Archive for settembre, 2010
Perché il recente rally delle Borse non è del tutto infondato
In molti stentano a spiegare il recente rally delle Borse, considerando
lo stato generale dell’economia e i dati macro non sempre particolarmente
positivi.
Tuttavia, io ritengo invece il recente rally ben fondato e sono convinto che,
a lungo termine, le Borse possano ancora avanzare.
E’ vero che questa affermazione può non trovare molti d’accordo. In fondo,
leggendo giornali o siti internet questi ci ricordano in continuazione che
l’economia è in difficoltà, che la disoccupazione è elevata, che le banche
hanno molti problemi sia in Europa che negli USA, che alcuni paesi
europei potrebbero andare ulteriormente in difficoltà.
Ma queste sono cose ormai note e dovrebbero essere prezzate
adeguatamente nei corsi azionari.
L’aspetto interessante è che quando il sentiment è negativo come lo è
in questo momento, generalmente non è un buon momento per vendere
azioni, ma per comprarle.
Inoltre, a livello fondamentale attualmente il multiplo degli utili P/E non
è molto più alto di quando non fosse a marzo 2009, quando iniziò la
forte salita dei listini. Infatti, nonostante il notevole aumento dei prezzi,
anche gli utili sono cresciuti nello stesso periodo e sono cresciuti a
ritmo record.
Conosciamo tutti i potenziali rischi del momento a livello macroeconomico
che potrebbero portare ad un nuovo storno dei listini.
Quello che molti non considerano, pero’, sono gli elementi positivi.
Quali?
Ecco un elenco comunque parziale:
1 – Molte grandi società sono piene di liquidità che potranno usare per
espandere il business o remunerare gli azionisti.
2 – Con i tassi praticamente a zero, molte corporations possono usare
la leva a costi molto bassi. Il basso costo del capitale, inoltre, potrebbe
spingere a nuovi e consistenti piani di buy back di azioni per sostituire
capitale proprio con il poco costoso capitale di debito ed il riacquisto
di azioni proprie spinge verso l’alto gli utili per azione anche se la crescita
degli utili contabili resta bassa.
3 – I bassi tassi di interesse possono incentivare nuove operazioni
straordinarie su vari settori.
4 – L’inflazione bassa non pone molti rischi sulle aziende circa aumenti
dei costi di produzione
5 – I multipli degli utili non sono a livelli eccessivamente alti
6 – Molte corporations si sono ristrutturate ed hanno oggi strutture più
snelle ed efficienti. Anche marginali aumenti di fatturato possono impattare
notevolmente sugli utili.
La mia idea è che in questo momento è preferibile comprare azioni anziché
venderle. I mercati si muovono in modo casuale, quindi non posso garantire
che nel breve ci sarà una salita dei listini, tuttavia date queste condizioni
preferisco essere dalla parte di chi guadagna da un rialzo piuttosto che da
quella di chi guadagna con un ribasso.
In futuro ci saranno ancora storni, discese, volatilità. Ma il rialzo non è
pretestuoso. Nel 2000, ai massimi storici e con gli indici che quotavano
multipli record oltre 40 tutti parlavano di azioni, soprattutto di quelle
tecnologiche e tutti facevano a gara per comprarle. Oggi, con valutazioni
molto più ragionevoli tutti si aspettano che i listini vadano a zero.
Se allora i mercati anziché salire scesero, questa volta il mercato potrebbe
nuovamente sorprendere il sentiment generale e, nella fattispecie, muoversi
verso l’alto.
Interessanti evoluzioni monetarie
C’è qualcosa di interessante nello stato americano del Michigan. Sembra
che in questo stato si stiano sviluppando monete alternative al dollaro,
in competizione con il biglietto verde. Mentre le banche e gli uffici
pubblici, ovviamente, debbono essere sempre pagati in dollari, molti
“small business” accettano anche altre monete, come ad esempio l’oro e
l’argento.
In altri termini, sembra essere possibile pagare determinati acquisti, se accettati
dall’esercente, tramite questi metalli (o altre forme di pagamento). Qui l’articolo
completo: http://www.connectmidmichigan.com/news/story.aspx?id=481793
Questo si aggiunge all’intenzione della Malaysia di introdurre una moneta legale
d’oro e d’argento, il gold dinar e il silver dirham in una regione del paese. Il governo
pagherà i lavoratori pubblici con il dinaro d’oro e accetterà queste valute in pagamento.
Altre 600 imprese commerciali accetteranno queste valute.
Qui l’articolo completo: http://fmxconnect.com/fmxmetalsconnect/post/2010/07/19/Guardian-Can-Malaysias-
Personalmente non credo che nell’immediato futuro faremo spesa con lingotti
d’oro o d’argento, ma di certo questi esperimenti segnalano una certa insofferenza
verso le monete cartacee, che sono considerate troppo facilmente inflazionabili.
Entrambi gli articoli mi portano a ripensare ad una previsione fatta dal think-thank
europeo “Europe 2020”, secondo cui il decennio 2010-2020 vedrà la vittoria
dell’oro nei confronti del dollaro e delle altre valute cartacee.
Mentre aspettiamo gli sviluppi, gli investimenti su oro, azioni aurifere ed altri metalli
preziosi dovrebbero continuare a far bene.
La morte dell’equity.
Nell’edizione dell’8 luglio del Telegraph, importante e famoso
giornale inglese, veniva riportato un articolo dal titolo:
“Why the bond markets are signalling a depression”.
Nello stesso, veniva riportato che, poiché i rendimenti dei titoli
di stato europei sono scesi sotto il rendimento dell’equity
(dividend yield), probabilmente questo segnala l’inizio di una
generalizzata fase di stagnazione economica o peggio, con
conseguente progressiva fuga degli investitori dal “rischio”,
con ulteriori conseguenze negative per il mercato azionario.
Non è l’unico articolo con outlook negativo sui mercati azionari
uscito da quando iniziò il grande Bear Market del 2008.
La cosa interessante e per noi investitori positiva è che questo
genere di articoli sembrano uscire molto frequentemente al termine
di lunghe fasi di discesa dei mercati. Emblematico fu il famoso
articolo che uscì nell’edizione di “Business Week” del 13 agosto
1979 che, appunto, si intitolava “The death of equity”.
Allora, sappiamo bene come andò. Il mercato, all’uscita di
quell’articolo, aveva già visto il peggio e dopo qualche anno
(circa due) di incertezza e titubanza iniziò il più grande bull
market della storia, quello degli anni ’80 e ’90.
E, comunque, anche nel solo 1979 l’indice S&P500 mise a
segno un rialzo a doppia cifra.
Al contrario, difficilmente apparivano articoli di questo tipo
nel tardo 1999 o nei primi mesi del 2000.
Gli operatori finanziari, siano essi investitori o giornalisti, tendono
a proiettare nel futuro l’esperienza degli anni più recenti. Pertanto,
se veniamo da un periodo di ottimismo ed esuberanza, essi
tendono a stimare per il futuro scenari ancora più ottimisti.
Viceversa, se il recente passato è stato negativo, per il futuro si anticipa
ogni sorta di sciagura.
Come investitori, noi dobbiamo cercare di essere immuni da questi
comportamenti. Per farlo, in primo luogo dobbiamo avere la giusta
strategia, basata nel nostro caso sull’asset allocation, che come sappiamo
determina gran parte dei rendimenti che si ottengono dal proprio
portafoglio.
Quindi, nell’ambito dell’asset allocation dobbiamo selezionare ETF
o azioni che abbiano come sottostanti paesi, settori o business con
buone prospettive.
Mettete i paesi emergenti nel vostro portafoglio
Molte persone che sono investite sui mercati azionari (anche
tramite prodotti di scarsa qualità come fondi, polizze legate
ad indici, ecc…) continuano ad essere esposte al mercato
italiano, a quello europeo o a quello USA, mentre ancora
pochi hanno esposizione sui mercati emergenti.
Mentre può avere un senso detenere una parte importante della
propria allocazione azionaria in Europa od USA, personalmente
non comprendo il motivo per cui gli investitori italiani continuino
a guardare al nostro indice domestico e alle nostre azioni, quando
la crescita economica è altrove.
Con una esposizione sul mercato europeo automaticamente si ha
anche un’esposizione sull’Italia, per cui ritengo preferibile dedicare
gli investimenti su singoli paesi o comunque più specifici ai mercati
emergenti.
Il mondo sta cambiando notevolmente. Le comunicazioni più veloci
hanno ridotto le distanze e reso più facile delocalizzare. Come “abitanti”
e lavoratori che abitano in occidente, questo può non piacerci, ma il
mondo è questo e quanto detto sono dati di fatto.
E come investitori, possiamo trarne ampio profitto in due modi.
Il primo, tramite investimenti in Europa o USA, con i quali investiamo
in compagnie di queste aree che si stanno appropriando dei vantaggi
delle delocalizzazioni e dell’apertura di nuovi mercati.
Il secondo, tramite investimenti sui mercati emergenti, le cui aziende
hanno il vantaggio di poter sfruttare un grande mercato interno in crescita,
oltre che una progressiva affermazione a livello internazionale.
Come investire sui mercati emergenti?
Oggi non c’è nulla di più semplice, grazie agli ETF su singoli paesi o intere
aree.
Come ad esempio l’Ishares MSCI Emerging Markets, uno degli ETF da
tempo all’interno del nostro portafoglio dinamico di Trend e Strategie di Investimento
e che sta guadagnando oltre il 50% sul prezzo medio di carico in meno di due anni
di presenza in portafoglio. Questo ETF copre diversi paesi emergenti di tutti i
continenti.
Oppure lo Ishares DJ Asia Pacific Select Dividend, che detiene azioni ad alto
dividendo di paesi come l’Australia, che possono essere considerati maturi
(anche se la crescita è molto più alta rispetto a quella europea), ma anche di
Singapore, Taiwan ed Hong Kong, che sono emergenti.
Passando ai singoli paesi, c’è l’imbarazzo della scelta. Cina, Turchia e Russia,
e poi India, il Brasile, la Malaysia, la Corea del Sud, ecc…
Ognuno di questi ETF permette ad ogni investitore di modellare la propria
esposizione sugli emergenti. Per chi ha poche risorse, meglio comunque
concentrarsi su ETF che offrano esposizioni diversificate almeno per
la parte principale del proprio portafoglio dedicato agli emergenti, limitando
gli investimenti su singoli paesi che, comunque, possono essere presenti.
Chi ha più risorse, puo’ persino costruirsi la propria esposizione lavorando
con ETF di singoli paesi.
In ogni caso, non mancate di inserire questa classe di investimento in
portafoglio, visto che sarà quella destinata a maggior crescita, seppur
con maggiore volatilità.
Un buon strumento per far bene in inflazione e deflazione
Nell’ultimo post ho scritto dell’ormai classico dilemma che divide
economisti ed investitori: “In futuro avremo inflazione o deflazione”?
Ho chiuso quel post anticipando di una classe di investimento che
puo’ essere utile e far bene sia in caso di inflazione che di deflazione.
Sto parlando deii titoli obbligazionari legati all’inflazione, in particolare
i titoli di stato “inflation linked”, i quali essendo emessi dallo stato hanno
un profilo di rischio ancora più basso.
La capacità di questo genere di titoli di coprire gli investitori in caso
di inflazione è di facile comprensione.
Essendo titoli con cedola legata al tasso ufficiale di inflazione e spesso
anche con il capitale rivalutato, all’aumentare del tasso di crescita dei
prezzi aumentano le cedole e anche il capitale rimborsato, laddove
invece i bond ordinari non vedono adeguarsi le cedole e il capitale e
quindi non perdono valore all’aumentare del costo della vita.
Meno facile da comprendere è la funzione di questi titoli in chiave deflattiva.
In caso di deflazione, i titoli in questione guadagnano comunque la loro
cedola fissa (in genere essi pagano una quota fissa, diciamo lo 0,75% o
l’1% + il tasso di inflazione). In più a scadenza rimborsano il capitale. In
una fase dove il costo della vita scende, rappresentano comunque un
investimento positivo.
Ovviamente, non esistono pasti gratis. In deflazione, i normali bond
rendono di più. Tuttavia, in questo momento gli inflation-linked sono
particolarmente economici. Con i tassi ai minimi e molti che ritengono
probabile la deflazione anziché l’inflazione, il differenziale tra il rendimento
dei titoli di stato ordinari e quello da sola cedola fissa dei titoli “inflation”
non è particolarmente alto. Sostanzialmente, si tratta di un costo-opportunita’
non elevatissimo.
Ritengo l’ambiente attuale uno dei migliori per i titoli inflation e sebbene,
come detto, in caso di deflazione i normali bond sono comunque destinati
a far meglio, per coloro che non vogliono esporsi troppo in previsioni
i titoli “inflation” rappresentano un buon investimento con ottima combinazione
risk/reward.
All’interno del nostro servizio premium Trend e Strategie di Investimento da
tempo abbiamo in portafoglio l’ETF EMI.MI (Lyxor ETF Inflation) che
ha reso oltre il 10% dal suo inserimento, sovraperformando i normali titoli di
stato.
Ancora su inflazione e deflazione: quale è il pericolo maggiore?
Uno degli argomenti che maggiormente tengono banco da
quando è scoppiata la crisi è se avremo inflazione o deflazione
nei prossimi anni.
La mia linea generale è che nessuno può prevedere il futuro
e che entrambe le posizioni hanno ragioni da vendere e
possono concretizzarsi.
Tuttavia, se devo prendere una posizione netta, ritengo
l’inflazione ancora più probabile della deflazione, poiché
l’espansione monetaria a livello globale attuata dalle banche centrali
finirà con l’avere il suo peso sui prezzi di asset, beni alla
produzione e beni al consumo.
Non tutti gli asset (ritengo ad esempio l’immobiliare con poche
potenzialità di apprezzamento) e non tutti i beni aumenteranno
di prezzo, ma comunque ritengo lo faranno la maggioranza di essi.
Ad oggi, sebbene i sostenitori della deflazione dicano che stanno
avendo ragione, sono comunque i sostenitori dell’inflazione che
stanno indovinando la previsione. Le statistiche rilevano infatti,
quasi ovunque, un’inflazione moderata, ma comunque presente.
Ricordo che dal punto di vista dei prezzi al consumo per
deflazione si intende una diminuzione degli stessi.
Questa cosa l’abbiamo vissuta solo per qualche mese durante
la fine del 2008 e i primi mesi del 2009, ma ad oggi è stata
sostanzialmente una parentesi tanto in Europa quanto negli USA.
Quello che abbiamo avuto dopo, invece, è stato appunto un
moderato aumento dei prezzi al consumo. Ed un aumento dei
prezzi è pur sempre inflazione.
Come investitori, la cosa che più ci interessa non è tanto se
prevarrà l’inflazione o la deflazione, bensì come proteggerci e,
magari, trarre profitto da questi due fenomeni.
Nel prossimo post che scrivero’ tra qualche giorno vedremo uno
strumento particolarmente interessante, a mio avviso, per proteggerci
dall’inflazione ma che, date le condizioni attuali, puo’ far bene anche
in caso di deflazione.
Quattro steps per raggiungere la sicurezza finanziaria
Non c’è dubbio che l’attuale crisi ha messo in luce molti comportamenti
finanziari sbagliati da parte degli individui in tutto l’occidente.
Molte persone, nella convinzione che il mercato azionario, salvo qualche
scivolone tenda sempre a salire, che gli immobili aumenteranno sempre di
valore ed altri concetti ormai consolidati, hanno fatto passi più
lunghi delle loro gambe e si sono strutturati in modo errato.
Gente che ha ecceduto in mutui troppo pesanti per il loro reddito, persone
che nell’azionario hanno usato leve eccessive o che hanno ecceduto nel prendere
debiti al consumo.
Alcuni di questi, trovatisi in difficoltà, rinunciano a prendersi la responsabilità
di quanto accaduto, imputando le colpe al fallimento del sistema, ai banchieri o
alla politica.
Mentre sicuramente politici e banchieri hanno colpe, queste non sono certo
una novità e per trovare la propria sicurezza finanziaria di certo non è sufficiente
scaricare altrove le colpe.
Il proprio successo finanziario passa, per forza di cose, dal prendersi le proprie
responsabilità.
Di seguito ci sono 4 steps che dovrebbero essere tenuti costantemente in
considerazione:
1 – Massimizzare le entrate e minimizzare le uscite: cercare di aumentare
costantemente le proprie entrate è molto importante, visto che questo determina
poi la propria capacità di risparmio. Inoltre, mentre le entrate possono essere in
qualche modo bloccate da situazioni contingenti, le uscite possono e devono essere
controllate, visto che molte di esse sono del tutto superflue.
2 – Vivere senza eccedere nelle spese e risparmiare il più possibile: nel lungo
termine, quanto “capitale” abbiamo dipende in primo luogo da quanto risparmiamo.
Questo elemento è molto importante, direi fondamentale. Inoltre, è molto importante
iniziare a risparmiare il prima possibile.
3 – Avere un piano di lungo termine: poche persone, anzi pochissime, fanno soldi
con il day trading o vincendo alla lotteria. I più che vi riescono hanno un piano, un
programma di lungo termine e lo seguono rigorosamente.
4 – Investire i propri risparmi in modo saggio, cercando di minimizzare costi e
tasse e tenendo sotto controllo i propri investimenti. I rendimenti non possono essere
conosciuti in anticipo, ma costi e tasse sì. Cercando di minimizzare i costi usando
ad esempio ETF in luogo di fondi pieni di commissioni o altri prodotti onerosi nel
lungo termine fa molta differenza.
Questi semplici quattro step sono fondamentali per il raggiungimento della propria
sicurezza e tranquillita’ finanziaria.