Quando finirà la crisi

Un libro recentemente pubblicato dal titolo:
“This Time is Different: Eight Centuries of Financial
Folly”
, scritto da Rogoff e Reinhard (due economisti),
fa il resoconto su diverse crisi finanziarie della storia.

Sebbene questi due autori non siano operatori dei mercati
finanziari, né puntano a fare il market timing degli indici
azionari, diversi spunti e dati di questo testo ci aiutano
a comprendere meglio la crisi che abbiamo vissuto e
a che punto siamo.

Semplificando le conclusioni del libro, questo è quanto
accade dopo un crisi finanziaria:

1 – Il prezzo delle case e i mercati azionari scendono
spesso in modo drammatico durante questi anni;

2 – Il debito pubblico aumenta;

3 – L’economia ristagna e la disoccupazione cresce.

Ognuno di questi aspetti viene analizzato in dettaglio, con
precise “timeline” di ogni crisi e questo ci aiuta a
capire a che punto siamo. Vediamo meglio il dettaglio.

Mercato azionario

Durante le crisi finanziarie, al picco minimo generalmente
i mercati azionari scendono del 56% rispetto al precedente
massimo e la discesa dura mediamente 3 anni e mezzo.
In questa crisi, l’indice americano al picco minimo è sceso
leggermente di più rispetto alla discesa media, ma il
percorso ribassista è avvenuto in molto meno tempo (poco più
di un anno). Ora, stando alla storia, la discesa come entità
è in linea con la media. Dato comunque che abbiamo ancora
un altro anno per arrivare alla durata media della discesa,
non è escluso che possa esserci un’altra gamba ribassista.

Dal punto di vista del mercato azionario, quindi, i giochi
sarebbero ancora aperti. Personalmente, comunque, credo che
il minimo di marzo 2009 sia un minimo definitivo e che
l’ultima gamba ribassista non ci sarà. Questo non significa
che dai livelli attuali non potremo far altro che salire, ma a mio
avviso non dovremmo andare più sotto le quotazioni di marzo 2009.

Prezzi delle case

Questo è un settore che non amo particolarmente sia perché
non lo conosco bene come il mercato finanziario, sia perché
esistono molti mercati immobiliari a seconda della diversa
zona geografica.

In ogni caso, durante la recente crisi il comportamento dei
prezzi immobiliari è stato simile a quello dell’azionario.
Rispetto alle medie storiche, gli immobili sono scesi di più
e in più breve tempo. Anche qui, i minimi sono forse stati
fatti, ma i prezzi potrebbero muoversi poco ancora per anni.

Disoccupazione

Durante le crisi bancarie, generalmente la disoccupazione
sale di 7 punti percentuali. Ad oggi, essa è salita di soli
cinque punti. Su questo aspetto, quindi, potrebbe verificarsi
ancora un aumento della stesso fino ad arrivare al 12% circa
(in USA).

Debito pubblico

Storicamente, rispetto ai livelli pre-crisi, il debito pubblico
sale di ben 86 punti percentuali. In questo momento, è difficile
quantificare effettivamente quanto sia salito il debito pubblico
USA, ma probabilmente non siamo ancora a questi livelli. In altri
termini, anche in caso di peggioramento del deficit la cosa potrebbe
essere incredibilmente in linea con quanto già accaduto nella storia.

Conclusioni:

Stando alla storia, questa crisi è stata leggermente più pesante
della media, ma si è realizzata in un arco di tempo estremamente
minore e quindi è stata più rapida. L’aspetto positivo è che, stando
a diversi elementi, il peggio dovrebbe essere alle spalle.

Il mercato azionario e quello delle case dovrebbero aver fatto il
bottom lo scorso anno. La disoccupazione potrebbe crescere ancora,
ma anche qui gran parte del percorso è stato fatto.

Quello che ora deve essere tenuto sotto controllo è il debito pubblico
che potrebbe salire più del previsto.

Attualmente, non credo siano ancora mature le condizioni per
la nascita di un nuovo Bull Market di lunghissimo periodo, ma
quantomeno per un po’ dovremmo goderci questo Bull Market ciclico.

Quando vendere un investimento

Nei libri di finanza, sui siti web e sui giornali
specializzati si dedicano pagine e pagine su tecniche,
sistemi e considerazioni che ci dicono (o provano a
farlo) quando comprare, quando entrare sul mercato,
quando comprare un titolo e perché.

Poche, in rapporto, sono le parole spese su un tema a
mio avviso più importante, cioè quando vendere.

Diverse scuole di trading, in particolare quelle aderenti
al filone del “trend following”, hanno mostrato che
persino un sistema di entrata puramente causuale basato
sul lancio di una moneta o qualcosa di simile puo’
portare a risultati profittevoli se si ha un buon sistema
di gestione della posizione che ci dice quando uscire
e, soprattutto, se lo rispettiamo.

In altri termini, un’ottima exit strategy compensa
ampiamente un timing sbagliato.

Vediamo quindi, oggi, come affrontare questo problema:

“Quando vendere un investimento”?

Il tema è stato piuttosto attuale dato il fatto che solo
un paio di settimane fa abbiamo vissuto una correzione
abbastanza marcata sui listini che ha messo in agitazione
gli investitori meno convinti. Anche all’interno del nostro
servizio premium Trend e Strategie di Investimento mi sono
arrivate diverse domande se fosse o no il caso di uscire da
alcuni investimenti.

In tutti i casi la mia risposta è stata la stessa: “Non ho
idea dicosa farà il mercato questa settimana o la prossima.
I fondamentali che mi avevano portato ad avere determinati
titoli non erano cambiati, quindi non c’era motivo per
uscire da questi titoli. Ma se proprio le cose fossero andate
male,le nostre trailing-stop sarebbe stato il livello di uscita”.

Il trailing-stop è forse il metodo migliore per decidere
quando vendere un investimento.

Si fissa un livello massimo di perdita quando si compra un
titolo, cioè si fissa la stop-loss. Quindi, man mano che il
prezzo sale, si aggiusta lo stop verso l’alto. In questo modo
si cavalca la salita fino a che tale salita c’è, poi quando
si inverte il trend si taglia.

Il livello di stop da usare è soggettivo e dipende dalla
tolleranza al rischio. Ad esempio, l’Investor Business Daily
raccomanda un 7-8%.
Questo livello puo’ andar bene, ma personalmente preferisco
un livello più ampio del 25%. Questo livello permette
all’investimento di oscillare senza essere prematuramente
tagliato.

Ma ripeto, quello che è importante non è se usare il 25%,
il 20% o il 10%. Quello che è importante è il concetto.
La trailing stop è uno dei migliori metodi per gestire la
posizione e decidere quando vendere senza farsi prendere
dalle emozioni.

Dopo il rialzo della FED…

La scorsa settimana la FED ha alzato il tasso di sconto
di 0,25 punti percentuali, portando lo stesso allo 0,75%.

L’operazione, secondo le parole della FED, è orientata a
riportare a condizioni di normalità nella politica della FED,
dopo le ampie facilitazioni monetarie implementate a partire
dalla fine del 2008 per affrontare la crisi creditizia. L’aumento
riguarda il tasso di sconto, che è diverso dal più noto e
monitorato tasso di riferimento che rimane ancora tra lo 0%
e lo 0,25%.

In ogni caso, l’azione mostra la volontà della FED di procedere
ad una riduzione degli stimoli monetari. Sulla notizia, il dollaro
ha guadagnato molto contro le altre principali valute, in particolare
contro l’euro.

Personalmente, credo che questo sarà un trend dei prossimi
mesi, cioè che la FED implementerà altre azioni orientate a
ridurre gli stimoli monetari, anche per evitare potenziali spinte
inflazioniste.

Man mano che la FED incrementerà i tassi a breve, inevitabilmente
anche quelli a lungo termine ne risentiranno e dovrebbero tendere
a risalire. Non escluderei che per la fine dell’anno i tassi sui
decennali americani possano guadagnare più di un punto, andando
oltre quota 5%.

Questo mi porta a considerare l’ambiente in cui ci troveremo ad
investire. I tassi in rialzo sono uno degli ambienti peggiori. Infatti,
le obbligazioni a lungo termine, in particolare i titoli di stato, soffrono
quando i tassi salgono.
Tuttavia, anche le azioni soffrono, perché man mano che i tassi
aumentano, il free-risk diventa più competitivo come rendimento
e quindi il multiplo P/E si contrae.

Detto questo, credo che il rialzo delle azioni non sia terminato,
tuttavia difficilmente avremo un altro anno positivo come il
2009. Soprattutto, dovrebbe esserci maggiore volatilità rispetto
agli ultimi mesi.

Quello che, invece, dovrebbe accompagnare questo rialzo
dei tassi, è una ripresa economica abbastanza robusta, soprattutto
in USA, ed un dollaro tutto sommato forte. A mio avviso, dollaro
ed inflazione in aumento dovrebbero essere due temi che renderanno
bene in questo 2010.

Alla ricerca di rendimento

In questi giorni, il differenziale tra tassi di
interesse a lungo termine e quelli a breve termine
è raramente stato più alto di oggi.

Sebbene i tassi a lungo termine non siano ai massimi
storici, la differenza con quelli a breve è molto
elevata proprio a causa del livello molto basso di
questi ultimi.

Nel tentativo di evitare il meltdown del sistema
finanziario circa una anno e mezzo fa, le principali
banche centrali del mondo hanno mandato i tassi
a breve ai minimi.

Dal punto di vista economico, comunque, questo è
relativamente positivo. Infatti, uno spread positivo
ed elevato tra tassi a lungo e tassi a breve è
storicamente positivo. Infatti, mentre la parte
della curva dei tassi gestita in modo “politico”,
cioè quella a breve termine, mira a sostenere
l’economia nel breve, la parte della curva gestita
dal mercato, cioè quella a lungo, anticipa già
la maggiore inflazione futura e quindi un buon
andamento dell’economia.

Questo, comunque, non è l’argomento che voglio
approfondire oggi.

Quello su cui, invece, voglio soffermarmi, è che
chi è alla ricerca di rendimenti, in questo momento,
non dovrebbe scegliere titoli di stato a lungo termine,
nonostante il differenziale positivo con quelli a
breve.

Infatti, anche se il differenziale è alto, i tassi
a breve sono ai minimi. Questo significa che, più
avanti, inevitabilmente essi torneranno a salire,
con le banche centrali che rialzeranno il costo del
denaro.

Questo finirà inevitabilmente per creare pressione
anche sui titoli a lungo termine, i cui tassi
saranno spinti ulteriormente verso l’alto. E se i
tassi salgono, i prezzi scendono.

Personalmente, continuo a ritenere i titoli di stato
a lungo termine ancora una classe di investimento
rischioso.

Per chi cerca rendimenti, credo che delle azioni che
pagano buoni dividendi e hanno business relativamente
stabili possono ancora fare molto meglio dei bond a
lungo termine.

Cinque trend di lungo termine che sono molto interessanti

Nel lungo termine, investire seguendo un trend di durata pluriennale
spesso paga molto bene.

Naturalmente, per farlo sono importanti due cose: individuare i giusti
trend ed evitare di non pagare eccessivamente l’investimento all’inizio.

Sul secondo aspetto, abbiamo scritto diverse volte ed altre volte scriveremo.

Oggi, però, vorrei provare ad individuare cinque macro-trend che potrebbero
pagare bene in futuro.

1 – Scarsità di materie prime.

Dal peak oil ad altri picchi. Molti avranno sentito parlare del “peak-oil”,
cioè del raggiungimento del picco massimo di produzione nel
settore petrolifero.
Il peak oil non significa che non c’è più petrolio. Solo che la produzione
ha raggiunto il livello massimo e quindi sono necessari aumenti di prezzo e
ricerche di pozzi meno accessibili.
Dal punto di vista della scarsità, poi, c’è sicuramente il problema dell’acqua.
Circa il 20% della popolazione mondiale non ha accesso ad acqua potabile
ed in uno dei paesi che sta crescendo maggiormente, la Cina, il 75% dell’acqua
potabile è a rischio inquinamento. In questo settore, le società che si occupano
di filtri antiinquinamento per l’acqua e di desalinizzazione dovrebbero avere
un buon mercato davanti.

2 – Agricoltura

Anche il problema agricolo e del cibo è uno di quelli con cui il mondo del
futuro dovrà confrontarsi. In particolare, non si tratta solo di abbondanza di cibo,
ma anche di varietà. Man mano che i paesi emergenti diventano più ricchi,
vogliono una dieta più simile a quella occidentale composta maggiormente di
proteine.
La necessità di aree dedicate all’allevamento, i vegetali necessari a sfamare
questi animali e la generale riduzione delle superfici agricole metterà sicuramente
sotto pressione la produttività agricola. Di conseguenza, chi si occupa di fertilizzanti,
equipaggiamenti per l’agricoltura e relativi servizi dovrebbe essere ben posizionato
per i prossimi decenni.

3 – Globalizzazione ed infrastrutture

Non è mistero che uno dei punti di vantaggio in passato e ancora oggi dell’occidente
verso i paesi emergenti è la dotazione infrastrutturale. Ferrovie, strade, autostrade,
ponti, reti fognarie ed idriche, infrastrutture per la trasmissione elettrica, ponti, ecc…
hanno contribuito moltissimo ad aumentare la produttività e ridurre i tempi
di comunicazione. Ora, anche i paesi emergenti, man mano che vanno avanti nella
loro crescita, avranno bisogno di incrementare la loro dotazione infrastrutturale.
Anche in questo caso, le imprese che soddisferanno questo bisogno hanno davanti
un trend molto interessante.

4 – La generazione dei baby-boomer

Se quelli visti nei primi tre punti sono trend che interesseranno sopratutto i paesi
emergenti (anche se non esclusivamente loro), ne abbiamo altri che sono vicini
a noi. Il primo è il comportamento dei baby-boomer. E’ risaputo che l’occidente
sperimentò un forte aumento di natalità nell’immediato dopoguerra e nei decenni
successivi.
I nati in quei decenni sono oggi la quota maggiore della popolazione (visti anche
i successivi cali di natalità) e, soprattutto, coloro che detengono la maggior parte
della ricchezza. Capire il loro comportamento sarà quindi importante per
comprendere quali saranno le imprese meglio posizionate per servirle.
Sebbene non sia facile individuare il loro comportamento, una cosa è abbastanza
certa: spenderanno in salute e “healthcare” più di ogni altra generazione precedente.
In questo campo, le prospettive possono quindi essere interessanti.

5 – Mobile Device

In occidente (ma in generale anche presso le classi abbienti dei paesi emergenti),
le apparecchiature mobili (smartphone) sono sempre di più le apparecchiature
ordinarie di cui molti non possono più fare a meno.
Anche qui, le aziende del settore come Apple, Nokia ma anche altri player
dovrebbero avere nei prossimi anni un mercato in espansione.

All’interno di questi cinque trend si possono quindi selezionare singoli titoli
o ETF che possono dare buone soddisfazioni per il futuro. Come detto in
apertura, bisogna fare attenzione a non pagare troppo l’investimento ed
evitare, quindi, di acquistare titoli o settori quando sono in bolla.

Tuttavia, il “Bear Market” del 2008 ha ripulito molti eccessi e quindi
ci sono sicuramente buone opportunità di investimento su questi cinque
macro-trend.

Verso la soluzione della crisi europea?

Nell’ultimo post abbiamo parlato della situazione europea e
di come essa abbia contribuito a generare la recente correzione
sui mercati azionari. Naturalmente, essa ha generato scompiglio
anche sul mercato obbligazionario.

In tale post, concludevo dicendo che a mio avviso questa è
solo una naturale correzione dopo il fortissimo rally partito
a marzo 2009 e che, sempre a mio avviso, gli indici azionari
sono ancora destinati a salire.

Non c’è dubbio, comunque, che la ripresa dei mercati azionari
è legata al chiarirsi della situazione in Europa. Vediamo quindi
di fare brevemente il punto della situazione su questa vicenda.

Ieri i leader di Francia e Germania, insieme al presidente della
BCE Trichet e della UE Van Rompuy, si sono incontrati per
discutere del problema Grecia. La conclusione è stata quella
di fornire sostegno al paese ellenico, “intraprendendo ogni
azione necessaria per mantenere la stabilità finanziaria dell’area
euro”.

In questo momento, comunque, non ci sono dettagli sul piano
di sostegno. Per questo bisognerà attendere probabilmente
la prossima settimana, con le giornate del 15 e 16 febbraio
che saranno importanti.

I mercati hanno reagito tenendo conto di questo.

L’azionario, tranquillizato dal fatto che comunque ci sarà
un qualche sostegno, ha invertito la rotta portandosi in
positivo. La scorsa settimana non era chiaro se tale sostegno
ci sarebbe stato o meno, quindi questo è già un passo avanti.
Comunque, i mercati USA sono andati meglio rispetto a quelli
europei.

Sull’obbligazionario, è venuta meno la speculazione sui
titoli greci e, in generale, sui bond dei paesi periferici.

Sul valutario, invece, il dollaro è rimasto piuttosto forte
contro l’euro.
E’ probabile che gli operatori valutari vogliano vedere i
dettagli del piano prima di tornare ad investire sull’euro.
Infatti, di per se il fatto che ci sarà un sostegno da parte
dei paesi più ricchi non necessariamente puo’ essere
cosa particolarmente positiva per la moneta unica.
Le finanze di molti paesi sono già state messe sotto pressione
dalla crisi e quindi i margini di manovra non sono particolarmente
ampi.

In ultimo, il caso greco è un pericoloso precedente. Come detto,
le finanze di molti paesi europei sono in seria difficoltà e se
i membri più virtuosi e la BCE forniranno supporto alla Grecia,
cosa eviterà che altri paesi diventino fiscalmente meno
disciplinati?

La partita su questo fronte è molto interessante. Vedremo
le prossime settimane come evolverà la situazione.

Situazione europea e correzione sui mercati

Sono state settimane un po’ difficili le ultime.

Gli indici di Borsa hanno virato verso il basso con ribassi abbastanza
forti e, soprattutto, sono stati gli indici europei ad essere maggiormente
sotto pressione.

Questo è uno dei primi momenti dalla sua nascita in cui la moneta
unica europea si trova di fronte ad una situazione di difficoltà, con
diversi paesi che fanno fatica a mantenere i conti pubblici in ordine.

E’ ormai risaputa la situazione della Grecia, ma la scorsa settimana
è anche aumentato il rischio Portogallo, che ha visto una deludente
asta dei titoli pubblici e poi anche la Spagna è attentamente monitorata.

Il paese iberico aveva vissuto una forte crescita negli anni scorsi, ma
tale crescita era stata trainata soprattutto dal settore bancario-finanziario
e dall’immobiliare. La crisi internazionale di questi due settori ha generato
una brusca frenata in tutta l’economia spagnola.

Ieri, comunque, sono uscite notizie sul fatto che la UE sosterrà
la Grecia nei suoi problemi finanziari in cambio comunque di
impegni precisi. La questione sarà più chiara nei prossimi giorni.

In seguito a tale notizia, le principali Borse hanno immediatamente
messo a segno un rally anche piuttosto forte, soprattutto in Europa.

Quello di questi giorni è stato anche il primo momento dai tempi
della tempesta finanziaria del 2008 in cui è tornata veramente la
paura sui mercati. L’indice VIX è schizzato verso l’alto durante le
scorse settimane.

Vedremo la reazione degli indici nelle prossime giornate. Se, dopo questa
correzione, i mercati tornassero a muoversi con decisione verso l’alto,
il “Bull Market” ciclico ne uscirebbe rafforzato. Personalmente, continuo
a ritenere i recenti ribassi niente più di una correzione di questo
Bull Market e quindi questi prezzi potrebbero essere buone occasioni
di accumulo.

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