Le azioni sono a sconto?

Secondo diverse misure, sì, nonostante il
comune pessimismo (o forse proprio grazie
ad esso) che dilaga, le azioni in questo momento
sono estremamente economiche, come poche
altre volte lo sono state nella storia.

La scorsa settimana, al picco di ribasso, l’indice
italiano S&P MIB aveva un “dividend yield” superiore
al 6%. E la situazione non è molto diversa negli
altri mercati europei.

Dal punto di vista dei P/E, poi, i principali mercati
europei mostrano un rapporto ad una singola
cifra. L’indice Eurostoxx 50, un indice delle 50
maggiori blue chip europee, ha un P/E inferiore a 8.

Molte aziende anche strategiche e con business
importanti per l’intera economia mondiale, infine,
hanno rapporti P/E intorno a 5. Penso alle petrolifere
(come la nostra ENI), o alle società che producono
risorse di base come BHP Billiton o Arcelor, ma anche
alcune utility.

Questo l’aspetto dell’analisi fondamentale. Ma in teoria
questo puo’ anche essere anche poco rilevante.
I fondamentali contano, ma azioni “economiche”
possono restare economiche per molto tempo.
Un mercato sottovalutato puo’ restare sottovalutato
per molto tempo.
Nel lungo termine, un mercato sottovalutato cresce,
ma nel breve…

C’è però anche la statistica che ci viene in aiuto.

In passato, quando il mercato ha registrato un calo
come quello che abbiamo avuto dall’ultimo picco,
nei dodici mesi successivi c’è sempre stato un forte
rimbalzo tranne in due occasioni. La prima
durante la Grande Depressione e il crollo del
1929/1930, la seconda, molto più recente, dopo
il settembre 2001.

Puo’ essere questa di oggi un’altra situazione come
quella del 1929/1930 e quella del 2001? Sicuramente
è possibile. Ma in quelle due occasioni, c’era anche
un aspetto che oggi non abbiamo. Dopo il crollo
del 1929/1930, il P/E medio dell’indice USA era
sopra 18. Dopo il crollo del 2001, era sopra 25.

In entrambi i casi, il mercato non era affatto economico.
Oggi, il P/E è tra 12 e 13 (e in Europa, come abbiamo
detto, anche più basso). In passato quando nei
precedenti 12 mesi avevamo avuto un forte crollo
e il mercato era piuttosto economico, c’è sempre
stato un rimbalzo nei successivi 12 mesi. E’ successo
così dopo la crisi del 1907, dopo il 1938, dopo il
‘70, il ‘74, l’82, l’88.

Naturalmente il mercato azionario non garantisce nulla,
ne sto dicendo che tra due anni non potremo trovarci
a fronteggiare una nuova crisi. O magari questa crisi
potrebee arrivare già nel 2009. Ma da qui ad allora,
un bel rimbalzo non è affatto improbabile e comunque
abbiamo un buon margine di sicurezza. Nel nostro
servizio premium Trend e Strategie di Investimento
stiamo iniziando ad accumulare moderatamente azioni
e probabilmente continueremo a farlo nelle prossime
settimane.

Il taglio dei tassi non è una soluzione

Nei giorni scorsi abbiamo assistito ad un
taglio coordinato dei tassi da parte di FED
e BCE, insieme ad altre importanti banche centrali
nazionali di tutto il mondo.

L’obiettivo era quello di ridare fiato al sistema
finanziario, allentando le tensioni sull’interbancario,
ripristinando la fiducia e permettere ai mercati
finanziari di smettere di scendere.

Alla prova dei fatti, nulla di tutto questo è
successo. E mentre sto scrivendo, i principali
indici mondiali si apprestano a chiudere la settimana
nel modo peggiore. Negli ultimi cinque giorni di
Borsa sono state annientate dal 15% al 25% delle
capitalizzazioni e questa è sicuramente una delle
peggiori settimane della storia che io ricordi, se
non la peggiore.

I tassi delle banche centrali non sono un problema.

La situazione dei tassi delle banche centrali sono
tutt’altro che un problema. Al momento, i tassi
in USA sono all’1,50%, in Europa al 3,75%.
Prima di questa settimana, questi tassi erano più
alti di 0,50 punti percentuali. Quindi, USA al 2%
ed Europa al 4,25%.

Se questi sono ed erano tassi storicamente alti,
tali da strozzare il mercato del credito, allora
tale mercato non doveva semplicemente esistere
in passato, quando i tassi erano doppi o tripli.

Il punto è che in questo momento non sono
i tassi delle banche centrali ad essere un problema.
Il primo problema è la fiducia e i tassi interbancari
che ne conseguono. Sul mercato interbancario,
i tassi sono ben oltre il 5% e sono aumentati
dopo il taglio della BCE. Anche negli USA
le cose non sono diverse. I mutui ora vengono
fatti a tassi ben oltre il 5%, nonostante la FED
presti all’1,50% (o al 2% la scorsa settimana).

Sicuramente il taglio aiuterà a rendere i capitali
meno onerosi per le banche, ma è ben lungi
dall’essere una soluzione seria e duratura.

Il secondo problema è la liquidità. Con gli
attivi bancari, dalle obbligazioni alle azioni
fino ai titoli più “esotici” (come i derivati con
i mutui sottostanti) che stanno svalutandosi
continuamente ed alcuni addirittura privi di
mercato e quindi non liquidabili, le banche
faticano a reperire la liquidità necessaria
per far fronte ai loro debiti, lasciamo poi
perdere la possibilità di fare nuovi prestiti.

E qui siamo alla situazione attuale, con i
mercati che si stanno contraendo e si stanno
svalutando.

Soluzioni.

Purtroppo non esiste una soluzione che
eviti una profonda crisi e una profonda
recessione. Sintetizzando e riassumento
le parole di Mises di circa un secolo fa,
“Non c’è modo di evitare il collasso
finale di un boom generato da una precedente
espansione indiscriminata del credito.
Il punto è se tale collasso arriverà subito
in seguito all’abbandono di tale espansione
creditizia o in seguito, per via di iperinflazione
e connessa distruzione del sistema finanziario
e monetario.”

A mio avviso, la cosa migliore è far si che il
sistema si spurghi il più possibile, anche se questo
significa forti ribassi borsistici, recessione, crisi
sistemica. Dopo tutto questo, si potrebbe ripartire
da basi più solide e con un sistema monetario
più onesto.

Purtroppo, vedo che si continua a combattere
la crisi con i sistemi tradizionali (che sono poi
la causa della crisi stessa). Espansione monetaria
da parte delle banche centrali, tentativo di rendere
più agevole il credito e la liquidità. Questo puo’
dare sollievo momentaneo come una dose di
droga da sollievo ad un tossico dipendente. In
seguito, tutti i problemi attuali rischiano di
ripresentarsi, ancora più accentuati.

Chiusura delle Borse.

Circola in rete la news che questo fine settimana
potrebbe essere decretata la chiusura delle Borse
per alcune giornate. A mio avviso, questo sarebbe
uno dei rimedi peggiori. L’impossibilità di vendere
i propri titoli quando si vuole vendere è una delle
cose che puo’ generare più insicurezza e spavento
negli investitori, che liquideranno non appena si
riaprirà, generando ancora più panico.

Come proteggersi.

La cosa migliore, in questo momento, è restare
assolutamente liquidi. Nel servizio premium
Trend e Strategie di Investimento abbiamo
ora quasi il 60% in liquidità e solo una piccola
quota di azioni. Quel 60% è al momento al
sicuro dai ribassi delle Borse e tornerà utile
quando il mercato invertirà. Chissà, forse
dopo tutti questi ribassi potremo non essere
lontani.

Un altro fondo della FED

Oggi arriva la notizia che la FED ha intenzione
di istituire, di concerto con il Tesoro americano,
un nuovo fondo con l’obiettivo di entrare nel
mercato delle “commercial paper” per
sostenerne le quotazioni.

Le “commercial paper” sono titoli a breve emessi
dalle imprese (parliamo di grandi imprese, in genere),
per coprire il loro fabbisogno finanziario di breve periodo.

I tassi su questi titoli sono ora in forte salita a causa della
crisi del credito e anche le società che sono del tutto
estranee alla crisi subprime debbono fare i conti con
maggiori oneri sulle loro commercial paper.

Per ora non ci sono molti dettagli su questo fondo,
ma una cosa è chiara: il piano da 700 miliardi di
dollari approvato la scorsa settimana è tutt’altro che
sufficiente a tamponare le falle del sistema finanziario.
Esso è piuttosto una goccia nell’oceano.

A mio avviso, i 700 miliardi stanziati rappresentano
solo il primo passo. La FED e il governo (ed ovviamente
la cosa vale anche per l’Europa) dovranno pompare
molto più denaro se vogliono evitare che il mercato
faccia il suo corso, cercando un “soft landing”. Come
sempre, aveva visto lungo il mercato azionario che
venerdì scorso era arretrato dopo l’approvazione del
piano e naturalmente ringrazia l’oro, che da due
giorni è in gran spolvero.

Siamo vicini al bottom?

Diamo uno sguardo alla storia dei mercati
per capire se effettivamente a questo punto
possiamo essere vicini ad un bottom del
mercato e da questi livelli puo’ partire un
rally. Ovviamente, lo facciamo osservando
l’indice americano S&P500, che è un buon
indicatore del mercato in generale.

Nei precedenti grandi ribassi degli ultimi 50
anni, tre sono stati quelli più pesanti: quello
del 2002, con lo S&P500 in ribasso del 32%
dal picco massimo, quello di metà anni ‘50
con una correzione dai massimi del 22% e
quello del 1989-90 con un ribasso dai massimi
del 24%.

Il ribasso attuale ha visto passare l’indice S&P500
da un massimo di 1.576 punti fino agli attuali 1099
punti (anche se mentre sto scrivendo i futures americani
danno un ribasso ulteriore, ma noi ci concentriamo
solo sulle chiusure). Quindi, dal picco abbiamo avuto
una correzione del 30%. Molto vicina alla correzione
del 2002 e già molto superiore alle altre due.

Da questo punto di vista, quindi, dovremo dedurre
che il bottom è molto vicino.

Se poi partirà un nuovo bull market o avremo
semplicemente un bear market rally, non è dato
di saperlo al momento. Tuttavia, non è da escludere
che il bottom sia effettivamente vicino.

Bisogna comunque sottolineare che questa
statistica si concentra sugli ultimi 50 anni. Un
arco temporale piuttosto elevato, ma comunque
non comprendente proprio tutte le situazioni
possibili. Se andassimo ancora più indietro a vedere
cosa è successo nel 1929, allora vediamo che la
correzione attuale potrebbe non essere altro che solo
l’inizio.

In altri termini, pronti per un eventuale rimbalzo,
ma senza dimenticare che il mercato Orso potrebbe
essere tutt’altro che finito.

Bocciato il piano anticrisi. Cosa ci aspetta ora?

Per fronteggiare la bufera che sta interessando
il mondo finanziario, gli USA, nelle persone
di Paulson, Bernanke e Bush, hanno proposto
un piano da 700 miliardi di dollari.

Lunedì 29 settembre, dopo diversi giorni di
discussione, il Congresso americano ha
ufficialmente bocciato il piano e, come
reazione, Wall Street ha registrato un crollo
come non se ne ricordavano da diversi anni.

L’indice Dow Jones ha perso quasi il 7%,
lo S&P500 oltre l’8% e il Nasdaq ben
oltre il 9%.

Dopo questa giornata, si aprono ora
molti dubbi per il futuro. Cosa ci attende?

Personalmente, non credo che non sarà
intrapreso alcun piano. Magari con dei
cambiamenti, magari con aggiustamenti,
magari di dimensioni minori, credo che
un nuovo piano sarà sottoposto al Congresso
per l’approvazione e questo potrebbe dare
nuova linfa ai mercati azionari, che potrebbero
reagire con euforia.

Ma questo non risolverà i problemi. Il piano
bocciato o altri piani di soccorso futuri
potranno semplicemente tamponare
momentaneamente la situazione e magari,
come la politica monetaria di Greenspan
post-bubble nel 2001, potrebbero porre
le basi per nuove, ancora più incisive, crisi
future.

L’espansione monetaria degli anni (ma direi
anche dei decenni) scorsi è stato un errore
troppo grande per poter essere risolto da un
piano pubblico. Soltanto la progressiva
distruzione di massa monetaria dovuta a
fallimenti bancari può riportare la situazione
su binari più accettabili, dove moneta e finanza
torneranno ad avere un legame con l’economia
reale.

La crisi attuale, in altri termini, non è una crisi
legata a mutui inesigibili. E’ una crisi del sistema
finanziario, anzi, del sistema monetario. Un sistema
monetario dove la moneta non è garantita da nulla
se non dalla fiducia e dove il meccanismo della
riserva frazionaria amplifica enormemente la nuova
liquidità immessa nel sistema dalla banca centrale.

Il mercato azionario, come sempre, anticipa
le crisi ed essendo il mercato attuale decisamente
in trend ribassista, è probabile che la crisi sia ben
lontana dalla risoluzione. E nel frattempo, arrivano
in questa settimana segnali di “contagio” anche
per l’Europa, con Fortis e Dexia che sono sostanzialmente
state salvate e nazionalizzate.

In questa situazione, per ora, è l’oro a trarre i maggiori
vantaggi. Il metallo giallo ha sempre registrato corposi
rialzi quando l’incertezza è cresciuta. Se la crisi è lontana
dalla soluzione, il futuro dovrebbe essere positivo per
l’oro. E mentre nei mesi passati i grandi rally
erano soprattutto sostenuti dagli investimenti di
hedge funds e mondo finanziario come speculazione,
tanto che i rialzi dell’oro avvenivano in concomitanza
con quelli delle altre commodity, nelle ultime settimane
il suo andamento è slegato da esse e rappresenta
una sorta di “safe heaven”, di bene rifugio. L’oro si sta
comportando sempre meno da commodity e sempre
più da moneta.