
possano arrivare altri crolli, ma il fatto che le valutazioni ora
non siano particolarmente care mette le probabilità leggermente
a favore dei rialzisti.
Il fatto, poi, che la FED continui con la sua politica monetaria
espansiva ed ora anche la BCE sembra aver iniziato ad essere più
accomodante, potrebbe sostenere l’economia internazionale e
tenerla così fuori dal rischio di recessione globale.

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