Una lezione dal caso Lehman
La notizia di oggi, ovviamente, è il fallimento
di Lehman Brothers e le conseguenze per
il sistema finanziario internazionale.
Al momento, è difficile capire quali saranno le
ripercussioni e se ci sarà un effetto domino.
Lehman era uno dei giganti di Wall Street,
era “controparte” in molti contratti derivati
con primari operatori di tutto il mondo
(ad esempio, è una delle controparti anche
dello stato italiano). E ovviamente, ci sono
gli azionisti e gli obbligazionisti di Lehman
che sono stati molto penalizzati.
Qualsiasi saranno le ripercussioni, qualsiasi
le conseguenze, questo episodio può aiutare
a comprendere come l’aspetto fondamentale
per ottenere qualcosa dai propri soldi non
sia tanto che titolo azionario o obbligazionario
scegliere, ma come ripartire i propri capitali
tra le diverse classi di investimento.
La decisione è quante azioni, obbligazioni
ed eventualmente investimenti alternativi
tenere in portafoglio e in che proporzioni.
Questa ripartizione è quello che nel lungo
termine determinerà il rendimento dei
vostri soldi e la volatilità che avrete
nel tempo.
Una volta determinata la vostra asset allocation,
il miglior modo per eseguirla è tramite l’uso
di ETF. Gli ETF contengono al loro interno i
titoli che compongono l’indice replicato,
così che problemi su un singolo titolo non
compromettono eccessivamente il portafoglio.
Questa è quindi la domanda a cui dovete
rispondere: come ripartire il portafoglio
tra le diverse classi di investimento? E non
quale titolo comprare.
Per facilitare questa risposta, da circa sette
giorni nel servizio Trend e Strategie di Investimento
ho realizzato un “Lazy Portfolio”, un portafoglio
passivo di ETF che definisce l’asset allocation
originaria e gli strumenti con cui replicarla.
A mio avviso, è questa la scelta fondamentale
da fare. Il resto è una questione secondaria.
Scritto da “Roberto” per Educazione Finanziaria
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Finalmente la globalizzazione può essere un’opportunità anche per te!
- Cina, India e le altre economie emergenti stanno “deindustrializzando”
Italia, Europa ed USA. - L’aumento dei tassi della BCE renderanno più costoso il tuo mutuo.
- Il petrolio oltre i 100$ rende la tua bolletta più onerosa.
- La delocalizzazione è realtà in molti settori lavorativi.
Se vivi e lavori in Italia sei sottoposto alle minacce della globalizzazione
Ma alcune persone stanno già traendo profitto da questo trend…
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Il punto sul cambio euro/yen
Negli ultimi anni il fenomeno del “carry trade”
è stato uno dei motori della speculazione e
dell’inflazione degli asset.
Abbiamo già parlato in passato di questo fenomeno
che in pratica può essere riassunto in questo modo:
“ci si indebita in una valuta che costa poco in
termini di interessi da pagare e si investe in
asset redditizi, lucrando la differenza di rendimento”.
Il motore del carry trade è stato lo Yen giapponese,
sul quale è stato possibile (ed è ancora possibile)
indebitarsi pagando un interesse poco sopra lo
zero.
Naturalmente, tutto questo funziona bene
fino a che la valuta in cui ci si indebita scende
di valore o comunque non si apprezza troppo.
Infatti, se per caso ci fosse un apprezzamento
eccessivo, questo si mangierebbe tutto il
differenziale di rendimento di cui parlavamo
sopra nel momento in cui si deve rimborsare
il prestito nella valuta estera.
Per diverso tempo, lo Yen è stato in caduta
libera e questo ha favorito la crescita delle
Borse e degli altri investimenti (commodity).
Inoltre, lo Yen si è deprezzato nei confronti
di molte altre valute.
Da un anno ad oggi, però, il giocattolo sembra
essersi rotto e lo Yen ora sta recuperando terreno.
Lo ha fatto prima contro il dollaro ed ora sta
accadendo contro l’euro.
Ancora una volta, gli amici di Usmlab fanno una
bella analisi sul rapporto euro/yen che consiglio
di leggere. L’articolo puà essere ritrovato a questo
link: http://www.usemlab.com/index.php?option=com_content&task=view&id=276&Itemid=1
Scritto da “Roberto” per Educazione Finanziaria
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Finalmente la globalizzazione può essere un’opportunità anche per te!
- Cina, India e le altre economie emergenti stanno “deindustrializzando”
Italia, Europa ed USA. - L’aumento dei tassi della BCE renderanno più costoso il tuo mutuo.
- Il petrolio oltre i 100$ rende la tua bolletta più onerosa.
- La delocalizzazione è realtà in molti settori lavorativi.
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Ma alcune persone stanno già traendo profitto da questo trend…
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Un commento sulla vicenda Freddie Mac e Fannie Mae
C’è un gran parlare della questione Freddie Mac
e Fannie Mae, le due società americane dei
mutui “sponsorizzate” dal governo.
Durante lo scorso week-end, il governo
americano ha approntato un piano di
salvataggio statale per le due società
fortemente in difficoltà. La cosa ha molte
implicazioni non solo economiche, ma
soprattutto morali ed in termini di “moral hazard”.
Sulla questione, c’è il commento molto lucido
fatto dagli amici di Usemlab. Potete consultare
l’articolo a questo link: http://www.usemlab.com/content/view/275/1/
E mentre il governo americano sembra aver
deciso come risolvere il problema Freddie Mac
e Fannie Mae, nuove nubi sulla finanza americana
arrivano dalla Lehman Brothers. Vedremo se
anche questa vicenda si concluderà in modo simile.
Scritto da “Roberto” per Educazione Finanziaria
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Finalmente la globalizzazione può essere un’opportunità anche per te!
- Cina, India e le altre economie emergenti stanno “deindustrializzando”
Italia, Europa ed USA. - L’aumento dei tassi della BCE renderanno più costoso il tuo mutuo.
- Il petrolio oltre i 100$ rende la tua bolletta più onerosa.
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Mercati laterali: non eccedete con l’ottimismo
Ieri forte storno dei mercati in Europa e
negli USA, con questi ultimi che hanno
chiuso in perdita di circa 3 punti percentuali
e l’Europa che sul futures Eurostoxx50 ha
lasciato sul terreno quasi quattro punti.
Questo ha generato diverse preoccupazioni,
addirittura paura ed infatti anche oggi abbiamo
l’Europa pesantemente negativa e l’America
che a meno di un’ora dall’apertura ha i futures
tutti rossi.
Tutto ciò si è verificato quando sul mercato iniziava
a diffondersi dell’ottimismo. Le motivazioni di questo
ottimismo sono state numerose. Il petrolio che
è sceso rapidamente, la forza del dollaro che dovrebbe
coincidere con un nuovo ciclo azionario.
Personalmente, non ho seguito molto questa ventata
di ottimismo, tanto che nel portafoglio generale
di Trend e Strategie di Investimento abbiamo
mantenuto una posizione bassa sull’azionario (25%)
e siamo rimasti focalizzati su un ETF globale
non eccessivamente speculativo.
Il motivo è che l’unico che ha veramente i
titoli per parlare, cioè il mercato stesso, non
ci raccontava questa storia.
Dopo aver raggiunto dei minimi in luglio, il mercato
ha fatto un rally che ha generato dei livelli massimi
di breve periodo intorno al 10-11 agosto. Dopodiché,
il mercato è rimasto sostanzialmente laterale sia
in Europa che negli USA.
Quei massimi del 10-11 agosto non sono più
stati superati duranti i rally, anche se al tempo
stesso i minimi più recenti, almeno fino a questo
momento (mentre scrivo sta per aprire l’America e
l’Europa è quasi a fine seduta), sostanzialmente
tengono.
In altri termini, il mercato non ci dice che tutto
è passato, ma che deve ancora pensarci. Deve
ancora trarre le sue conclusioni.
Un aspetto negativo è che negli ultimi giorni
in America volumi sono cresciuti. In questo
momento, il trend di lungo periodo resta
ribassista e negli ultimi giorni il mercato
è sceso per quattro giorni consecutivi. La
conclusione è che i volumi sono cresciuti
mentre il mercato seguiva il trend principale
Questo significa che ancora non abbiamo
avuto una vera inversione di trend, che quindi
resta ribassista.
E’ necessaria ancora estrema prudenza. Peraltro,
settembre non è mai un mese foriero di grosse
soddisfazioni in Borsa. Non siate quindi
troppo avventati nell’aprire posizioni rialziste.
A volte, quando si è indecisi, stare alla finestra
paga di più che cercare di anticipare l’inversione
di trend. E in questo momento, il mercato è
più che mai indeciso e potrebbe tornare a
testare i minimi di luglio. Vedremo.
Scritto da “Roberto” per Educazione Finanziaria
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Finalmente la globalizzazione può essere un’opportunità anche per te!
- Cina, India e le altre economie emergenti stanno “deindustrializzando”
Italia, Europa ed USA. - L’aumento dei tassi della BCE renderanno più costoso il tuo mutuo.
- Il petrolio oltre i 100$ rende la tua bolletta più onerosa.
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Facciamo un gioco sul petrolio
Le persone spesso si chiedono come mai un calo del prezzo
del petrolio del 20% come quello che abbiamo visto
recentemente non si traduce in un calo del 20% del
prezzo alla pompa. Oggi cerchiamo di spiegarlo.
| Anno | Prezzo Industriale |
Prezzo al consumo |
Prezzo del greggio in € |
| 2008 | 0,573 | 1,36 | 81,00 |
| 2007 | 0,518 | 1,299 | 67,91 |
| 2006 | 0,507 | 1,285 | 45,56 |
| 2005 | 0,454 | 1,22 | 39,40 |
| 2004 | 0,379 | 1,125 | 27,65 |
Dati dal Ministero dello Sviluppo Economico ed elaborazione
propria riguardo al prezzo del greggio in euro. Prezzi al
consumo e prezzi alla produzione sono una media dell’anno,
i prezzi del greggio sono rilevati solo a valori di fine anno.
Vediamo che nel 2004 l’incidenza del prezzo industriale
sul prezzo al consumo era del 33,60%. Nel 2008,
l’incidenza è del 42%. Facendo una media dei cinque
anni, possiamo calcolare che l’incidenza media della
componente industriale sul prezzo alla pompa è stata
del 38%.
Dal 2004 al 2008, il prezzo del greggio in euro è
cresiuto del 31% l’anno in media. Il prezzo industriale,
nello stesso periodo, è cresciuto dell’11%. In altri termini,
possiamo dire che l’aumento del greggio si è riflettuto
solo per 1/3 sul prezzo alla produzione, perchè
ovviamente ci sono altri fattori produttivi il cui prezzo non si
modifica eccessivamente da un anno all’altro.
Ora, cosa possiamo aspettarci da un calo del prezzo del
greggio del 20%?
Dunque, il calo del greggio si ripercuote solo per 1/3 sul
prezzo industriale. Quindi, dal -20% del greggio
possiamo aspettarci un -6,66% di riduzione del prezzo
industriale.
Abbiamo anche visto che il prezzo industriale pesa per
il 38% sul prezzo al consumo. Quindi, -6,66% * 38% = -2,53%.
In termini definitivi, da un calo del 20% del prezzo
del greggio non dovremo attenderci una riduzione del
prezzo maggiore del 3%. Personalmente, ricordo che
da quando il petrolio toccò quota 145$ al barile la
discesa del prezzo alla pompa è forse stata un po’
maggiore del 3%. Quindi non c’è nulla di anomalo.
Questo ovviamente è un calcolo rapido e approssimativo,
praticamente un gioco. Sicuramente possono ancora
esserci dei margini di guadagno che possono essere
spostati sui consumatori, ma non credo si vada oltre
qualche centesimo e comunque non certo i 7-8
centesimi di cui sento parlare in questi giorni.
Non bisogna cadere nell’errore di pensare che
un calo del greggio debba ripercuotersi nella
stessa misura percentuale sul prezzo alla pompa,
anhce perché negli ultimi 8 anni in euro il greggio
è più che triplicato, ma il prezzo della benzina
non è certo cresciuto di tre volte
Il fatto è che ci sono diverse componenti di costo
all’interno della benzina che compriamo alla pompa.
Molte di queste componenti crescono stabilmente con
l’inflazione (stipendi, macchinari, ecc…). Da un 20% di
variazione del greggio, dobbiamo attenderci non oltre
un 3% di movimento.
Scritto da “Roberto” per Educazione Finanziaria
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Cosa c’è dietro il dato sul PIL americano del secondo trimestre?
La scorsa settimana è uscito il dato sulla crescita
del PIL americano. Il dato ha di gran lunga
battuto le aspettative e soprattutto è abbastanza
controverso per un’economia che si ritiene addirittura
in recessione. Nel secondo trimestre la crescita del
PIL americano è stata del 3,3%.
Ora, bisogna chiedersi a cosa sia dovuta questa
crescita. E, soprattutto, capire se questi elementi
che hanno contribuito alla crescita sono
cambiamenti duraturi o fenomeni passeggeri.
Il primo elemento che ha contribuito a migliorare
la crescita USA è stato un pacchetto fiscale di
152 miliardi di $ che il governo americano ha
erogato nel secondo trimestre (tra cui un rimborso
fiscale), che ha sicuramente stimolato spese e
consumi da parte dei cittadini. Ovviamente, questo
pacchetto è un “una-tantum” che non si ripeterà
nei prossimi mesi.
Il secondo elemento è stato la crescita dell’export,
favorita naturalmente da un dollaro debole. Questo
aspetto è più difficile da dire se sia duraturo o
temporaneo, ma certo già ora il cambio del dollaro
è molto più forte di quanto sia stato mediamente
nel corso del secondo trimestre (quando, ricordiamo,
il cambio euro/dollaro raggiunse livelli vicini a 1,60$).
In altri termini, è probabile che già dal terzo trimestre
il dollaro debole inciderà meno e se il rafforzamento
della divisa americana continuerà (come sarebbe logico,
dato che l’euro resta probabilmente un po’ troppo
forte) allora il dollaro stimolerà meno l’export.
Mettendo tutto assieme, come giustamente fa notare
qualche commentatore, ci sono stati alcuni elementi
straordinari in questa crescita e quindi sebbene un po’
di ottimismo non guasti, occorre tenere sempre i piedi
per terra. L’economia americana (e quindi quella mondiale)
dovrebbe restare debole ancora un po’, almeno fino
a che la crisi del credito e il generale “deleveraging” del
mondo finanziario non raggiungerà la sua conclusione.
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