Cambio di trend sui mercati?

I ribassi delle ultime settimane hanno incrinato il trend
dei principali indici mondiali.

Gli indici europei, riassunti poi dall’indice generale
DJ Eurostoxx50, già da tempo hanno tagliato dall’alto
verso il basso le medie mobili piu’ lunghe, cioè la media
a 200 giorni, a 40 settimane e a 10 mesi.

Tuttavia, fino alle ultime giornate, l’indice S&P500, rappresentativo
del mercato USA e generalmente la guida per tutti i mercati
mondiali, manteneva ancora il suo trend rialzista, con i prezzi
sopra le medie precedentemente citate.

Non è più così da qualche settimana.

Infatti, i prezzi dell’indice sono finiti da qualche tempo prima
sotto la media a 200 giorni e poi sotto la media a 40 settimane.

La media più importante, comunque, rimane sempre la media a
10 mesi, visto che la chiusura mensile è comunque più significativa
rispetto a quella giornaliera o settimanale.

Con Wall Street che oggi è ferma, abbiamo ora anche la
chiusura definitiva del mese di maggio. Ed il responso è
una conferma di quanto già accaduto: la media a 10 mesi
passa a quota 1095 punti circa, mentre la chiusura di maggio
è stata a 1089 punti. Anche la media a 10 mesi, ora, ci da
segnale ribassista.

In questa situazione, credo che una prudente riduzione della
propria allocazione azionaria sia suggerita. Tuttavia, non diamo
via tutte le nostre azioni. I segnali delle medie mobili sono
segnali di “trend following” e come tali possono benissimo
essere falsi segnali. E la probabilità di falso segnale è maggiore
proprio nei casi in cui si verifichino repentini movimenti inversi
come rapide correzioni (o rapide salite durante le fasi ribassiste).

Anche nel 2004 la media a 10 mesi diede segnale ribassista per tre
settimane prima di recuperare l’uptrend e situazioni simili accaddero
durante le correzioni del 1998, 1994 e 1987.

In questo momento, all’interno del nostro servizio premium
Trend e Strategie di Investimento, abbiamo un allocazione
azionaria al 30%-35% circa. Prudente in caso di inizio di
mercato ribassista, ma comunque con una certa esposizione
azionaria qualora dovesse riprendere il trend rialzista.

Potrebbe essere l’investimento del decennio?

Gia’ qualche tempo fa in un post ho parlato del Giappone che,
a mio avviso, potava essere un buon investimento nei prossimi
anni.

Vediamo come sta andando il paese e il suo mercato.

Negli ultimi 6 mesi il Giappone ha retto perfettamente il confronto
con la Borsa americana ed entrambe hanno stracciato il mercato
europeo.

Personalmente, inizio a pensare che il Giappone possa essere il nuovo
“trade of the decade”, cioè l’investimento dei prossimi 10 anni. Esattamente
come lo fu l’oro a partire da fine anni 90.

E sebbene stiamo parlando di due asset completamente diversi, a livello
di sentiment ci sono molte similitudini.

A fine anni ‘90, eravamo in piena bolla tecnologica. Tutti guardavano ad
internet, all’informatica, alle nuove meraviglie della tecnologia, alle biotecnologie.
Nessuno parlava di oro, che, dopo aver raggiunto il top nei primi anni ‘80,
nei due decenni successivi non fece altro che scendere.

Di lì a qualche mese, il Nasdaq crollò, l’economia entrò in recessione
e Greenspan mise in atto un’enorme politica monetaria espansiva, mandando
i tassi all’1%. Il mercato prese presto atto che questa politica avrebbe portato
maggiore inflazione e l’oro fu presto visto come asset a protezione contro la
cattiva gestione monetaria.

Come si dice, il resto è storia. L’oro da circa 300$ l’oncia è arrivato agli attuali
1.200$. Ovviamente, il guadagno non è stato solo contro il dollaro, ma anche
contro l’euro e le altre valute cartacee.

Che cos’ha il Giappone in comune con questa storia?

Beh, come detto, attualmente il “sentiment” sul paese del Sol Levante
non è molto diverso da quello dell’oro di fine anni ‘90. Oggi quando si
parla di azionario credo che il Giappone sia l’area meno considerata del
globo. Si parla spesso di Cina, India, Brasile, area del Pacifico e lo si
fa a ragione, perché queste sono le aree a maggiore crescita. E anche
personalmente, come ben sapete, “sponsorizzo” queste aree poiché le
ritengo potenzialmente molto remunerative se confrontate con Europa
e USA e non a caso una parte rilevante del nostro portafoglio è concentrato
sui mercati emergenti.

Tuttavia, è fuori dubbio che i prezzi delle azioni di questi paesi sconti
già una parte della crescita.

Il Giappone sicuramente non registrerà i tassi di crescita dei paesi
emergenti, tuttavia le quotazioni sono già scontatissime. Alcuni titoli
del listino quotano sotto il book value, altri addirittura sotto la liquidità
disponibile.

La maggior parte dei “money manager” di tutto il mondo è fuori da
Giappone ormai da diversi anni e gli stessi giapponesi si sono
allontanati dal loro mercato domestico viste le delusioni degli ultimi 20
anni e hanno puntato, invece, o sui più sicuri bond, o sui più redditizi
mercati esteri.

Se il trend sul Giappone dovesse partire, il flusso di nuovo denaro
che potrebbe riversarsi su questa Borsa potrebbe dare un’accelerazione
al rialzo.

Una delle maggiori preoccupazioni sul Giappone è il suo debito pubblico,
che è il più alto del mondo. Su questo, effettivamente, non c’è nulla da
dire.

Tuttavia, il debito pubblico giapponese va considerato in modo un po’
diverso rispetto, ad esempio, a quello italiano o a quello americano.

Il Giappone ha ancora sovranità monetaria. Questo significa che,
all’occorrenza, la Banca Centrale puo’ stampare moneta e acquistare
i titoli di stato senza che eventuali mancate sottoscrizioni sul mercato
portino ad un eccessivo aumento dei tassi.

Ovviamente ciò potrebbe generare inflazione, tuttavia al momento questo
non sembra un problema per il paese, visto che da decenni lotta contro la
deflazione dei prezzi.

Una cosa di questo genere non puo’ essere fatta ad esempio dai paesi
europei, che devono passare per la BCE, che potrebbe avere obiettivi
monetari diversi rispetto a quelli dei singoli paesi.

Questa politica, però, puo’ essere messa in atto dagli USA. Rispetto
all’America, tuttavia, il Giappone ha il vantaggio che buona parte del suo
debito è detenuto dai cittadini giapponesi e non dall’estero. Anzi, la Banca
Centrale è anche piena di valuta straniera. Da questo punto di vista, il
Giappone è molto meno dipendente dall’estero per le sue finanze.

Concludendo, il Giappone ha sicuramente il “peso” del suo debito
pubblico, tuttavia la sua Borsa è economica come multipli, è abbastanza
ignorato dai money manager e dal grande pubblico ed un trend positivo
sembra essere partito, visto che sta sovraperformando gli altri mercati.

Generalmente, questi tre ingredienti sono una solida base per il
successo. Vedremo.

La tranquillita’ di poter dire: “Non lo so e non mi importa”.

Con la crisi europea che persiste e i mercati internazionali
che ormai iniziano a subire l’effetto “contagio” (nell’ultimo
mese sia Wall Street, sia i mercati emergenti, hanno
corretto notevolmente dai massimi), gli investitori si pongono
ovviamente molte domande.

Siamo alla fine del Bull Market? E’ iniziato un nuovo “Orso”?
E’ solo una correzione? Cosa accadra’ all’euro? All’economia
europea? A quella mondiale?

Ogni evento che tocca questi aspetti puo’ modificare notevolmente
la performance dei mercati e quindi degli investimenti di ognuno.
In questo clima di incertezza, come scegliere su cosa investire
e quando investire?

Jason Zweig, un importante giornalista finanziario che ha
scritto per diverse importanti testate come TIME Magazine e
MONEY, usa spesso due frasi che ci aiutano a risolvere
il dilemma: “I don’t know, I don’t care”. Non lo so e non mi
importa”.

Jason Zweig e’ un forte sostenitore dell’indicizzazione, cioe’
dell’uso di fondi indice o ETF. Secondo Zweig, comprando
interi indici rappresentativi di interi mercati, si risolve il problema
della “sfera di cristallo”. Si sa che si otterra’ la performance
dell’intero mercato. Non di piu’, non di meno.

A mio avviso, questa strategia puo’ essere ulteriormente
raffinata, migliorando i rendimenti, riducendo il rischio
e continuando a poter dire: “Non lo so e non mi importa”.

Questo e’ quanto facciamo all’interno del servizio premium
Trend e Strategie di Investimento con uno dei nostri portafogli,
il Lazy Portfolio.

Il Lazy portfolio è un portafoglio automatico. Niente previsioni,
niente analisi macroeconomiche. Il portafoglio ha una propria
asset allocation e la mantiene a prescindere da ciò che succede.
Ogni anno, il portafoglio viene ribilanciato. Se un asset cresce
mentre un altro scende, si vende un po’ del primo e si compra
un po’ del secondo, in modo da riportare le percentuali al
livello originario.

Le varie classi di investimento sono detenute tramimite l’uso
di ETF che replicano interi indici e la diversificazione tra
asset class permette, come detto, di ridurre il rischio, migliorare
i rendimenti e dire “Non lo so e non mi importa”.

Il Lazy Portfolio non guadagnera’ tutti gli anni. Anche lui
avra’ le sue annati di perdite sostanziose. Non battera’ sempre
il mercato. Ma e’ una strategia basata su rigorose ricerche
accademiche e testato nella realta’ che, indipendentemente
da cigni neri, crisi e mercati “Orso” ha, nel lungo termine,
altissime probabilità di performare meglio della media di
mercato e, soprattutto, di performare bene in assoluto.

Da inizio anno, il Lazy Portfolio e’ in rialzo del 4,19%, mentre
il benchmark, rappresentato dall’indice europeo DJ Eurostoxx50,
è in ribasso del 16%.

Investire e’ piu’ che sceglie se comprare questa o quell’azione

Come “titolare” di questo blog finanziario, mi arrivano continuamente
e-mail con domande circa le potenzialita’ di questo o quel titolo, di un
particolare settore o valuta.

Sebbene generalmente non mi tiro indietro nel dare un parere
(che pero’ non e’ mai un consiglio di investimento, bensi’, appunto,
solo un parere), voglio approfittare di questo post per chiarire
un concetto: “In linea generale, nessun consiglio, nessun parere,
nessun “suggerimento caldo” finira’ con l’arricchire chi lo chiede
“.

Investire e’ molto di piu’ che scegliere quale azione comprare
o quale settore e’ da preferire.

Il punto fondamentale su cui ogni investitore si deve concentrare
e’ come ripartire il proprio capitale tra diverse classi di investimento.

Quante azioni e obbligazioni si hanno in portafoglio, quanti mercati
emergenti e maturi, quanto oro e commodity, quanta parte del
portafoglio e’ legata all’euro e quanta a valute estere, sono elementi
molto piu’ importanti che non selezionare questo o quel titolo, questo
o quel settore, oppure di provare ad indovinare la performance
delle varie classi di investimento.

Solo dopo aver definito come allocare il capitale si puo’ passare
alla selezione titoli. La propria asset allocation determina un buon
70-80% del risultato complessivo realizzato dal proprio portafoglio,
pertanto e’ a questa scelta che l’investitore la maggior parte del tempo.

Come detto, una volta definita la propria allocazione si puo’ passare,
eventualmente, alla selezione titoli.

Su questo aspetto, non posso impedire a nessuno, ovviamente, di
provare a battere il mercato tramite la scelta dei titoli e dei settori
migliori.

Tuttavia, esistono statistiche molto consolidate che mostrano che in
un arco temporale molto lungo, diciamo 10 anni, una percentuale
veramente risibile di fondi gestiti battono il mercato. Con gli hedge
fund va un po’ meglio, ma anche qui la maggior parte sottoperforma
il mercato.

Se i professionisti della gestione, che pur con tutti i limiti dell’indistria
finanziaria hanno comunque accesso a strumenti, dati e informazioni
che non tutti i piccoli investitori hanno, non riescono a far meglio del
mercato, e’ difficile che possano riuscirci la maggior parte degli
investitori “fai da te”.

Per questo, la mia personale idea e’ che la maggior parte degli investitori
dovrebbero 1 - definire la propria asset allocation e 2 - usare prodotti
passivi e poco costosi come gli ETF per investire sulle classi di
investimento scelte.

L’aspetto interessante e’ che usando questi due accorgimenti gli investitori
non finiscono affatto per doversi accontentare di rendimenti inferiori rispetto
a quelli ottenuti dal risparmio gestito, ma riescono a fare molto meglio
di questo e persino meglio del mercato.

Una prova di questo e’, ad esempio, il nostro Lazy Portfolio all’interno
del servizio premium Trend e Strategie di Investimento. Con una sola
movimentazione annuale, la concentrazione sull’asset allocation e l’uso
di strumenti passivi come gli ETF, questo portafoglio è in crescita del 7,79%
dal settembre 2008 ad oggi, mentre l’indice europeo DJ Eurostoxx50 nello
stesso periodo sta perdendo il 10,92% (praticamente un distacco di oltre
18 punti percentuali in meno di due anni). E anche in questo 2010, il Lazy
Portfolio guadagna il 4,19% contro il -8,76% dell’indice europeo (13 punti
di distacco in cinque mesi).

Ancora sul piano salva-euro

Nell’ultimo post ho scritto sul piano europeo di sostegno
all’euro e ai paesi dell’area in difficolta’ presentato lo scorso
week-end.

Viste anche alcune domande che mi sono arrivate, vediamo
di capire meglio il piano e le conseguenze.

Il piano si basa su tre pilastri:

1 - 500 miliardi messi a disposizione dagli stati tramite prestiti
bilaterali ai paesi che eventualmente dovessero trovarsi in
difficolta’.

2 - altri 220 miliardi messi eventualmente a disposizione, in
caso di necessita’, dal FMI

3 - intervento della BCE sul mercato per acquistare titoli di
stato di paesi a rischio.

Tutto il piano, in questo momento, rappresenta comunque piu’
che altro un progetto, visto che nei fatti dei 500 miliardi previsti
al punto 1 solo 60 sono stati effettivamente resi disponibili e
sono i famosi miliardi di sostegno alla Grecia. Per gli altri
440, e’ previsto semplicemente che “saranno resi disponibili”,
ma da chi e se effettivamente ci sara’ la possibilita’ di metterli
sul piatto e’ ancora tutto da verificare (ed io sono abbastanza
scettico).

L’aspetto, invece, piu’ importante da considerare e’ proprio il
punto 3, il punto di cui forse i media hanno meno parlato.

La BCE, all’occorrenza, potra’ intervenire sul mercato per acquistare,
e quindi di fatto sostenere, i titoli di stato dei paesi a rischio. Su
questo intervento, non e’ stato posto alcun limite.

In sostanza, quindi, va ribadito che per ora il piano rappresenta
piu’ che altro un intento, mentre la maggiore “potenza di fuoco”
di tutto il piano sta proprio nell’intervento della BCE.

In altri termini, e’ molto probabile che tutto possa risolversi, per lo
piu’, in una grande e massiccia espansione di liquidita’ in area
euro.

L’andamento della valuta europea sembra prendere atto di questo.

Infatti, mentre le Borse hanno brindato al piano da lunedì, l’euro
dopo l’impennata iniziale è tornato a scendere e si trova ora
sotto il livello di venerdì scorso, prima cioè che il piano fosse
implementato e reso noto.

Cosa aspettarsi dopo il piano europeo

Nell’ultimo week-end, i ministri delle finanze dei paesi europei si
sono riuniti per fronteggiare la crisi che sta interessando l’Europa e
la sua valuta, l’euro.

Dall’incontro, terminato domenica in tarda notte, è uscito un piano
dalle dimensioni rilevanti. Circa 500 miliardi di euro che i paesi potrebbero
stanziare qualora ci fossero nuovi “attacchi speculativi” come quelli visti
contro la Grecia, altri 220 miliardi potenzialmente stanziabili dal FMI
e, infine, l’impegno della BCE di acquistare titoli di stato sul mercato
qualora ce ne fosse bisogno.

Dopo questo piano, salutato con euforia dalle Borse che lunedì hanno
tutte registrato rialzi record, cosa aspettarsi? Cosa è cambiato?

In primis, diciamo che come sempre è difficile prevedere il futuro ed
è difficile capire se quanto successo le scorse settimane fosse un eccesso
dei mercati e/o quanto, invece, sia veramente debole l’Europa.

Una cosa è certa, l’area ha molti problemi strutturali. La competitività è in
diminuzione, la crescita sempre molto lenta, molti debiti pubblici sono un peso
insostenibile per diversi paesi.

Il piano elaborato nell’ultimo week-end puo rappresentare una temporanea
assicurazione per i mercati, ma non va certo a risolvere questi problemi
strutturali.

L’intervento eventuale della BCE sul mercato, poi, potrebbe generare
distorsioni nel corretto prezzamento dei titoli dei singoli paesi sul mercato
e potrebbe alimentare l’inflazione, oltre che mantenere l’euro ancora debole.

Senza considerare che non sono convinto che i paesi dell’euro abbiano
veramente questa “potenza di fuoco” (500 miliardi di euro) da mettere
in campo.

Abbiamo visto le acque calmarsi e questo era sicuramente importante, ma
la crisi europea è tutt’altro che superata.

Come difendersi.

Come puo’ difendersi un investitore?

Ne ho già parlato negli ultimi post.

Uno dei modi migliori è di essere ben diversificati a livello internazionale.
I ribassi delle Borse hanno incrinato il trend rialzista dei mercati azionari
europei, ma non quello di Wall Street e di diversi mercati emergenti.
A livello internazionale credo che il Bull Market ciclico non sia ancora
terminato, quindi una buona esposizione su Nord America, Asia e mercati
emergenti dovrebbe continuare a pagare bene.

Inoltre, una certa diversificazione valutaria puo’ aiutare a difendersi dalla
debolezza dell’euro. Come scritto nell’ultimo post, il dollaro nel lungo
termine ha mille problemi, ma nell’immediato sembra un buon rifugio
per gli investitori internazionali.

Infine, oro ed azioni aurifere dovrebbero dare un’ottima protezione. In euro,
il metallo giallo sta aggiornando continuamente i suoi massimi.

Come sempre, le crisi spaventano, ma sono spesso anche fonte di buone
opportunità.

Un secondo “riparo” in questa crisi europea

La scorsa settimana ho scritto di un “porto sicuro” durante
questa tempesta finanziaria che nelle ultime settimane ha
investito le Borse, soprattutto quelle dell’area euro, a causa
della crisi della Grecia.

Questo porto sicuro è l’oro, che denominato in euro sta
registrando continui rialzi.

Oggi vediamo un altro riparo contro questa tempesta. Preferisco
chiamarlo riparo anzichè “porto sicuro” perché a mio avviso
è meno solido dell’oro e nel lungo termine potrebbe avere
problemi strutturali. Tuttavia, nell’immediato è una buona difesa.

Questo riparo è il dollaro.

Ricapitoliamo brevemente la situazione dell’area euro.

La Grecia ha avuto bisogno di un aiuto notevole per coprire il suo
fabbisogno finanziario. Gran parte di questo aituo è arrivato dagli
altri paesi europei ed il resto dal Fondo Monetario Internazionale.
In cambio degli aiuti, la Grecia dovrà implementare misure di forte
austerità e riequilibrio dei conti.

Personalmente, non credo che la Grecia riuscirà a generare le risorse
per ripagare questi debiti, ma al momento le previsioni non sono
rilevanti e lasciano il tempo che trovano, visto che ci muoviamo in
un terreno storicamente del tutto inesplorato.

Il punto rilevante è che, vada come vada, l’euro si è rivelato molto
meno solido di quanto sembrasse.

La Germania non riuscirà a tappare tutti gli eventuali “buchi” che si
creeranno nell’area, visto che dopo la Grecia anche il Portogallo
potrebbe aver bisogno di sostegno. Poi forse la Spagna e, chissà,
magari un domani l’Italia. Mentre per Grecia e Portogallo, date le
dimensioni, è possibile fare qualcosa, per la Spagna sarebbe molto
difficile, mentre per l’Italia praticamente impossibile, dato che parliamo
della terza economia dell’area euro, non molto più piccola rispetto alle
prime due (Francia e Germania).

Strutturalmente, l’euro ha una grande debolezza ed è destinato a svalutarsi.

Detto questo, è il caso di guardare l’altra faccia. Chi beneficerà della debolezza
dell’euro?

Ovviamente il dollaro.

Qui non bisogna fare errori e confusione. Il dollaro ha un’economia sottostante,
quella USA, che è ugualmente piena di problemi. Anche in America, alcuni
stati sono pressoché in bancarotta, il governo ha un deficit notevole e il debito
sta salendo. Ma in questo momento ci sono due cose che giocano a favore
del dollaro rispetto all’euro.

In primo luogo, il dollaro ha dietro la FED, che puo’ stampare quanto vuole.
L’America ha bisogno di finanziare 10 miliardi di dollari di deficit? La FED puo’
stampare quei soldi. Ci saranno poi problemi di inflazione, ma comunque possono
essere stampati tutti i dollari necessari.

Anche la BCE puo’ farlo (lo sta facendo e continuerà a farlo), ma con più
difficoltà. Non è detto che i tedeschi saranno sempre disposti ad accettare
una maggiore inflazione a causa della svalutazione della moneta dovuta ai
problemi di altri stati. E, ugualmente, potrebbero essere poco disposti ad
accettarlo altri paesi relativamente virtuosi (Olanda, Austria e, in parte, la
stessa Francia).

Secondo, il dollaro è la valuta di riserva mondiale. Negli ultimi anni, l’euro stava
togliendo una parte di questo ruolo al dollaro. Ma con i problemi attuali della
valuta europea, è probabile che “l’immagine” del dollaro ne uscirà rafforzata e
riguadagnerà, da questo punto di vista, buona parte di quanto perso negli scorsi
anni.

Detto tutto questo, il dollaro è stato un ottimo investimento in questo 2010, un
ottimo riparo. E probabilmente continuerà ad esserlo. Nel nostro servizio premium
Trend e Strategie di Investimento siamo dentro ormai da fine 2009. Non è, ovviamente,
la mia scelta numero uno come “riparo”, quella è l’oro, ma è la scelta numero due
e in un portafoglio diversificato c’è spazio per entrambi.