Sui mercati, spesso essere pigri paga

Ci sono diversi analisti, operatori, gestori di fondi fino ad arrivare
a trader privati ed investitori retail che cercano continuamente di
prevedere cosa faranno i mercati. Se saliranno, se scenderanno, se hanno
raggiunto un top o un bottom, se il trend è al rialzo o al ribasso.

La maggior parte di questi operatori, compresi i “grandi” e dotati
di notevoli mezzi tecnologici ed informativi, non traggono grande profitto
da tutto ciò. Basta considerare che i grandi gestori di fondi, mediamente, non
riescono a battere il benchmark.

Pertanto, statistiche alla mano, è preferibile essere “pigri” e non perdere
molto tempo dietro a tutto questo. Si compra un portafoglio ben diversificato
(quindi un ETF su indici importanti) e lo si tiene per sempre. Nel
lungo termine, l’inflazione da un lato e la crescita degli utili dall’altro
spingeranno i valori nominali dell’indice verso l’alto.

Questa è la tipica strategia Buy and Hold che, in diversi periodi del passato,
ha prodotto eccellenti risultati battendo diversi sistemi di market timing.

Tuttavia, questa strategia ha un “contro”. Mentre è vero che nel lunghissimo
termine (non solo 10 anni, ma 20-30 e più anni) le azioni tendono a salire e
a far meglio di tutti gli altri investimenti, nel breve le oscillazioni
sono notevoli e gli esempi sono a noi molto vicini. Basta ricordare il 2008,
oppure il triennio 2000-2002.

In questi frangenti, non tutti riescono a guardare in modo impassibile il proprio
capitale perdere il 20-30% o anche più senza battere ciglio.

In altri termini, la volatilità del Buy and Hold puo’ essere notevole.

A mio avviso, esiste un altro modo di essere “pigri”. Un modo molto più
intelligente e che permettere di fare meglio del Buy and Hold riducendo anche
la volatilità.

Si tratta della strategia che sta dietro al nostro “Lazy Portfolio”, uno
dei portafogli presenti nel nostro servizio premium
Trend e Strategie di Investimento.

La strategia è molto semplice e si basa su asset allocation + ribilanciamento
annuale.

Poiché è dimostrato che i rendimenti di un portafoglio dipendono in primo
luogo dall’asset allocation, la prima cosa da fare nell’implementare la nostra
strategia è definire tale allocazione.

Il Lazy Portfolio destina il 60% del proprio capitale alle azioni. Si tratta
della classe di investimento che nel lungo termine rende di più, quindi è giusto
che abbia la porzione principale, altrimenti i rendimenti non
sarebbero soddisfacenti.

Poiché non è possibile sapere in anticipo quali azioni fanno meglio, il Lazy Portfolio
tenta di detenerne tutte le classi. Abbiamo quindi azioni europee ed americane,
giapponsi e dei mercati emergenti, large cap e small cap.

Come abbiamo detto, però, le azioni sono volatili e quindi il Lazy Portfolio
cerca di smorzare un po’ la volatilità detenendo, per il restante 40%, asset non
troppo correlati con l’azionario.

Pertanto, troviamo anche un 30% di obbligazioni (divise 1/3 in titoli di stato
a breve, 1/3 bond dei mercati emergenti, 1/3 bond inflation linked), un 5%
di azioni su real estate e un 5% di metalli preziosi (oro).

Non sempre questi asset si mostrano totalmente scorrelati (ad esempio, nel
2008 azioni, bond emergenti e real estate hanno avuto un andamento
simile), ma molto spesso questo accade.

Definita l’asset allocation, il pilastro principale ed irrinunciabile è il ribilanciamento
annuale. Non potendo sapere con esattezza quando le varie classi di investimento
raggiungono il loro top o il loro bottom, ad un intervallo regolare si prende il
portafoglio, si guarda la percentuale di presenza di ogni investimento e, se si è
modificata rispetto a quella originaria, la si riporta a tale livello.

Nel servizio premium, ho inserito il Lazy Portfolio a partire dall’8 settembre 2008.
Al 31/12/2009, la performance era del +3,45%. Nello stesso periodo, un ETF
sull’indice europeo (strategia Buy and Hold) aveva fatto -2,56%). Ben 6 punti di
differenza.

Nel 2009, essere “pigri” ha pagato bene. E credo che continuerà a pagare molto
bene.

Il Lazy Portfolio non batterà il mercato tutti gli anni, ma diverse statistiche americane
rilevano che lo battono nel lungo termine e, soprattutto, fa comunque molto bene
con minore volatilità.

Cosa pensa Bernanke

Ho avuto modo di leggere, recentemente, un articolo
su un intervista dell’economista Mark Skousen al
govetrnatore della FED Ben Bernanke.

Mark Skousen è uno dei miei economisti preferiti,
con una profonda conoscenza delle diverse scuole
economiche ed una predilizione per la Scuola Austriaca
e quella di chicago. Le sue interviste, pertanto, sono
a mio avviso piuttosto interessanti.

Diversi punti dell’intervista sono meritevoli di attenzione.

L’intero articolo in inglese potete trovarlo qui:
http://www.investmentu.com/IUEL/2010/January/ben-bernankes-unanswered-questions.html

Di seguito, invece, traduciamo e sintetizziamo gli aspetti più
interessanti.

In primo luogo, Skousen mette in risalto il fatto che probabilmente
Bernanke era a conoscenza del fatto che una crisi potenziale potesse
verificarsi. Come fatto notare, in diverse apparizioni tra il 2006 e
il 2007 Bernanke aveva più volte usato termini come: “panico”,
“crisi”, “stress”, “tempesta finanziaria”, “crisi del dollaro”, ecc…
Termini che generalmente non sono sulla bocca di chi vede il
futuro roseo.

Bernanke ha rifiutato anche il fatto che questa crisi sia stata generata
dalla politica dei bassi tassi impiegata tra il 2003 e il 2004, mentre
ha ammesso possibili errori della FED e del sistema finanziario in
genere nel non regolamentare adeguatamente il settore dei subprime.

Per il futuro, Bernanke non ritiene che l’attuale espansione monetaria
possa rappresentare un problema, dal momento che essa è dovuta
essenzialmente al programma di acquisto titoli “mortgage-backed”
che presto cesserà.

La conclusione abbastanza condivisibile a cui arriva Skousen è
piuttosto semplice: non c’è la paura, da parte di Bernenke, circa
la debolezza del dollaro e delle eventuali conseguenze dell’espansione
monetaria. Di conseguenza, è molto probabile che l’oro non
sia arrivato alla fine del suo Bull Market ma che, magari con qualche
pausa, sia destinato a continuare.

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